Skip to content Skip to left sidebar Skip to footer

News

Barletta città dell’accoglienza: il Dopoguerra e l’accoglienza dei profughi.

Da “Barletta, percorsi di memoria – Dagli anni Venti al Dopoguerra” Casa Editrice Edizioni dal Sud, Collana Memoria / 63
diretta da Vito Antonio Leuzzi, Bari, 2022.

Autori: Michelangelo Filannino e Luisa Filannino

Nei difficili anni successivi alla caduta del regime fascista e, ancor più, negli anni del II dopoguerra, Barletta fu un centro di primaria importanza a livello nazionale nell’accoglienza dei profughi. Furono infatti organizzati due Campi: uno per i profughi di nazionalità italiana, situato in via Manfredi; l’altro per i profughi di nazionalità non italiana, situato nella Caserma “Ruggero Stella”, in via Andria.
Barletta è stata per più di cinque anni, per migliaia di profughi provenienti dai Paesi più diversi, con il loro carico di dolorose esperienze, il luogo di una rinascita, di un ritorno alla vita, che si realizzò in un clima di vera solidarietà, pienamente coerente con il profilo di una città come la nostra, insignita di Medaglia d’oro al Valore militare e di Medaglia d’oro al Merito civile.
Purtroppo per molti anni la vicenda dei profughi a Barletta è stata completamente dimenticata e le ragioni di questo silenzio meriterebbero un’accurata riflessione.
Il recupero di questa nostra memoria collettiva è iniziato grazie a un’insegnante in pensione israeliana, che vive ad Haifa, la signora Perla Tova Miller.

Perla Tova Miller, prima a sinistra, nella Sezione di Barletta dell’Archivio di Stato di Bari. 29 giugno 2019 (archivio prof. Michelangelo Filannino).

Tova nacque il 7 agosto 1946 nel campo profughi di Poking, in Germania, dove avevano trovato rifugio suo padre, Nathan Perla, sua madre e uno zio paterno. Dopo aver attraversato le Alpi, giunsero a Barletta nell’agosto del 1947.
Tova mostra una foto scattata nel settembre 1948 sul molo di Ponente, a Barletta, in procinto di imbarcarsi per Israele sulla nave “Caserta”.

Perla Tova Miller in procinto di imbarcarsi sulla nave “Caserta” (archivio privato di Perla Tova Miller).

La ricerca è partita da qui e si è potuta poi sviluppare grazie alle risorse disponibili in rete, in continua crescita1.
La vicenda di Barletta rientra in un fenomeno di dimensioni enormi, quale il movimento di tutti i sopravvissuti alla II guerra mondiale ed ai campi di concentramento. Alcuni riuscirono rapidamente a rientrare in patria, altri non potevano o non volevano. Non potevano perché troppo debilitati, oppure perché non avevano più una patria e una casa; non volevano perché temevano nuove persecuzioni nei Paesi di origine.
Le Potenze vincitrici, per far fronte a questa enorme massa di profughi, furono talvolta costrette ad utilizzare i siti dei campi di concentramento nazisti: lì le condizioni della lunga attesa furono per i profughi tremende2. Per fronteggiare l’emergenza, le Organizzazioni internazionali istituirono per i profughi lo status di “Displaced person” (DP), aventi diritto all’assistenza per il rimpatrio o l’emigrazione in un altro Paese.
Nell’agosto 1947 erano attivi in Italia 17 campi. La Puglia che, per la sua collocazione geografica, ebbe un ruolo cruciale nell’esodo verso Israele, aveva campi a Barletta, Trani, Palese, Bari, Santa Maria al bagno, Santa Maria di Leuca, Santa Cesarea e Tricase.
Il 31 marzo 1948, la popolazione nei Campi profughi italiani era di 19.084 persone: di queste, ben 1.968 si trovavano a Barletta; alla fine del 1948, erano rimasti in Italia solo 7 campi DP, che ospitavano circa 5500 persone; nel 1949 erano 5, nel 1950 solo 1.
Il campo di Barletta fu chiuso nell’aprile 1950 e fu proprio uno degli ultimi, se non l’ultimo, ad essere chiuso.
Il Campo di Barletta fu operativo certamente dal 1945 fino ai primi mesi del 1950 e nella sua evoluzione è possibile distinguere tre fasi: nella prima vi furono profughi polacchi; nella seconda profughi di diversa nazionalità con prevalenza di albanesi prima e sloveni poi; nella terza, profughi quasi tutti ebrei, prevalentemente polacchi.

