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Le famiglie Degno e Vitrani: tra Barletta e la Resistenza settentrionale

Il presente contributo intende analizzare l’intreccio tra flussi migratori interni e partecipazione alla lotta di Liberazione attraverso il caso di studio delle famiglie Degno e Vitrani.

Originarie di Barletta, queste famiglie incarnano il legame identitario e politico che unì il Mezzogiorno alle regioni del Nord Italia durante il biennio 1943-1945, evidenziando come la Resistenza non fu un fenomeno esclusivamente territoriale, bensì un movimento di riscatto nazionale alimentato da una fitta rete di legami parentali e solidarietà regionale.

Le radici barlettane e la diaspora migratoria

L’indagine storica che ha portato alla ricostruzione delle vicende delle famiglie Degno e Vitrani, è iniziata dall’analisi dei registri anagrafici della Barletta di inizio secolo. La figura cardine è Pietro Degno (1879-1951), barbiere. Dal primo matrimonio con Savina Lanotte, che muore a soli 26 anni nel 1907, e da quello successivo con Serafina Vitrani, nascono 7 figli: Antonio, Angela, Barbara, Raffaele, Maria (riportata nei registi anagrafici come Degni e non Degno), Teresa e Ruggiero (anche lui riportato nei registi anagrafici come Degni e non Degno).

Certificato anagrafico della famiglia di Pietro Degno

L’aspirazione e la ricerca di un lavoro che assicurasse una vita più dignitosa, diede origine a percorsi che condurranno i nuclei familiari verso Torino e Bologna. Questo spostamento geografico, tipico del primo dopoguerra ma non solo, non recise i legami con la terra d’origine, ma creò un ponte ideale che, dopo l’8 settembre 1943, si trasformò in una rete di opposizione al Regime. La migrazione dei Degno e dei Vitrani rappresenta dunque un microcosmo di quella “circolazione dei valori” che portò molti figli del Sud a lottare e a morire per la liberazione di città e valli settentrionali.

Il martirio di Ruggiero e di Walter Degno

Ruggiero Degno nasce a Barletta il 4 novembre 1921, in vicoletto Canne 12. Nel 1925 la famiglia emigra a Rivoli (To). Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’inizio dell’occupazione tedesca, il 1° maggio 1944, Ruggiero entra nella 45ª Brigata della 12ª Divisione Autonoma “Bra”. Il 22 luglio 1944, proveniente da Scalenghe, giunge a Ceresole d’Alba (CN) una colonna della Luftwaffe Sicherungs Regiment “Italien” (il Reggimento di Sicurezza della Luftwaffe) comandata dal tenente colonnello Fritz Herbert Dierich con uomini della Legione autonoma “Ettore Muti” e della Brigata nera mobile: circondano il paese, rastrellano la campagna e catturano alcuni partigiani e giovani renitenti alla leva. Dopo un processo farsa, nonostante l’intervento del parroco don Pietro Cordero che offre la sua vita in cambio di quella dei giovani, i condannati sono impiccati ai balconi dell’albergo “La Campana” e a quello di una casa adiacente. Ruggiero non muore immediatamente, uno degli aguzzini si aggrappa a lui fino a quando non è sicuro che sia morto. L’albergo è dato alle fiamme e gli impiccati cadono al suolo, ma vengono riappesi e lasciati esposti fino al giorno successivo sotto la minaccia di distruggere il paese nel caso fossero stati rimossi. Il Comune di Ceresole d’Alba ha intitolato alle giovani vittime la Via Martiri di Ceresole e un monumento lapide con i nomi dei martiri.

Ruggiero Degno.
Foto dal Fondo dell’Associazione nazionale famiglie martiri caduti per la libertà di Torino
Ruggiero Degno. Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto

