Le famiglie Degno e Vitrani: tra Barletta e la Resistenza settentrionale
Il presente contributo intende analizzare l’intreccio tra flussi migratori interni e partecipazione alla lotta di Liberazione attraverso il caso di studio delle famiglie Degno e Vitrani.
Originarie di Barletta, queste famiglie incarnano il legame identitario e politico che unì il Mezzogiorno alle regioni del Nord Italia durante il biennio 1943-1945, evidenziando come la Resistenza non fu un fenomeno esclusivamente territoriale, bensì un movimento di riscatto nazionale alimentato da una fitta rete di legami parentali e solidarietà regionale.
Le radici barlettane e la diaspora migratoria
L’indagine storica che ha portato alla ricostruzione delle vicende delle famiglie Degno e Vitrani, è iniziata dall’analisi dei registri anagrafici della Barletta di inizio secolo. La figura cardine è Pietro Degno (1879-1951), barbiere. Dal primo matrimonio con Savina Lanotte, che muore a soli 26 anni nel 1907, e da quello successivo con Serafina Vitrani, nascono 7 figli: Antonio, Angela, Barbara, Raffaele, Maria (riportata nei registi anagrafici come Degni e non Degno), Teresa e Ruggiero (anche lui riportato nei registi anagrafici come Degni e non Degno).

L’aspirazione e la ricerca di un lavoro che assicurasse una vita più dignitosa, diede origine a percorsi che condurranno i nuclei familiari verso Torino e Bologna. Questo spostamento geografico, tipico del primo dopoguerra ma non solo, non recise i legami con la terra d’origine, ma creò un ponte ideale che, dopo l’8 settembre 1943, si trasformò in una rete di opposizione al Regime. La migrazione dei Degno e dei Vitrani rappresenta dunque un microcosmo di quella “circolazione dei valori” che portò molti figli del Sud a lottare e a morire per la liberazione di città e valli settentrionali.
Il martirio di Ruggiero e di Walter Degno
Ruggiero Degno nasce a Barletta il 4 novembre 1921, in vicoletto Canne 12. Nel 1925 la famiglia emigra a Rivoli (To). Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’inizio dell’occupazione tedesca, il 1° maggio 1944, Ruggiero entra nella 45ª Brigata della 12ª Divisione Autonoma “Bra”. Il 22 luglio 1944, proveniente da Scalenghe, giunge a Ceresole d’Alba (CN) una colonna della Luftwaffe Sicherungs Regiment “Italien” (il Reggimento di Sicurezza della Luftwaffe) comandata dal tenente colonnello Fritz Herbert Dierich con uomini della Legione autonoma “Ettore Muti” e della Brigata nera mobile: circondano il paese, rastrellano la campagna e catturano alcuni partigiani e giovani renitenti alla leva. Dopo un processo farsa, nonostante l’intervento del parroco don Pietro Cordero che offre la sua vita in cambio di quella dei giovani, i condannati sono impiccati ai balconi dell’albergo “La Campana” e a quello di una casa adiacente. Ruggiero non muore immediatamente, uno degli aguzzini si aggrappa a lui fino a quando non è sicuro che sia morto. L’albergo è dato alle fiamme e gli impiccati cadono al suolo, ma vengono riappesi e lasciati esposti fino al giorno successivo sotto la minaccia di distruggere il paese nel caso fossero stati rimossi. Il Comune di Ceresole d’Alba ha intitolato alle giovani vittime la Via Martiri di Ceresole e un monumento lapide con i nomi dei martiri.

Foto dal Fondo dell’Associazione nazionale famiglie martiri caduti per la libertà di Torino

Walter Degno nasce a Bologna il 3 maggio 1926 da Antonio e Laura Pazzaglia. Dopo l’8 settembre 1943 e prima di sfollare con la famiglia sulle colline di Modena, ricopre l’incarico di commissario politico nella Brigata “Stella rossa Lupo”. Stabilitosi a Monteombraro, che lascia il 1º giugno 1944 per unirsi ai partigiani della zona, il 17 luglio viene catturato nel corso del rastrellamento deciso dal capitano Enrico Zanarini comandante della famigerata banda fascista “Compagnia della Morte” che si rese responsabile di almeno 80 omicidi. Alle 19 del giorno successivo, Walter e gli altri partigiani catturati vengono impiccati. Nella lettera lasciata da Walter Degno ai genitori, scrive: «Papà, Mamma: vostro figlio muore da forte» e in quella a genitori, parenti e compagni di lotta: «Babbo, mamma, parenti, amici di lotta, non piangete la mia tragica e prematura morte. Voi lo sapete: le mie ultime parole furono queste: “Muoio da forte”. Nell’ora suprema io chiedevo per me e per voi la luce e il conforto della fede: per me che vedevo la morte faccia a faccia, per voi che per vivere avete bisogno di credere che un giorno ci ricongiungeremo in cielo. Valgano il dono della mia giovane vita, il vostro grande dolore, il diuturno sacrificio dei compagni di lotta, a dare alla nostra Patria, quella vita nuova che noi abbiamo ardentemente desiderato e per la quale abbiamo avuto stroncata la nostra promettente giovinezza».

