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Sezioni Comunali

ANDRIA

SEZIONE COMUNALE DI ANDRIA “DONNE DELLA RESISTENZA”

Sede: Piazza Giuseppe Di Vittorio 18, 76123 Andria BT (c/o CGIL)

Presidente: Gemma DE CHIRICO

Telefono: +39 347 006 5708 – Email: gemmade@hotmail.it

La Sezione comunale di Andria è intitolata alle “Donne della Resistenza

Il numero di donne che contribuì alla Resistenza Italiana, secondo alcune fonti, fu molto elevato. Il loro supporto cominciò dagli inizi della lotta partigiana, fino all’aprile del 1945, quando vi fu la liberazione dell’Italia dai nazifascisti.

Stando ad alcuni calcoli fatti dall’ANPI, furono 35.000 le “partigiane combattenti”, 20.000 le patriote, con funzioni di supporto, 70.000 le donne appartenenti ai Gruppi di difesa, per la conquista dei diritti delle donne, 19 medaglie d’oro e 17 medaglie d’argento, 512 le commissarie di guerra, 4.633 le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, 1890 le deportate in Germania.

La Storia delle donne della Resistenza, che diedero un contributo determinante alla Lotta di liberazione, per anni è stata dimenticata; eppure “le donne furono la resistenza dei resistenti” (Ferruccio Parri).

Alcune stime della partecipazione femminile alla Resistenza: 70000 donne organizzate nei Gruppi di Difesa della Donna; 35000 donne partigiane, che operavano come combattenti; 20000 donne con funzioni di supporto; 4563 arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti; 2900 giustiziate o uccise in combattimento; 2750 deportate in Germania nei lager nazisti; 1700 donne ferite 623 fucilate e cadute; 512 commissarie di guerra; 19 medaglie d’oro.

GALLERIA VIDEO

 

BARLETTA

SEZIONE COMUNALE DI BARLETTA “DANTE DI NANNI”

Sede: Corso Vittorio Emanuele 63, 76121 Barletta BT (c/o GrowLab – Circolo ARCI Carlo Cafiero)

Presidente: Francesca Romana RIZZI

Telefono: +39 324 797 0718 – Email: francesca-romana-rizzi@hotmail.it

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/anpidantedinannibarletta/

La Sezione comunale di Barletta è intitolata a “Dante DI NANNI

Figlio di genitori di origine pugliese (padre di Andria, madre di Barletta), fin da giovanissimo comincia a lavorare in fabbrica, proseguendo gli studi alla scuola serale.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale si arruola nell’Aeronautica, che abbandona subito dopo l’armistizio del 1943.

Rifugiatosi nelle montagne piemontesi, si unisce inizialmente ad un gruppo partigiano guidato da Ignazio Vian, per poi convergere nei GAP di Giovanni Pesce, il comandante “Visone”.

E’ il 17 maggio del ’44 quando Dante Di Nanni, assieme ai compagni Giuseppe Bravin, Giovanni Pesce e Francesco Valentino, effettua un attacco ad una stazione radio che disturbava le comunicazioni di Radio Londra.

Prima dell’azione, il gruppo di Gappisti disarma i militari preposti alla difesa della stazione e decide di graziarli in cambio della promessa di non dare l’allarme; ma i nove soldati tradiscono l’accordo e, ad azione terminata, i quattro partigiani vengono sorpresi ed attaccati da un gruppo di nazifascisti.

Ne segue uno scontro a fuoco in cui Bravin e Valentino vengono feriti e catturati; portati alle carceri Le Nuove, saranno torturati a lungo ed infine impiccati il 22 Luglio: Bravin aveva 22 anni, Valentino 19. Anche Pesce e Di Nanni vengono colpiti durante lo scontro, ma il primo riesce a portare in salvo il compagno più giovane, gravemente ferito da 7 proiettili. Di Nanni viene trasportato nella base di San Bernardino 14, a Torino, dove un medico ne consiglia l’immediato ricovero in ospedale; Giovanni Pesce, allora, si allontana dall’abitazione per cercare aiuto e organizzare il trasporto del compagno, ma al suo ritorno trova la casa circondata da fascisti e tedeschi, avvertiti della presenza dei Gappisti dalla soffiata di una spia.

Nonostante le gravi condizioni in cui versava, Di Nanni rifiuta di consegnarsi al nemico e resiste a lungo all’attacco nazifascista, barricandosi nell’appartamento del terzo piano e riuscendo ad eliminare diversi soldati tedeschi e fascisti con le munizioni rimastegli.