Walter Degno nasce a Bologna il 3 maggio 1926 da Antonio e Laura Pazzaglia. Dopo l’8 settembre 1943 e prima di sfollare con la famiglia sulle colline di Modena, ricopre l’incarico di commissario politico nella Brigata “Stella rossa Lupo”. Stabilitosi a Monteombraro, che lascia il 1º giugno 1944 per unirsi ai partigiani della zona, il 17 luglio viene catturato nel corso del rastrellamento deciso dal capitano Enrico Zanarini comandante della famigerata banda fascista “Compagnia della Morte” che si rese responsabile di almeno 80 omicidi. Alle 19 del giorno successivo, Walter e gli altri partigiani catturati vengono impiccati. Nella lettera lasciata da Walter Degno ai genitori, scrive: «Papà, Mamma: vostro figlio muore da forte» e in quella a genitori, parenti e compagni di lotta: «Babbo, mamma, parenti, amici di lotta, non piangete la mia tragica e prematura morte. Voi lo sapete: le mie ultime parole furono queste: “Muoio da forte”. Nell’ora suprema io chiedevo per me e per voi la luce e il conforto della fede: per me che vedevo la morte faccia a faccia, per voi che per vivere avete bisogno di credere che un giorno ci ricongiungeremo in cielo. Valgano il dono della mia giovane vita, il vostro grande dolore, il diuturno sacrificio dei compagni di lotta, a dare alla nostra Patria, quella vita nuova che noi abbiamo ardentemente desiderato e per la quale abbiamo avuto stroncata la nostra promettente giovinezza».

Walter Degno.
Foto dal sito “Storia e memoria di Bologna”

La “Famiglia simbolo della Resistenza italiana”: i Vitrani in Val Sangone

Un caso di particolare interesse – non solo storiografico – è rappresentato dalla famiglia di Michele Vitrani e Angela Degno che si sposano, a Barletta, il 14 luglio 1924 per emigrare a Torino nell’ottobre dello stesso anno. Dopo l’armistizio entrambi scelgono di aderire alla Resistenza.

Da sinistra Giuseppe Alberto Vitrani e Angela Degno e al centro, a destra della bandiera, Michele Vitrani nel corso di una commemorazione dei partigiani fucilati al Poligono del Martinetto a Torino.
Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto

Michele Vitrani nasce a Barletta il 1° gennaio 1898. Trasferitosi a Torino, dove abita in Via Pollenzo 46, trova lavoro come tranviere. A partire dal giugno 1944 entra a far parte della banda “Nino-Carlo” per passare, poi, dal 1° giugno 1944 nella 43a Divisione “De Vitis”, nella Brigata che sarà intitolata al figlio Ruggero. Muore a Baldissero Torinese nel 1984.

Michele Vitrani.
Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto

Angela Degno nasce a Barletta il 25 giugno 1902. Anche lei aderisce alla Resistenza nella banda “Nino-Carlo” col nome di battaglia “Mamma Vitrani” per passare poi, dal 1° settembre 1944, nel Comando della 43a Divisione “De Vitis”. Muore a Torino nel 1975.

Angela Degno.
Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto

I loro tre figli, Ruggero, Pietro e Giuseppe Alberto fanno la stessa scelta dei genitori per dare il loro contributo alla Lotta di Liberazione.

Ruggero Vitrani nasce a Torino il 23 marzo 1925. Già a partire dal settembre 1943 entra nella banda “Nino-Carlo” con il nome di battaglia “Gero”. Durante il periodo di militanza partigiana Ruggero partecipa a numerose azioni di guerriglia (tra queste l’assalto ad un posto di blocco in via Nizza a Torino) e, il 16 ottobre 1944 viene nominato vice-comandante della Brigata. Appena un mese più tardi, il 16 novembre, viene catturato a Villarbasse mentre sta svolgendo una missione al comando di una squadra di partigiani. La sua strenua resistenza permette comunque ai suoi compagni di mettersi in salvo. Dopo tre mesi di prigionia presso le carceri “Le Nuove” di Torino dove conosce padre Ruggero Cipolla, frate francescano e cappellano delle carceri, che gli rimarrà vicino fino alla fine e che ricorderà la figura di Ruggero Vitrani nel suo libro “I mie condannati a morte” pubblicato nell’immediato dopoguerra e ristampato nel 1998. Ruggero viene fucilato a Torino presso il Poligono Nazionale del Martinetto il 16 gennaio 1945. Dopo la sua morte la banda “Nino-Carlo” diverrà brigata “Ruggero Vitrani”. É stato insignito della Medaglia d’argento al Valor militare alla memoria. La strada di Villarbasse che aveva visto la sua cattura è stata successivamente intitolata ai fratelli Vitrani.