Foto dal sito “Storia e memoria di Bologna”
La “Famiglia simbolo della Resistenza italiana”: i Vitrani in Val Sangone
Un caso di particolare interesse – non solo storiografico – è rappresentato dalla famiglia di Michele Vitrani e Angela Degno che si sposano, a Barletta, il 14 luglio 1924 per emigrare a Torino nell’ottobre dello stesso anno. Dopo l’armistizio entrambi scelgono di aderire alla Resistenza.

Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto
Michele Vitrani nasce a Barletta il 1° gennaio 1898. Trasferitosi a Torino, dove abita in Via Pollenzo 46, trova lavoro come tranviere. A partire dal giugno 1944 entra a far parte della banda “Nino-Carlo” per passare, poi, dal 1° giugno 1944 nella 43a Divisione “De Vitis”, nella Brigata che sarà intitolata al figlio Ruggero. Muore a Baldissero Torinese nel 1984.

Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto
Angela Degno nasce a Barletta il 25 giugno 1902. Anche lei aderisce alla Resistenza nella banda “Nino-Carlo” col nome di battaglia “Mamma Vitrani” per passare poi, dal 1° settembre 1944, nel Comando della 43a Divisione “De Vitis”. Muore a Torino nel 1975.

Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto
I loro tre figli, Ruggero, Pietro e Giuseppe Alberto fanno la stessa scelta dei genitori per dare il loro contributo alla Lotta di Liberazione.
Ruggero Vitrani nasce a Torino il 23 marzo 1925. Già a partire dal settembre 1943 entra nella banda “Nino-Carlo” con il nome di battaglia “Gero”. Durante il periodo di militanza partigiana Ruggero partecipa a numerose azioni di guerriglia (tra queste l’assalto ad un posto di blocco in via Nizza a Torino) e, il 16 ottobre 1944 viene nominato vice-comandante della Brigata. Appena un mese più tardi, il 16 novembre, viene catturato a Villarbasse mentre sta svolgendo una missione al comando di una squadra di partigiani. La sua strenua resistenza permette comunque ai suoi compagni di mettersi in salvo. Dopo tre mesi di prigionia presso le carceri “Le Nuove” di Torino dove conosce padre Ruggero Cipolla, frate francescano e cappellano delle carceri, che gli rimarrà vicino fino alla fine e che ricorderà la figura di Ruggero Vitrani nel suo libro “I mie condannati a morte” pubblicato nell’immediato dopoguerra e ristampato nel 1998. Ruggero viene fucilato a Torino presso il Poligono Nazionale del Martinetto il 16 gennaio 1945. Dopo la sua morte la banda “Nino-Carlo” diverrà brigata “Ruggero Vitrani”. É stato insignito della Medaglia d’argento al Valor militare alla memoria. La strada di Villarbasse che aveva visto la sua cattura è stata successivamente intitolata ai fratelli Vitrani.

