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La memoria come risorsa per un’autentica cittadinanza – Francesco Messina

Ho cercato le parole che potessero esprimere il senso di un giorno, come quello del 9 maggio, dedicato ai magistrati vittime del terrorismo.

Le ho trovate in una lettera scritta nel 1957 da Guido Galli (magistrato ucciso dai terroristi di “Prima Linea”) al padre: “Perché vedi, papà, io non ho mai pensato ai grandi clienti o alle belle sentenze o ai libri. Io ho pensato, soprattutto, e ti prego di credere che dico la verità come forse non l’ho mai detta in vita mia, a un mestiere che potesse darmi la grande soddisfazione di fare qualcosa per gli altri”.

Sono parole che esprimono un progetto di vita ma, prima ancora, rappresentano un modo di essere attraverso il quale approcciarsi alla realtà quotidiana.

L’esempio dei magistrati che hanno dato la vita per adempiere i loro compiti istituzionali – e, a ben vedere, per aver scelto di seguire, prima di ogni altra cosa, la propria coscienza e i principi della miglior umanità – sono un graffio sulle coscienze più sonnolenti. E frantumano le certezze di chi identifica per “realismo politico” ciò che, invece, è solo il comodo adeguarsi a modelli di comportamento improntati a furbizia, visibilità, vantaggi personali, servile calcolo politico.

Gli atti di quegli Uomini normali – almeno per chi considera “normale” che vi siano idee e valori che superano la convenienza contingente – sono la prova che è possibile dare un senso profondo alla propria esistenza. Le loro vicende umane costituiscono uno straordinario insegnamento secondo il quale la vita di un cittadino degno del suo status non dipende dal “dove” e dal “quanto” si vive, ma dal “come” si vive. Dalla profondità di significato che si è saputo dare alla propria vita e a quella degli altri.

Il 9 maggio non è una data di pura risonanza emotiva. L’esempio di quei fratelli maggiori ci consegna l’obbligo morale di essere profeti nel proprio tempo, anche a costo di pagare di persona per ciò in cui crede e si agisce, nel silenzio complice degli opportunisti.

Le vite di quei magistrati, quindi, non sono un’icona spenta, ma una risorsa per l’umanità migliore. Rappresentano la evangelica “luce sopra il moggio” che illumina questo tempo oscuro nel quale superficialità, incoerenza, adulazione del popolo a fini personali e propagandistici vengono spacciate come le uniche regole che muovono la politica e i rapporti tra le persone, mentre costituiscono solo lo strumento di pochi per mantenere e gestire il Potere sui molti.

Quelle vite spezzate devono essere uno potente antidoto della conoscenza contro le mistificazioni e le distorsioni mediatiche di chi si dimostra insensibile alle conseguenze che si provocano nella memoria condivisa della comunità nazionale, nella educazione dei più giovani e nello sviluppo delle loro intelligenze.

Ma ci avvertono di qualcos’altro: che una esistenza è degna quando ciascuno sente, nel profondo, la necessità di una responsabilità schierata, non per un gruppo particolare, ma per la giustizia, i valori e i principi su cui si fonda una società libera e onesta.

Ecco perché, oggi più che mai, il ricordo dei magistrati uccisi deve coincidere col sentirsi tutti educatori di coscienze critiche, contrapponendo, ai conformismi della violenza verbale e del “saper vivere”, la scelta del bene comune sino ai limiti ultimi della coerenza.

Il sacrificio di quei servitori dello Stato lo avremo meritato se esso spingerà a riscoprire antiche radici valoriali, che è appena la remota premessa di qualcosa di più: di un nuovo impegno umano e democratico per una comunità davvero consapevole.

dott. Francesco Messina, giudice Tribunale Trani e coordinatore del Tribunale di Barletta

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