Ruggiero Vitrani.
Foto dal Fondo Associazione nazionale famiglie martiri caduti per la libertà di Torino

Pietro Vitrani nasce a Torino il 26 novembre 1926. Anche lui, il 1° marzo 1944 entra nella banda “Nino-Carlo” col nome di battaglia “Pierino”. Viene catturato a Prà Fieul (Giaveno). A raccontare la morte di Pietro è Don Carlo Busso viceparroco di Giaveno e partigiano combattente nella stessa Brigata dei fratelli Vitrani: «Nella Vallata del Sangone è in corso un violento e poderoso rastrellamento. È la notte tra il 2 e il 3 dicembre: i Tedeschi e repubblicani sono in agguato sopra la Maddalena, verso Prà Fieul, tratto tratto s’ode qualche colpo di moschetto, qualche raffica di mitraglia. Si dice che la compagnia di un’arma infonda coraggio al timido! Improvvisamente un gemito s’unisce agli spari: un sergente della Littorio è ferito, non da partigiani (come più tardi affermò il sergente stesso all’ospedale) ma da un tedesco per errore. La ferita minaccia cancrena: esige l’amputazione del piede; bisogna dare una lezione ai partigiani, si ricorre alla “legittima” difesa tedesca: la rappresaglia! Deve perire un ribelle della montagna. I Tedeschi hanno nelle mani un patriota della Brigata Carlo: Pierino Vitrani, fratello dell’eroico “Gero”. […] Dopo lunga insistenza di un ufficiale italiano, mi viene concesso di avvicinarlo e di comunicargli la sua prossima fine. Il poveretto all’apparire di un ministro di Dio scatta in piedi, getta le braccia e le mani bagnate di sudore freddo al mio collo; dalla gola secca esce un gemito: “Mi uccidono?” […]. Prima è la disperazione, ma a poco a poco la sua fronte si rasserena. […] Fuori sulla piazza, una fisarmonica con ritmo stupido, suona una canzone sguaiata. Vicino al morituro i Tedeschi consumano la colazione tra il fumo e gli schiamazzi. Hanno ancora sete, vogliono sangue umano, il sangue innocente di Pierino. Giunge un ufficiale, dà un ordine gutturale ed energico. […] La folla muta fa da ala al piccolo e triste corteo, Pierino è sostenuto da me, il volto bruno reso più scuro da una cornice di capelli neri, s’è fatto color terra. Parla a scatti, ansimante, confida le sue ultime volontà. “Salutami e abbracciami il mio papà, la mia mamma, il fratello minore, Rosina, non dimentichi mio fratello Gero che è alle Nuove per la stessa causa”. […] Pierino sta faticando per togliere dal dito l’anello, il dito è gonfio perché il sangue quasi non circola più. Con uno strappo riesce a liberarlo, me lo consegna dicendo: “Lo consegni a mia madre, è l’unico ricordo che mi rimane”. […] Pierino esprime il suo ultimo desiderio. “Dica ai Tedeschi che non sparino alla testa, per non essere sfigurato, verrà forse mia mamma a vedermi”. Dopo una breve pausa continuò: “Voglio vedere ancora una volta il sole”. Lo fissa, beve quasi i suoi raggi che filtrano a stento attraverso le nubi e l’aria fredda dicembrina. Non vuole avere gli occhi bendati perché un patriota non teme la morte tante volte sfidata audacemente. Gli sono ancora accanto: la preghiera e un ultimo abbraccio. “In Lei abbraccio tutti i miei cari”. Stringe tra le dita il crocifisso. Attende. Una scarica rompe il silenzio. Il giovane corpo piega su sé stesso e cade. Il sangue esce arrossando la divisa partigiana, filtra nella terra».

Pietro Vitrani.
Foto dal Fondo Associazione nazionale famiglie martiri caduti per la libertà di Torino

Giuseppe Alberto Vitrani nasce a Torino il 5 settembre 1928. Dal 1° maggio 1944 è effettivo nella banda «Nino-Carlo» prendendo il nome di battaglia “Berto”. Il 15 novembre abbandona la Resistenza rientrandovi a partire dal marzo 1945 tra le file della 24ª Brigata SAP “Lino Rissone” operante a Torino. Muore nell’aprile 1980 a Torino.