Foto dal Fondo Associazione nazionale famiglie martiri caduti per la libertà di Torino
Pietro Vitrani nasce a Torino il 26 novembre 1926. Anche lui, il 1° marzo 1944 entra nella banda “Nino-Carlo” col nome di battaglia “Pierino”. Viene catturato a Prà Fieul (Giaveno). A raccontare la morte di Pietro è Don Carlo Busso viceparroco di Giaveno e partigiano combattente nella stessa Brigata dei fratelli Vitrani: «Nella Vallata del Sangone è in corso un violento e poderoso rastrellamento. È la notte tra il 2 e il 3 dicembre: i Tedeschi e repubblicani sono in agguato sopra la Maddalena, verso Prà Fieul, tratto tratto s’ode qualche colpo di moschetto, qualche raffica di mitraglia. Si dice che la compagnia di un’arma infonda coraggio al timido! Improvvisamente un gemito s’unisce agli spari: un sergente della Littorio è ferito, non da partigiani (come più tardi affermò il sergente stesso all’ospedale) ma da un tedesco per errore. La ferita minaccia cancrena: esige l’amputazione del piede; bisogna dare una lezione ai partigiani, si ricorre alla “legittima” difesa tedesca: la rappresaglia! Deve perire un ribelle della montagna. I Tedeschi hanno nelle mani un patriota della Brigata Carlo: Pierino Vitrani, fratello dell’eroico “Gero”. […] Dopo lunga insistenza di un ufficiale italiano, mi viene concesso di avvicinarlo e di comunicargli la sua prossima fine. Il poveretto all’apparire di un ministro di Dio scatta in piedi, getta le braccia e le mani bagnate di sudore freddo al mio collo; dalla gola secca esce un gemito: “Mi uccidono?” […]. Prima è la disperazione, ma a poco a poco la sua fronte si rasserena. […] Fuori sulla piazza, una fisarmonica con ritmo stupido, suona una canzone sguaiata. Vicino al morituro i Tedeschi consumano la colazione tra il fumo e gli schiamazzi. Hanno ancora sete, vogliono sangue umano, il sangue innocente di Pierino. Giunge un ufficiale, dà un ordine gutturale ed energico. […] La folla muta fa da ala al piccolo e triste corteo, Pierino è sostenuto da me, il volto bruno reso più scuro da una cornice di capelli neri, s’è fatto color terra. Parla a scatti, ansimante, confida le sue ultime volontà. “Salutami e abbracciami il mio papà, la mia mamma, il fratello minore, Rosina, non dimentichi mio fratello Gero che è alle Nuove per la stessa causa”. […] Pierino sta faticando per togliere dal dito l’anello, il dito è gonfio perché il sangue quasi non circola più. Con uno strappo riesce a liberarlo, me lo consegna dicendo: “Lo consegni a mia madre, è l’unico ricordo che mi rimane”. […] Pierino esprime il suo ultimo desiderio. “Dica ai Tedeschi che non sparino alla testa, per non essere sfigurato, verrà forse mia mamma a vedermi”. Dopo una breve pausa continuò: “Voglio vedere ancora una volta il sole”. Lo fissa, beve quasi i suoi raggi che filtrano a stento attraverso le nubi e l’aria fredda dicembrina. Non vuole avere gli occhi bendati perché un patriota non teme la morte tante volte sfidata audacemente. Gli sono ancora accanto: la preghiera e un ultimo abbraccio. “In Lei abbraccio tutti i miei cari”. Stringe tra le dita il crocifisso. Attende. Una scarica rompe il silenzio. Il giovane corpo piega su sé stesso e cade. Il sangue esce arrossando la divisa partigiana, filtra nella terra».

Foto dal Fondo Associazione nazionale famiglie martiri caduti per la libertà di Torino
Giuseppe Alberto Vitrani nasce a Torino il 5 settembre 1928. Dal 1° maggio 1944 è effettivo nella banda «Nino-Carlo» prendendo il nome di battaglia “Berto”. Il 15 novembre abbandona la Resistenza rientrandovi a partire dal marzo 1945 tra le file della 24ª Brigata SAP “Lino Rissone” operante a Torino. Muore nell’aprile 1980 a Torino.

Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto
La fontana monumentale di Coazze
La fontana monumentale, costruita nel 1980 e dedicata dal Comune di Coazze alla famiglia Vitrani, riporta in una delle tre lapidi che la ornano la seguente epigrafe: «Alla famiglia Vitrani / che di questa / scelta suprema / fu con l’impegno di / tutti i suoi membri / e con la morte di / due suoi figli / testimone esemplare / Coazze grata dedica / 25 aprile 1980 [lapide anteriore]»

Foto dal sito “I Luoghi della Memoria – La Resistenza in Val Sangone”
Ringraziamenti
Sento di dover ringraziare in modo particolare Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto: senza i suoi preziosi consigli, i documenti e le foto che mi ha dato tanto generosamente, non sarebbe stato possibile ricomporre la storia di queste due famiglie.
Un ringraziamento anche a Giuseppe De Luca e a Domenico Sforza che hanno messo a mia disposizione la documentazione conservata negli archivi anagrafici barlettani.
Roberto Tarantino, Presidente onorario ANPI Barletta Andria Trani “Anna Maria Mascherini e Francesco Gammarota”Search:








Un viaggio nella storia del primo dopoguerra italiano per comprendere le dinamiche che hanno portato all’ascesa del fascismo. Martedì 22 aprile, alle ore 19:00, le Vecchie Segherie Mastrototaro ospiteranno Giovanni Capurso per la presentazione del suo libro “La passione e le idee” (Progedit). L’incontro, moderato da Giacomo Colaprice ed Elisabetta Mastrototaro, si svolgerà in collaborazione con il Comitato Antifascista 80vogliadiLiberazione.