La sua eroica resistenza è riportata dalle parole dello stesso Giovanni Pesce che assistette in prima persona alla scena: «Ora tirano dalla strada, dal campanile e dalle case più lontane. Gli sono addosso, non gli lasciano scampo. Di Nanni toglie di tasca l’ultima cartuccia, la innesta nel caricatore e arma il carrello. Il modo migliore di finirla sarebbe di appoggiare la canna del mitra sotto il mento, tirando il grilletto poi con il pollice. Forse a Di Nanni sembra una cosa ridicola; da ufficiale di carriera. E mentre attorno continuano a sparare, si rovescia di nuovo sul ventre, punta il mitra al campanile e attende, al riparo dei colpi. Quando viene il momento mira con cura, come fosse a una gara di tiro. L’ultimo fascista cade fulminato col colpo. Adesso non c’è più niente da fare: allora Di Nanni afferra le sbarre della ringhiera e con uno sforzo disperato si leva in piedi aspettando la raffica. Gli spari invece cessano sul tetto, nella strada, dalle finestre delle case, si vedono apparire uno alla volta fascisti e tedeschi. Guardano il gappista che li aveva decimati e messi in fuga. Incerti e sconcertati, guardano il ragazzo coperto di sangue che li ha battuti. E non sparano. È in quell’attimo che Di Nanni si appoggia in avanti, premendo il ventre alla ringhiera e saluta col pugno alzato. Poi si getta di schianto con le braccia aperte nella strada stretta, piena di silenzio.» (Giovanni Pesce, Senza tregua – La guerra dei GAP, Feltrinelli, 1967) Nel 1945 viene insignito della Medaglia d’Oro al valor militare.

LINK ESTERNI

https://www.anpi.it/donne-e-uomini/1080/dante-di-nanni

 

GALLERIA 

 

Dante DI NANNI

 

Lapide dedicata a Dante Di Nanni collocata sulla facciata della casa in via San Bernardino 14 dove si era rifugiato dopo l’azione del 16 maggio 1944

 

 

BISCEGLIE

SEZIONE COMUNALE DI BISCEGLIE “MICHELE D’ADDATO”

Sede: Via Cardinale dell’Olio 30, 76011 Bisceglie BT (c/o Laboratorio urbano Palazzo Tupputi)

Presidente: Antonello RUSTICO

Telefono: +39 333 165 5533

Email: anpi.bisceglie.bat@gmail.com

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/ANPI-Bisceglie-531733223987039/

La Sezione comunale di Bisceglie è intitolata a “Michele D’ADDATO

Michele D’Addato, nato a Bisceglie il 20 febbraio 1921, è stato partigiano della Resistenza italiana (nome di battaglia: Pancho) in Piemonte e più precisamente nella Valsesia e Valsessera dall’8 settembre 1943 sino alla liberazione dal nazifascismo, avvenuta il 25 Aprile del 1945.

Il partigiano Michele, quel noto 8 settembre, era a Biella, all’epoca in provincia di Vercelli, presso la Caserma Noe del 53° Reggimento Fanteria, come militare. Questo Reggimento aveva partecipato alla campagna di Russia e solo una parte era rimasto a Biella. Michele in realtà aveva lasciato Bisceglie già qualche anno prima e non per motivi militari, bensì per la sua passione, a quel tempo divenuta anche professione: il calcio. Era stato ingaggiato prima a Bergamo nell’Atalanta all’età di 17 anni.

I primi giorni a ridosso dell’8 settembre furono, come dappertutto per i militari italiani, di grande confusione e sbandamento. Anche per Michele quei giorni non furono facili. Trovò riparo presso una famiglia di conoscenti, originaria di Bisceglie ma trasferita lì già da molti anni. La località era Roasio, in provincia di Vercelli e presumibilmente si pensa che il periodo di rifugio in questa casa sia stato un arco temporale di un mese circa.

Nel mese di novembre del 1943, proprio in quelle zone del Novarese e Vercellese, si formano le prime formazioni partigiane di cui le più famose sono le diverse divisioni Garibaldi con a capo Cino Moscatelli.
Michele farà parte della prima Divisione Fratelli Varalli e poi della 82° Brigata “Giuseppe Osella”. Sostanzialmente, con il grado di caposquadra del vettovagliamento, rimarrà in quelle zone sino alla liberazione dal nazifascismo. Valsesia e Valsessera saranno purtroppo segnate da vari massacri compiuti dai nazifascisti e forse proprio questo sarà un elemento che porterà il partigiano Michele a non parlare spontaneamente di quel periodo della sua vita trascorso tra le montagne piemontesi. Non a caso il Piemonte è la regione d‘Italia più decorata e anche quella che ha dato il contributo di sangue più alto nella guerra di liberazione dal nazifascismo.