Giuseppe Alberto Vitrani.
Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto

La fontana monumentale di Coazze

La fontana monumentale, costruita nel 1980 e dedicata dal Comune di Coazze alla famiglia Vitrani, riporta in una delle tre lapidi che la ornano la seguente epigrafe: «Alla famiglia Vitrani / che di questa / scelta suprema / fu con l’impegno di / tutti i suoi membri / e con la morte di / due suoi figli / testimone esemplare / Coazze grata dedica / 25 aprile 1980 [lapide anteriore]»

La fontana monumentale di Coazze.
Foto dal sito “I Luoghi della Memoria – La Resistenza in Val Sangone”

Ringraziamenti

Sento di dover ringraziare in modo particolare Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto: senza i suoi preziosi consigli, i documenti e le foto che mi ha dato tanto generosamente, non sarebbe stato possibile ricomporre la storia di queste due famiglie.

Un ringraziamento anche a Giuseppe De Luca e a Domenico Sforza che hanno messo a mia disposizione la documentazione conservata negli archivi anagrafici barlettani.

Roberto TarantinoPresidente onorario ANPI Barletta Andria Trani “Anna Maria Mascherini e Francesco Gammarota”Search:

Nessuna Grazia: Damato racconta a Bisceglie l’incontro tra Gramsci e Pertini


Una serata dedicata alla memoria, alla libertà e al coraggio. Con Cosimo Damiano Damato la presentazione di Nessuna grazia, il racconto intenso dell’incontro tra Gramsci e Pertini nel carcere di Turi, negli anni più oscuri del fascismo. Tra celle, pensieri interrotti e resistenze che non cedono, il libro illumina la forza di un’amicizia nata nell’ingiustizia e diventata testimonianza civile.
Un romanzo storico che restituisce la densità di una stagione che ha segnato il Paese e che ancora oggi ci chiede attenzione e responsabilità.
Presenta Lea Durante. In collaborazione con ANPI Bisceglie e Arci Oltre i Confini Bisceglie.
Appuntamento alle Vecchie Segherie Mastrototaro, giovedì 18 Dicembre alle ore 19.00.

Giornata nazionale della memoria degli IMI: Comunicato

Giornata nazionale della memoria dei militari italiani deportati e internati nei lager nazisti (20 settembre 2025)

Carissim@,
il 20 settembre celebreremo in tutta Italia, per la prima volta, la Giornata nazionale della memoria dei militari italiani deportati e internati nei lager nazisti.

Dopo l’8 settembre 1943, oltre 650.000 soldati italiani furono catturati dai tedeschi. Privati dello status di prigionieri di guerra, vennero classificati da Hitler e Mussolini come Internati Militari Italiani (IMI) e deportati nei campi di prigionia in Germania e Polonia. Questa speciale “classificazione” impedì ai prigionieri di essere tutelati dalla Convenzione di Ginevra e permise ai due dittatori di poter sfruttare questi prigionieri a loro uso e consumo. A questi prigionieri fu imposto il lavoro coatto nella produzione di armi e vettovaglie per il proseguo della guerra, la fame e le più dure privazioni. Più di 50.000 non tornarono mai a casa.

Il 20 settembre 1943 segna la data simbolica dell’inizio delle deportazioni di massa dei militari italiani catturati dopo l’armistizio. Quel giorno, infatti, partirono i primi grandi convogli diretti in Germania e nei territori occupati, segnando l’inizio del dramma collettivo degli IMI.

Per questo, la legge n.6 del 13 gennaio del 2025 ha scelto il 20 settembre: non solo per ricordare le sofferenze, ma anche per onorare la dignità e il coraggio di chi, rifiutando quotidianamente di collaborare con i nazisti, compì un atto di resistenza senza armi, oggi riconosciuto come parte integrante della Resistenza italiana e della Storia repubblicana. Fu definita, non a caso, l’Altra Resistenza da un segretario nazionale del partito comunista italiano, Alessandro Natta, anch’esso deportato nei lager nazisti.

La stragrande maggioranza rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana o di combattere ancora al fianco di Hitler. Un atto silenzioso ma determinante per la dignità dell’Italia.

A loro va tutta la nostra gratitudine.
A noi spetta il compito di trasmettere la memoria e di difendere i valori per i quali hanno sofferto e resistito: la democrazia e la Carta costituzionale.

Anche nella nostra provincia BAT contiamo per difetto 3000 internati di cui più di 355 a Bisceglie.

Con l’occasione riportiamo i nomi dei medagliati biscegliesi e un plauso all’Ing. Pietro Preziosa, vice presidente dell’Anpi di Bisceglie, per la passione e il lavoro profuso in questi anni. Pietro, figlio di internato militare, fu Francesco, in questi ultimi anni ha dedicato ed è sempre a disposizione di tutti i cittadini che ne facciano richiesta, a preparare l’istanza di riconoscimento della medaglia d’onore.