Gli elenchi nominativi dei profughi residenti a Barletta negli anni dal 1945 al 1947 sono negli Archivi delle Nazioni Unite3. Da una lettera del 30/11/19454, in cui si afferma l’opportunità di accogliere nei campi, per ragioni di ordine pubblico, tutte le Displaced Persons (DP) di origini non italiane, si desume che, nei mesi immediatamente successivi alla fine del II conflitto mondiale, nel Campo profughi di Barletta, situato nella Caserma “all’ingresso di Barletta sulla via per Andria” e gestito con la supervisione del personale militare della Commissione alleata, risiedevano Polacchi che si opponevano al rimpatrio. L’opposizione derivava da due principali fattori: l’instaurazione del potere sovietico in Polonia e l’emergere di nuovi fenomeni di antisemitismo, come il terribile pogrom di Kielce.
Uno dei problemi più urgenti di tutti i campi profughi era la situazione sanitaria: in una lettera del 26/2/194655 si parla di 10/15 casi di tubercolosi nei campi di Barletta -Trani, che contavano “una popolazione di circa 6000 persone”. Un mese dopo, a seguito della denuncia di sei casi di malattie contagiose e ad una serie di diagnosi di morte poco chiare, è inviata una lettera all’attenzione del 2nd Lieutenant Czajkowski, comandante dei “Polish Settlements” di Barletta per annunciare un’ispezione da parte del personale medico della Commissione alleata. L’ispettore, il patologo C.E.W. Hoar, visita a Barletta “the boys school for Displaced Personnel”, che ospitava 194 ragazzi. Subito dopo visita il Campo ed ispeziona le cucine, diversi gabinetti e tre blocchi abitati da civili. In entrambi i casi le condizioni igieniche furono giudicate soddisfacenti.
I campi profughi passarono formalmente dalla gestione dell’Allied Commission a quella dell’UNRRA6 il 3 giugno 19467 e già a settembre di quell’anno la situazione a Barletta cambiò radicalmente: era cominciata una seconda fase della vita del campo di Barletta, con una decisa prevalenza di esuli sloveni.