Non lontano da Roasio, il 9 agosto del 1944 a causa di una rappresaglia nazifascista morirono 22 persone, a causa di due soldati tedeschi uccisi dai partigiani. E qui ci sono alcuni paesi famosi per stragi. Ricordiamo ad esempio due luoghi molto vicini a Roasio: Buronzo e Curino. 
Spesso avvenivano rastrellamenti e la vita in quegli anni deve essere stata proprio dura. Dei ricordi che i figli e la moglie hanno possiamo menzionare “cibo scarso e difficoltà di reperire anche l’acqua, freddo durante l’inverno e rischio quotidiano della vita quando si scendeva in paese per rifornirsi di alcuni generi alimentari”.

La vita quotidiana si svolgeva nascondendosi tra le montagne e i casolari abbandonati per ripararsi dalle intemperie e per creare dei collegamenti con la popolazione civile. I figli riportano che Michele raccontava che, nonostante la sua intransigenza, il celeberrimo Moscatelli accettò la sua scelta. Cosa non facile in quelle condizioni, perché la fiducia e la disciplina erano il cardine di un sistema precario e comunque molto rischioso per l’incolumità propria e altrui.

Importante è stato il sostegno della popolazione civile, che ha sempre protetto e sostenuto con viveri e altri beni di prima necessità questi giovani partigiani, a rischio anche loro della propria vita e di quella di tutta la famiglia.

Dopo la liberazione, il partigiano Michele ritornò a Bisceglie, impiegando quasi un mese e vi arrivò nel giugno del 1945. La sua storia continuò a Bisceglie ma con la sua passione e professione del calcio ebbe modo di viaggiare molto e cambiare spesso domicilio. Morì nel 1982, lasciando dei ricordi attraverso la moglie e i figli che rammentano bene anche piccoli episodi di vita quotidiana trascorsa lassù sulle montagne.