Questi i biscegliesi medagliati:

AMORUSO FRANCESCO 21.05.2018 BISCEGLIE
AMORUSO LEONARDO, 5 febbraio 1914 a Bisceglie
ANGELICO Giovanni, SARTO, 22.02.1922 a BISCEGLIE
ANTONINO Leonardo, 18.03.1915 BISCEGLIE
BALDINI Francesco nato il 25.11.1916 a BISCEGLIE
DI CEGLIE PANTALEO nato il 24. 04.1911 a BISCEGLIE
FRANCIOLI GIOVANNI nato il 28.02.2022 A PORTICI (NA)
FRISARI VINCENZO di Nicola, nato il 23. 06.1916 a BISCEGLIE
LEUCI GIOVANNI nato il 20. 10.1919 a BISCEGLIE
LOSCIALE MAURO Nato a Bisceglie il 4 gennaio 1916
PAPAGNI GIUSEPPE, Agricoltore, 17.05.1924 a BISCEGLIE
PEDONE ANTONIO, Agricoltore. Nato il 26 maggio 1923 a Bisceglie
PELLEGRINI VINCENZO Carrettiere, 03. 01.1920 a BISCEGLIE
PREZIOSA FRANCESCO Agricoltore, 23. 01. 2023 BISCEGLIE
STANCA GIUSEPPE , 5 gennaio 1922 a SOLETO (LE)
TODISCO GIUSEPPE, maniscalco. 28 ottobre 1919 a Bisceglie
COLAMARTINO MAURO nato il 27.02.1917 a BISCEGLIE (in attesa di consegna)

*In giallo coloro non nati a Bisceglie ma partiti da Bisceglie e registrati al distretto di Barletta.

Rosalba D’Addato
Presidente ANPI Bisceglie
Antonello Rustico
Presidente provinciale ANPI BAT

Pietro Vitrani. Una vittima innocente.

La ricerca storica, anche quella condotta da non professionisti ma da dilettanti curiosi, impegnati e appassionati, non smette mai di riservare sorprese. Spesso importanti documenti sono conservati tra le memorie di famiglia e sfuggono alla costruzione di una “memoria collettiva”.

Qualche giorno fa Claudio, figlio di Giuseppe Alberto Vitrani, il minore dei tre fratelli Vitrani (https://www.anpibat.it/la-famiglia-vitrani/) mi ha mandato la fotografia del padre che, all’epoca, aveva poco più di 15 anni e il racconto, scritto da Don Carlo Busso viceparroco di Giaveno e partigiano combattente nella stessa brigata dei fratelli Vitrani, degli ultimi momenti di vita dello zio Pietro Vitrani, prima di essere fucilato a Giaveno (TO).

PIERINO VITRANI. UNA VITTIMA INNOCENTE

Nella Vallata del Sangone è in corso un violento e poderoso rastrellamento: novembre – dicembre 1944. I giorni passano lenti, il terrore appare sul volto di ognuno.

I diciassette fucilati sulla piazza di Giaveno davanti agli occhi larghi, fissi, senza lacrime di tutta la popolazione (il 29 novembre 1944, in piazza San Lorenzo a Giaveno furono fucilati per rappresaglia 53 civili e 17 partigiani. ndr).

È la notte del 2-3 dicembre: i Tedeschi e repubblicani sono in agguato sopra la Maddalena, verso Prà Fieul, tratto tratto s’ode qualche colpo di moschetto, qualche raffica di mitraglia.

I nazifascisti sparano nel buio, tra insidie e brutte sorprese della montagna. Si dice che la compagnia di un’arma infonda coraggio al timido!

Improvvisamente un gemito s’unisce agli spari: un sergente della Littorio è ferito, non da partigiani (come più tardi affermò il sergente stesso all’ospedale) ma da un tedesco per errore. (La 2ª Divisione granatieri “Littorio” fu una delle quattro divisioni regolari dell’Esercito della Repubblica Sociale Italiana di Benito Mussolini. ndr).

La ferita minaccia cancrena: esige l’amputazione del piede; bisogna dare una lezione ai partigiani, si ricorre alla “legittima” difesa tedesca: la rappresaglia! Deve perire un ribelle della montagna.