La presenza slovena

Vi furono due diversi momenti di esodo degli Sloveni verso l’Italia. Il primo riguardò 1500 profughi alla fine del 1945, concentrati prima nel campo di Servigliano e, dal luglio 1946, a Senigallia. Altri 3000 profughi “che fuggirono dalla possibile violenza vendicativa del nuovo governo comunista o che erano già in Italia e non volevano tornare”8 furono invece smistati nei campi di Forlì, Fermo, Riccione, Modena, Jesi, Lammie Camp, Bologna, Eboli, Trani e Barletta.
La prima attestazione della presenza dei profughi sloveni a Barletta si deve ad un testimone diretto, Marjan Marolt9 ed è contenuta nell’articolo “Albergo Bagni in Barletta”, pubblicato in Koledar Svobodne Slovenije (Atti della Slovenia libera), a Buenos Aires nel 1949 e mai tradotto né pubblicato in Italia. La testimonianza di Marjan Marolt è stata pienamente valorizzata da Helena Jaklitsch, che ha pubblicato nel 2019 uno studio complessivo sui profughi sloveni in Italia nel Secondo dopoguerra10
“Il campo di Barletta era il più grande in Italia” e si raggiungeva lungo una strada su cui “gruppi di Sloveni andavano e tornavano quotidianamente. Gli Sloveni stavano bene in questo campo, specialmente quelli che vi giunsero da Senigallia. La gente del posto li ha accolti bene e il clima era favorevole, soprattutto negli inverni miti. La zona era ricca di olive, arance, mandorle e vigneti, di cui i profughi fecero buon uso. I rifugiati erano anche contenti di poter lasciare il campo senza limite di tempo. Solo più tardi fu stabilito gradualmente un controllo, ma più indulgente di prima. È anche interessante sottolineare che il coprifuoco fu introdotto per la prima volta per gli Albanesi, che erano fortemente rappresentati nel campo. Il primo gruppo sloveno arrivò qui nel settembre 1946 dal Lammie-Camp di Aversa. A quel tempo c’erano anche centinaia di Albanesi nel campo, che avevano piantato molto tabacco ma, dopo la loro partenza, la raccolta fu fatta soprattutto dagli Sloveni. Nel novembre dello stesso anno da Senigallia arrivarono a Barletta 375 sloveni, fra cui ottanta nuclei familiari. […] Inizialmente, i due gruppi di Sloveni, quelli provenienti da Aversa e quelli provenienti da Senigallia, diffidavano gli uni degli altri: infatti nelle prime settimane i ragazzi del primo gruppo non partecipavano alle attività organizzate dal gruppo di Senigallia. Nei mesi seguenti, il campo divenne molto vivace con i rifugiati che andavano e venivano. Nel campo c’erano anche Croati e arrivò un gruppo numeroso di Greci. Il campo si trovava in una grande caserma a doppio padiglione con diversi edifici più piccoli. Era ben tenuto, aveva elettricità e acqua. […] All’arrivo, gli Sloveni furono trasferiti nel blocco di emergenza […] e dopo alcune settimane in appartamenti nuovi, ma incompiuti. C’era un po’ di malcontento nei campi, a causa della carenza di spazio,
perché si dovevano condividere gli appartamenti. Inoltre, i rifugiati erano avvisati di doversi spostare il giorno stesso in cui lo spostamento doveva avvenire e non riuscivano a capire il motivo di tale fretta. A causa del rapido aumento del numero di presenze nel campo, le già carenti derrate alimentari iniziarono a diminuire […]. Anche dopo che la situazione del cibo migliorò un po’, i pasti erano ancora più ridotti di quelli distribuiti a Senigallia e il cibo era lo stesso, giorno dopo giorno, (quasi ogni sera servivano cavolo) e per i bambini che erano nel campo era inadeguato. Un rappresentante della Croce Rossa britannica venne al campo e, con il suo aiuto, fu migliorato il cibo per i più piccoli. La maggior parte dei rifugiati che non trovavano lavoro nel campo, aiutarono a costruire l’ospedale, sia nel loro campo che a Trani, dove venivano ammessi a lavorare tutti i giorni. Questo ha permesso ai rifugiati di guadagnare qualche piccola somma di denaro. […] Il gruppo teatrale organizzava spettacoli, oltre che serate educative e conferenze. Per la festa serale di San Nicola e per Natale, Mirko Kuncic11 scrisse alcune opere teatrali inedite e, sotto la sua guida, fu preparato uno speciale programma natalizio. […] Anche i rifugiati sloveni provenienti da Senigallia continuarono le loro attività scolastiche qui. Nel campo fu aperta una scuola materna e una scuola elementare e le porte si riaprono anche per la scuola superiore per rifugiati sloveni con 57 studenti iscritti. Tra i professori, ci furono anche nomi noti come Rudolf Smersu, Marian Marolt, il dr. Franc Gnidovec e il dr. Milan Pavlovèiè. Gli insegnanti, coscienti di essere all’estero, prestarono grande attenzione alla storia e alla geografia slovena. La vita religiosa, organizzata per assomigliare a ciò che si viveva in casa, era essenziale per gli Sloveni. Così, nella cappella del campo sull’altare fu collocata un’immagine di Maria Madre di Dio ed una Via Crucis. […] C’erano sette sacerdoti sloveni nel campo, tra cui Dean Milavec ed il dr. France Gnidovec, ma la maggior parte dovette partire nel novembre del 1947. Man mano che divenne sempre più chiaro che la vita nel campo stava per concludersi, molte coppie slovene si sposarono a Barletta12; nel campo nacquero diciotto bambini. Gli Ebrei iniziarono ad arrivare nell’ottobre del 1947 e prima di quella data gli Albanesi furono delocalizzati. Circa 100 ragazzi, per
lo più Serbi e Sloveni, arrivarono anche da Trani a Barletta, ma in seguito dovettero tornare a Trani a causa dell’arrivo degli Ebrei. In questo periodo gli Sloveni presenti nel campo erano più di 500”
13.

La presenza dei profughi sloveni è confermata dal fatto che presso il Liceo classico “Alfredo Casardi” di Barletta nell’anno scolastico 1946/47 si iscrissero ben quindici studenti di nazionalità slovena14. Dunque, dal luglio 1946 alla fine di settembre del 1947 il DP3 fu prevalentemente occupato da profughi sloveni. Alla fine di settembre del 1947 iniziò una nuova fase, con l’arrivo dei primi gruppi di Ebrei: il dato è confermato dalla documentazione presente presso l’Archivio di Stato di Barletta (ASBAT)15, da cui si desume l’arrivo di oltre 150 profughi, bambini esclusi, fra la fine di settembre e la fine di ottobre 1947. Nel frattempo l’UNRRA fu sciolto e l’organizzazione degli aiuti passò all’International Refugee Organization (IRO)16. Il campo profughi di Barletta assunse la definitiva denominazione di Displaced Persons Centre n° 3 (DP3). In questa lunga fase l’esperienza del DP3 si intreccia con la complessa, vasta e profonda esperienza degli Ebrei dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