GALLERIA

Storia di Pancho, un partigiano bisceglieseMichele D’Addato, classe 1921, è nato il 20 febbraio a Bisceglie ed è stato partigiano della Resistenza italiana (nome di battaglia: Pancho) in Piemonte e più precisamente nella Valsesia e Valsessera dall’8 Settembre del 1943 sino alla liberazione dal nazifascismo, avvenuta il 25 Aprile del 1945.Il partigiano Michele, quel noto 8 settembre, era a Biella, all’epoca in provincia di Vercelli, presso la Caserma Noe del 53° Reggimento Fanteria, come militare. Questo Reggimento aveva partecipato alla campagna di Russia e solo una parte era rimasto a Biella. Michele in realtà aveva lasciato Bisceglie già qualche anno prima e non per motivi militari, bensì per la sua passione, a quel tempo divenuta anche professione: il calcio. Era stato ingaggiato prima a Bergamo nell’Atalanta all’età di 17 anni (anno 1938 e poi – dopo aver iniziato il servizio militare – fu trasferito per l’appunto a Biella.Segnaliamo anche il fatto che negli anni 1939-1940 e 1940-1941 (tra i 19 e i 21 anni), come dimostrano i registri di calcio, Michele ha giocato in due campionati nella polisportiva Brindisi Calcio. I figli e la moglie rammentano il fatto che Michele raccontasse di un bombardamento (avvenuto nel Novembre 1940) che distrusse diversi palazzi della città di Brindisi e il porto militare.I primi giorni a ridosso dell’8 settembre furono, come dappertutto per i militari italiani, di grande confusione e sbandamento. Anche per Michele quei giorni non furono facili. Trovò riparo presso una famiglia di conoscenti, originaria di Bisceglie ma trasferita lì già da molti anni. La località era Roasio, in provincia di Vercelli e presumibilmente si pensa che il periodo di rifugio in questa casa sia stato un arco temporale di un mese circa.Nel mese di novembre del 1943, proprio in quelle zone del Novarese e Vercellese, si formano le prime formazioni partigiane di cui le più famose sono le diverse divisioni Garibaldi con a capo Cino Moscatelli. Michele farà parte della prima Divisione Fratelli Varalli e poi della 82° Brigata “Giuseppe Osella”. Sostanzialmente, con il grado di caposquadra del vettovagliamento, rimarrà in quelle zone sino alla liberazione dal nazifascismo. Valsesia e Valsessera saranno purtroppo segnate da vari massacri compiuti dai nazifascisti e forse proprio questo sarà un elemento che porterà il partigiano Michele a non parlare spontaneamente di quel periodo della sua vita trascorso tra le montagne piemontesi. Non a caso il Piemonte è la regione d‘Italia più decorata e anche quella che ha dato il contributo di sangue più alto nella guerra di liberazione dal nazifascismo.Non lontano da Roasio, il 9 agosto del 1944 a causa di una rappresaglia nazifascista morirono 22 persone, a causa di due soldati tedeschi uccisi dai partigiani. E qui ci sono alcuni paesi famosi per stragi. Ricordiamo ad esempio due luoghi molto vicini a Roasio: Buronzo e Curino. Tuttora, nel centro di questi due paesi, vi sono monumenti che ricordano le stragi summenzionate, purtroppo note per la ferocia degli eccidi perpetrati. Spesso avvenivano rastrellamenti e la vita in quegli anni deve essere stata proprio dura. Dei ricordi che i figli e la moglie hanno possiamo menzionare “cibo scarso e difficoltà di reperire anche l’acqua, freddo durante l’inverno e rischio quotidiano della vita quando si scendeva in paese per rifornirsi di alcuni generi alimentari”. La vita quotidiana si svolgeva nascondendosi tra le montagne e i casolari abbandonati per ripararsi dalle intemperie e per creare dei collegamenti con la popolazione civile. I figli riportano che Michele raccontava che, nonostante la sua intransigenza, il celeberrimo Moscatelli accettò la sua scelta. Cosa non facile in quelle condizioni, perché la fiducia e la disciplina erano il cardine di un sistema precario e comunque molto rischioso per l’incolumità propria e altrui.Importante è stato il sostegno della popolazione civile, che ha sempre protetto e sostenuto con viveri e altri beni di prima necessità questi giovani partigiani, a rischio anche loro della propria vita e di quella di tutta la famiglia.Dopo la liberazione, il partigiano Michele ritornò a Bisceglie, impiegando quasi un mese e vi arrivò nel giugno del 1945.La sua storia continuò a Bisceglie ma con la sua passione e professione del calcio ebbe modo di viaggiare molto e cambiare spesso domicilio. Morì nel 1982, lasciando dei ricordi attraverso la moglie e i figli che rammentano bene anche piccoli episodi di vita quotidiana trascorsa lassù sulle montagne.

Posted by ANPI Bisceglie on Saturday, April 13, 2019

 

Michele D’ADDATO Pancho

 

MINERVINO MURGE

SEZIONE COMUNALE DI MINERVINO MURGE “MICHELE LOMBARDI BUK”

Sede: Via Fratelli Bandiera 24, 76013 Minervino Murge BT (c/o Associazione Cecchino Leone)

Presidente: Giuseppe CHIODO

Telefono: +39 338 985 0653 – Email: peppino.chiodo@libero.it

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/ANPI-Minervino-Murge-103513864337792/

La Sezione comunale di Minervino Murge è intitolata a “Michele LOMBARDI BUK

Il partigiano minervinese Michele LOMBARDI, nome di battaglia “Buk”, morì a Bocchetta del Croso per le ferite riportate in combattimento contro i nazifascisti il 13 marzo 1944 all’età di 20 anni.
Nel febbraio del 1944, quasi tutti i partigiani operanti nel Biellese centro-orientale si spostano in Valsesia, nel piccolo centro di Rassa, “cerco – racconta nelle sue memorie Anello Poma, uno dei protagonisti – ovviamente di darmi da fare per ricostituire i reparti […] Facciamo del buon lavoro di riorganizzazione e per apprestare la difesa, perché arrivano notizie di possibili rastrellamenti”.
Il 12 marzo, però, in condizioni precarie per una copiosa nevicata, i partigiani, si trovano a dover sostenere un nuovo e massiccio attacco. La colonna nazifascista costringe i partigiani del “Piave” e del “Bandiera” a porsi al riparo, ma un gruppo di uomini del “Piave” e ed una squadra del “Bandiera” finiscono per trovarsi divisi dal grosso dei due distaccamenti. Si mettono in marcia, attorno alle 18 giungono a Mezzanaccio (m 1.294). Nessuno pensa che i nazifascisti sarebbero tornati ad attaccare.