I Tedeschi hanno nelle mani un patriota della Brigata Carlo: Pierino Vitrani, fratello dell’eroico Gero (alla cui memoria verrà intitolata la medesima Brigata).

Sono le 9 del mattino, 3 dicembre, giorno festivo. Sei Tedeschi che hanno prigioniero Pierino, entrano nell’albergo Campana di Giaveno.

Consumano un’abbondante colazione; dalla stanza attigua attende la sua sorte incerta il patriota.

Dopo lunga insistenza di un ufficiale italiano, mi viene concesso di avvicinarlo e di comunicargli la sua prossima fine. Il poveretto all’apparire di un ministro di Dio scatta in piedi, gettò le braccia e le mani bagnate di sudore freddo al mio collo; dalla gola secca esce un gemito: “Mi uccidono?

Incomincia una breve conversazione; (i Tedeschi hanno concesso 5 minuti). Prima è la disperazione, ma a poco a poco la sua fronte si rasserena. Un segno di croce purifica la sua anima, l’ostia bianca, cibo dei forti lo sostiene.

Fuori sulla piazza, una fisarmonica con ritmo stupido, suona una canzone sguaiata. Vicino al morituro i Tedeschi consumano la colazione tra il fumo e gli schiamazzi. Hanno ancora sete, vogliono sangue umano, il sangue innocente di Pierino.

Giunge un ufficiale, dà un ordine gutturale ed energico. I sei Tedeschi scattano, impugnano l’arma, si parte verso il luogo dell’esecuzione.

La folla muta fa da ala al piccolo e triste corteo, Pierino è sostenuto da me, il volto bruno reso più scuro da una cornice di capelli neri, s’è fatto color terra. Parla a scatti, ansimante, confida le sue ultime volontà. “Salutami e abbracciami il mio papà, la mia mamma, il fratello minore, Rosina, non dimentichi mio fratello Gero che è alle Nuove per la stessa causa”. (Le Carceri Nuove di Torino furono un luogo di detenzione per oppositori politici e partigiani durante il fascismo e l’occupazione nazista, con un braccio gestito direttamente dalle SS dove avvenivano torture. ndr)

Tre Tedeschi precedono, gli altri seguono fumando con la massima indifferenza. La scena è impressionante: i più vecchi, le povere donne (mamme che forse hanno il loro figlio lontano, in pericolo) nascondono il loro volto.

Pierino sta faticando per togliere dal dito l’anello, il dito è gonfio perché il sangue quasi non circola più. Con uno strappo riesce a liberarlo, me lo consegna dicendo: “Lo consegni a mia madre, è l’unico ricordo che mi rimane”.

Si giunge al campo sportivo di Giaveno. Nessuno ha avuto il coraggio di seguire il corteo.

Pierino esprime il suo ultimo desiderio. “Dica ai Tedeschi che non sparino alla testa, per non essere sfigurato, verrà forse mia mamma a vedermi”.

Dopo una breve pausa continuò: “Voglio vedere ancora una volta il sole”. Lo fissa, beve quasi i suoi raggi che filtrano a stento attraverso le nubi e l’aria fredda dicembrina.

Non vuole avere gli occhi bendati perché un patriota non teme la morte tante volte sfidata audacemente. Le armi vengono puntate. Gli sono ancora accanto: la preghiera ed un ultimo abbraccio.

In Lei abbraccio tutti i miei cari”. Stringe tra le dita il crocifisso. Attende. Una scarica rompe il silenzio. Il giovane corpo piega su sé stesso e cade. Il sangue esce arrossando la divisa partigiana, filtra nella terra.

Un figlio di meno per difendere l’Italia, ma un altro di più nell’albo d’onore della gloria segna un eroe vittima innocente delle feroci rappresaglie tedesche.