I profughi ebrei in Italia

Nell’Archivio Ghetto Fighters House, l’item n° GFH41948 ci mostra il primo ambasciatore di Israele in Italia, Arieh Oron, durante la sua visita al campo profughi di Barletta nel 1949. Nel 1956 Arieh Oron contribuì al volume Scritti in onore di Sally
Mayer17, con un saggio intitolato “L’ospitalità dell’Italia e l’opera di salvataggio degli Ebrei negli anni 1945-48”18, in cui spiega in modo estremamente rigoroso la storia dei profughi ebrei in Italia in quegli anni.

“L’azione degli shelichim (missionari) di Eretz Israel19(Terra d’Israele) in Italia, durante e dopo la seconda guerra mondiale, ebbe diverse fasi; s’iniziò con l’arrivo in Italia dei soldati delle unità palestinesi dell’esercito britannico20e fu, in un secondo tempo, una collaborazione fra questi e le prime missioni degli enti nazionali ebraici; infine rimase affidata ai civili soltanto. Ma c’è un filo conduttore comune a queste fasi ed è il desiderio di portare ai superstiti dell’ebraismo europeo la parola dello Yishuv (insediamento ebraico in Palestina) e di aiutarli a venire in Eretz Israel. Il nazi-fascismo era crollato, ma le potenze non avevano né tempo né inclinazione di occuparsi del problema degli Ebrei strappati dai loro luoghi di origine. Il governo britannico teneva ostinatamente chiuse, o quasi, le porte di Eretz Israel. Il fatto che gli Inglesi restavano impassibili di fronte al tragico destino degli Ebrei mise le organizzazioni ebraiche nella necessità di dare alla loro opera di salvataggio un carattere talora clandestino e di cercare vie diverse da quelle ufficiali. I reparti ebraici dell’esercito inglese assunsero parte eminente in quest’opera e dovettero spesso agire all’insaputa e senza il permesso dei superiori. I soldati furono i primi shelichim (missionari)e con la loro presenza in Italia segnarono il primo incontro fra lo Yishuv (insediamento ebraico in Palestina)e gli Ebrei che uscivano dagli orrori dei campi di concentramento. Tale incontro fu per loro, come per gli Ebrei d’Italia che avevano
passato nascosti il periodo della bufera, un evento che è difficile descrivere. […] Sorse così il Centro per la Diaspora, Merkaz La’Golà, che mise le basi dell’organizzazione complessa e dai molti rami, passata poi alle cure degli inviati civili. Un altro organismo, indipendente da quello, il Mosad la’-Aliyah, diretto da un gruppo della Haganah
21e di soldati congedati, si occupò dell’immigrazione. Da principio fu la Commissione alleata22che provvide al mantenimento dei profughi; poi l’onere fu assunto dall’UNRRA, sempre con l’aiuto del Joint23. […] Si formarono anche i primi hakhsharà24, che riunivano giovani di diverse tendenze ideologiche e servivano in parte anche da centri di adunata per i candidati all’immigrazione illegale: di là i partenti
andavano direttamente alla nave prossima a salpare. Ai primi del 1946 si tenne a Roma un’assemblea di delegati dei profughi, che nominò un Comitato centrale, nonché delle commissioni per i singoli campi ed un organo direttivo del movimento He-Chalutz
(Il Pioniere, movimento giovanile sionista poi assorbito dal movimento socialista Hashomer Hatzair).[…] Il primo gruppo degli shelichim, approdando nottetempo in qualche spiaggia remota dell’Italia Meridionale, trovava ad aspettarlo gli
ufficiali dell’UNRRA del vicino campo di profughi, pronti a munirli delle carte necessarie. Da quel momento gli shelichim figuravano nelle liste dei profughi […]. Il lavoro nei campi era spossante, oscuro, difficile da definire e praticamente non aveva limiti. C’erano shelichim di superiore nobiltà d’animo… sapevano avvicinarsi ai singoli, curare le anime malate […]. E c’erano i maestri, gli shelichim venuti con la speciale missione di educare, di organizzare scuole e giardini d’infanzia. Quello che non
si otteneva che a fatica con gli adulti – distogliere il loro pensiero dal terribile passato – riusciva facilmente con i bambini. […] In particolare va poi ricordata l’opera delle nostre infermiere ed assistenti ai nidi. La natalità nei campi e nelle hachsharot era alta ed era un segno della fede e della volontà di sopravvivenza che animava i profughi. […] La comparsa dei partigiani ebrei rappresentò un evento importante. A differenza degli altri profughi, non vollero saperne di andare nei campi… la vita dietro i reticolati non faceva per loro, che avevano preferito a suo tempo darsi alla macchia piuttosto di cadere nelle mani dei persecutori. Guardavano con una certa aria di superiorità i liberati dai campi di concentramento, che era come dire per loro gente del Judenrat
25. Certo non erano facili da sistemare e davano luogo a problemi complessi; ma il loro passato destava rispetto e fra loro e i soldati regnava una cordialità di fratelli d’armi che chi scrive non può dimenticare. […] Appena si impiantava un nuovo campo, si nominava una commissione direttiva, cosa che non avveniva nei campi non ebraici. La direzione dell’UNRRA non vedeva di buon occhio quest’uso, ma nei campi di Ebrei era costretta ad accettarlo. In Italia, per il popolo, l’Ebreo non è un uomo diverso dagli altri, né rappresenta un’oscura minaccia. Anche la sistematica e clamorosa
propaganda fascista, culminata nella caccia all’Ebreo su modello nazista, non riuscì a far sì che gli Italiani vedessero nell’Ebreo la causa di tutti i guai e il bersaglio contro cui sfogare il malcontento. […] In ogni villaggio o cittadina dove c’era un campo, s’allacciavano subito rapporti tra i profughi e la popolazione e le autorità locali non tralasciavano occasione di manifestare la loro simpatia. […] Altro motivo dell’atteggiamento favorevole alla Aliyah era l’interesse generale
che i profughi non prolungassero troppo il loro soggiorno e non finissero col rimanere in Italia. La notte del 29 novembre 1947 la radio diffuse la grande notizia:
le Nazioni Unite riconoscevano il diritto degli Ebrei ad avere la loro terra. Ovunque fu un accorrere, un riunirsi di Ebrei, negli uffici, nelle organizzazioni, al Centro dei profughi, nelle hachsharot, nei campi.
Poi vennero mesi duri in cui lo Yishuv dovette lottare per l’esistenza, seguiti, il 14 maggio 1948, dalla proclamazione dello Stato. […] La gioia per la proclamazione dello Stato fu subito oscurata dalle notizie dell’aggressione araba. […] Si videro partire volontari in gran numero alla volta di Israele. Anche in questi momenti il Governo Italiano ebbe un atteggiamento di simpatia e non ostacolò la partenza dei volontari. Nei campi fu una gara di generosità: si rinunciava alle razioni, al vestiario per mandare fondi in Israele. Entro un anno dalla proclamazione dello Stato tutti i profughi rimasti indietro negli anni precedenti poterono salpare verso Eretz Israel.