I nazifascisti, intanto, si sono acquartierati a Rassa, hanno allestito postazioni, piazzato alcuni potenti riflettori per illuminare gli scoscesi pendii che circondano la piccola località. Alle 4 del mattino di lunedì 13 i garibaldini, che hanno trascorso la notte nelle baite, si avviano affondando nella neve fino alla cintola, ma passo dopo passo si avvicinano al crinale dal quale s’intravede la bocchetta del Croso raggiungendo la dorsale attorno alle 8. Improvvisamente raffiche di armi automatiche rintronano nella vallata.
La situazione si presenta drammatica: alcuni, spossati e feriti sono catturati. Tutto sembra perduto, ma un piccolo dosso offre la possibilità di opporre una estrema resistenza. Dalla postazione gli otto sparano tutti i colpi dei loro fucili e il solo caricatore del mitragliatore.
L’offensiva partigiana riesce a contenere temporaneamente l’azione dei nazifascisti, consentendo a numerosi partigiani di distanziarsi ed evitare la cattura, ma esaurite le munizioni, la sola alternativa rimasta è di trovare una piccola nicchia tra la neve e il ghiaccio. Proprio durante questo tentativo è ucciso Michele Lombardi “Buk” di Minervino Murge per le ferite riportate.

Michele Lombardi, il giovane contadino dagli occhi e dai capelli castani nato a Minervino Murge il 7 marzo 1924 è il secondogenito di una famiglia di contadini; dopo aver frequentato le prime quattro classi della scuola elementare, come moltissimi suoi coetanei trascorre gli anni adolescenziali tra i campi petrosi delle Murgia. Il 23 marzo 1938, intanto, in seguito a complicanze nel parto perde sia la madre che la neonata sorella Gemma.
Il 20 maggio 1943 è chiamato alle armi ed arruolato nel 64° Reggimento Fanteria, l’8 settembre, mentre il Paese precipita nel caos, non esita un momento a raggiungere le montagne ed intraprendere la lotta partigiana assieme al Distaccamento “Fratelli Bandiera”.
Durante i mesi di lotta partigiana prende parte con coraggio ed ardore alle azioni della sua banda, fino a quando nel combattimento in località Bocchetta del Croso le ferite infertegli dalle armi nazifasciste lo uccidono.

Michele ha poco più di vent’anni, un padre, una sorella, un fratello che vivono in quella terra lontana che non rivedrà mai più. Il suo corpo, sino al 1967, riposa a Rassa, quando i familiari inoltrano richiesta per esumare la salma e ricondurla nella terra natia.

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Michele LOMBARDI BUK

LINK ESTERNI

http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=845

 

SAN FERDINANDO DI PUGLIA

SEZIONE COMUNALE DI SAN FERDINANDO DI PUGLIA “EMIDIO MASTRODOMENICO”

Sede: Via Cialdini, 76017 San Ferdinando di Puglia BT (c/o CGIL)

Presidente: Giovanni SARDARO

Telefono: +39 340 524 8114  – Email: sisifo.labor@libero.it

La Sezione comunale di San Ferdinando di Puglia è intitolata a “Emidio MASTRODOMENICO

Emidio Mastrodomenico nasce l’1 novembre 1922 a San Ferdinando di Puglia. Era agente di pubblica sicurezza del commissariato di Lambrate.

Durante la Repubblica di Salò, quando i commissariati diventano i covi della peggior teppaglia, prende contatto con altri agenti fidati e forma una brigata d’assalto in collegamento con le formazioni partigiane.

Viene arrestato il 16 aprile 1944 da agenti della SIPO-SD; un agente, catturato prima di lui, ha fatto il suo nome. Al sesto raggio, la parte del carcere di San Vittore dove vengono rinchiusi i politici, viene accolto con diffidenza dai compagni di cella. Lo credono una spia.

Le torture, le botte che i fascisti e i tedeschi non gli risparmiano, saranno purtroppo la prova migliore della sua onestà.

Viene fucilato insieme ad altri 14 partigiani da un plotone di miliziani fascisti della Legione Muti e della Guardia Nazionale Repubblicana nelle prime ore del 10 Agosto in Piazzale Loreto a Milano.

Solo a guerra finita i genitori sapranno, nel loro paese di San Ferdinando di Puglia, della sua morte.

LINK ESTERNI

https://www.anpi.it/donne-e-uomini/286/emidio-mastrodomenico

Mastrodomenico Emidio

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Emidio MASTRODOMENICO

 

TRANI

SEZIONE COMUNALE DI TRANI

Sede: Corso Imbriani 119 b, 76125 Trani BT

Presidente: Vincenzo DI CUGNO

Telefono: +39 349 380 2515  – Email: vincenzodicugno@hotmail.it