Don Carlo Busso

Giaveno 3 dicembre 1944

Don Carlo Busso, nome di battaglia “Busca

La scheda Ricompart del partigiano combattente Don Carlo Busso “Busca


PASTASCIUTTA ANTIFASCISTA 2025

La notizia della caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, raggiunse la famiglia Cervi mentre era intenta nei lavori dei campi e nelle altre fatiche quotidiane.
Il fascismo era caduto: i Cervi erano consapevoli che la guerra non era davvero terminata e che c’era ancora tanto da fare per liberare l’Italia, ma decisero di festeggiare comunque quel giorno. Nessuno sarebbe riuscito a privarli di quel momento di pace dopo 21 anni di dura dittatura fascista: si procurarono la farina, presero a credito burro e formaggio e prepararono chili e chili di pasta.
La pastasciutta distribuita in piazza non fu solo un momento di festa che andava goduto fino in fondo, ma anche un modo simbolico per riappropriarsi del luogo principe della socialità cittadina ridotto da anni a spazio dedicato unicamente alle tronfie celebrazioni del partito fascista e alle ridicole adunate a comando.
Anche un ragazzo, con indosso una camicia nera (forse era l’ultima rimasta), fu invitato a unirsi agli altri e a mangiare il suo piatto di pasta.
Oggi, ancor più che per le passate edizioni che ogni anno l’ANPI organizza in tutt’Italia, la Pastasciutta antifascista non intende solo ricordare e rivivere la festa di popolo organizzata dalla famiglia Cervi, ma anche creare un’occasione di riflessione e di incontro di tutte le cittadine e i cittadini, delle associazioni, dei sindacati, dei partiti e dei movimenti politici che si riconoscono nei valori dell’antifascismo, della Costituzione italiana e della Pace.
La 6^ edizione della Pastasciutta antifascista si terrà a Barletta venerdì 25 luglio 2025 in Piazza Plebiscito 53 presso il Ristorante “Il Valentino”.
A introdurre la serata, dalle ore 19:00, saranno Rosa Siciliano, Direttrice editoriale della rivista di Pax Christi Italia “Mosaico di pace” che dialogherà con Ugo Villani, Professore emerito di Diritto internazionale – Università Aldo Moro Bari sul tema “Le vie della pace”.
Anche quest’anno, come è giusto che sia, ricorderemo Romeo Tuosto, scomparso nel 2023, sempre schierato con grande dignità e determinazione in difesa dei diritti degli ultimi e il primo a volere che anche Barletta avesse la sua Pastasciutta antifascista.

80 voglia di Liberazione – Adelmo Cervi nella nostra provincia BAT


Quest’anno negli ottant’anni della Liberazione dal Nazifascismo, abbiamo l’onore di ospitare nelle nostre città Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli trucidati dal nazifascismo nel dicembre del 1943.
Ci racconterà la storia della sua famiglia, di quello che ha vissuto e di come è cresciuto nell’Emilia del dopoguerra.
Sullo sfondo abbiamo poi i Referendum dell’8 e 9 giugno, una prova di democrazia nel segno della giustizia sociale e dei diritti negati.

Pertanto le Tappe sono:
venerdì 30 maggio a Trani presso l’HUB Porta Nova ore 18.00 (Ass. Metabolè con ANPI e ARCI)
sabato 31 maggio ore 18.00 Canosa di Puglia presso la CGIL Via M.Scevola, 7 – con ANPI e CGIL
domenica 1 giugno ore 19.00 a Minervino Murge presso la sede ANPI via F.Bandiera
martedì 3 giugno ore 19.30 presso il Castello di Bisceglie con ANPI, ARCI, CGIL e il comitato 80 voglia di liberazione.

Vi aspettiamo rammentando che la Libertà è Partecipazione !

Proiezione Docufilm I miei sette Padri


Proiezione speciale del docufilm “I miei sette Padri” giovedì 24 aprile presso il Politeama Italia di Bisceglie, alle ore 21:00.
La visione del film sarà preceduta da una video intervista ad Adelmo Cervi.

Il documentario “I miei sette padri” di Liviana Davì racconta la storia di Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli Cervi fucilati dai fascisti a Reggio Emilia nel 1943. Il film esplora l’eredità dei fratelli Cervi, simbolo della Resistenza, attraverso il racconto personale di Adelmo, che ha vissuto tutta la sua vita in relazione a quel mito.

“I miei sette padri” si concentra sul viaggio di Adelmo, che ripercorre i luoghi della Resistenza del padre Aldo, in un movimento che va dalla pianura alla montagna, fino alla casa contadina dove la famiglia Cervi viveva. Adelmo cerca di capire chi fosse veramente suo padre, oltre al simbolo della Resistenza, cercando di scoprire l’uomo che era, con la sua vita, i suoi affetti e le sue speranze.

Il costo del biglietto è di 5 euro. I biglietti si possono acquistare presso il botteghino del Politeama Italia, oppure online tramite questo link: https://politeamaitalia.com/i-miei-sette-padri/

Giovanni Capurso ospite stasera alle Vecchie Segherie Mastrototaro

Un viaggio nella storia del primo dopoguerra italiano per comprendere le dinamiche che hanno portato all’ascesa del fascismo. Martedì 22 aprile, alle ore 19:00, le Vecchie Segherie Mastrototaro ospiteranno Giovanni Capurso per la presentazione del suo libro “La passione e le idee” (Progedit). L’incontro, moderato da Giacomo Colaprice ed Elisabetta Mastrototaro, si svolgerà in collaborazione con il Comitato Antifascista 80vogliadiLiberazione.

Tra il delitto di Giuseppe Di Vagno e quello di Giacomo Matteotti, il fascismo costruì il suo potere attraverso lotte tra fazioni interne e scontri con gli antifascisti. Giovanni Capurso, attingendo a documenti in parte inediti, ricostruisce un periodo storico complesso, delineando il ruolo della Puglia come laboratorio politico per le future strategie del regime.

Il libro esamina le dinamiche interne al movimento fascista, tra la componente ufficiale, quella autonoma e il sindacalismo fascista, mettendo in evidenza il ruolo del trasformismo politico nel Mezzogiorno. Inoltre, analizza i primi tentativi di collaborazione tra capitale e lavoro che anticiparono il corporativismo economico degli anni successivi.

Giovanni Capurso offre una visione chiara e dettagliata di un’epoca segnata da tensioni politiche e sociali. Un incontro imperdibile per chi desidera approfondire il contesto storico del primo dopoguerra e le radici della dittatura fascista in Italia.

I campi di concentramento al Sud

Il campo di concentramento di Ferramonti, nel comune di Tarsia in provincia di Cosenza è stato il più grande dei 15 campi di internamento costruiti nell’estate del 1940 su ordine di Benito Mussolini e anche il principale, in termini di consistenza numerica, tra i numerosi luoghi di internamento per ebrei, apolidi, stranieri nemici e slavi all’indomani dell’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale. Il campo fu liberato dagli inglesi nel settembre del 1943, ma molti ex internati rimasero a Ferramonti anche negli anni successivi e il campo di Ferramonti fu ufficialmente chiuso l’11 dicembre 1945.
Nell’arcipelago delle Isole Tremiti, a San Nicola, isola poco popolata, lunga poco più di un chilometro e mezzo, e larga 450 m., tra il 1927 e il 1943 divenne un luogo di deportazione per oppositori al regime fascista, condannati dal Tribunale Speciale a vari anni di confino. Sull’isola furono prevalentemente reclusi i politici e, tra il 1936 e il 1941, anche molti Testimoni di Geova. Sull’isola di San Domino furono confinati centinaia di uomini omosessuali italiani, principalmente catanesi.
L’Anpi di Bisceglie, attraverso gli interventi dello storico Gianni Sardaro dell’IPSAIC, e con il docente UNIBA Vito Carmineo, ricostruisce una realtà storica poco nota, e che vede coinvolto il Sud d’Italia.
Coordina il dialogo Rosalba D’Addato, Presidente della sezione Anpi Bisceglie “Michele D’Addato”.
L’evento si terrà Giovedì 10 Aprile, presso la Sala della Bifora del Castello di Bisceglie, alle ore 19.

A Bisceglie il ricordo di Benedetto Petrone


Domenica 6 aprile, ore 19.00, presso la libreria Vecchie Segherie Mastrototaro, Vincenzo Colaprice presenta il suo libro in collaborazione con il Comitato Antifascista 80vogliadiLiberazione: l’omicidio di Benedetto Petrone fu uno spartiacque nella storia di Bari e degli anni di piombo.
Chi armò la mano dei neofascisti? Quale clima politico permise una simile violenza? Attraverso testimonianze, documenti d’archivio e fonti giornalistiche, l’autore ricostruisce i fatti del 28 novembre 1977 e la memoria collettiva di un’intera generazione.
Dialogano con l’autore Antonella Morga, coordinatrice dell’Osservatorio Regionale sui Neofascismi, e Gianni Sardaro, ricercatore dell’IPSAIC, responsabile della formazione dell’ANPI BAT e docente presso il Liceo Scientifico di Margherita di Savoia.
Coordina Enzo Ciani del Comitato Antifascista 80vogliadiLiberazione.
Un incontro per riflettere sulla storia, l’antifascismo e il valore della memoria.