I profughi ebrei nel DP Camp n° 3 di Barletta26

Il 29 settembre 1947 il Commissario di Pubblica sicurezza di Bari comunicò al Prefetto: “ore 8.18 provenienti da Milano giungeranno a Barletta n. 200 profughi ebrei con prevalenza di polacchi”. È l’atto di inizio di quella che possiamo definire terza fase del DP n° 3, caratterizzata da una netta prevalenza di profughi ebrei, soprattutto polacchi. La fase durerà dal settembre 1947 fino ai primi mesi del 1950, quando il Centro di Barletta sarà chiuso.
Come emerge dal saggio di Arieh Oron citato in precedenza, nei Campi si andò formando, con l’attiva ed efficace azione delle Organizzazioni ebraiche, un’identità religiosa e politica comune degli Ebrei sopravvissuti allo sterminio nazista e alla guerra, a cui fu dato il nome di Sh’erit ha-Pletah.
Basandosi su una reinterpretazione di passi del libro di Esdra e delle Cronache, Sh’erit ha-Pletah indicava “il rimanente che si è salvato” ma anche “il rimanente che salva”, nel senso che gli Ebrei sopravvissuti avrebbero avuto un ruolo determinante per il futuro di Israele. Si trattò dunque di un tentativo di dare un’identità ebraica unitaria all’insieme, così variegato, delle Displaced persons. Conviene infatti considerare attentamente il fatto che i profughi ebrei provenivano da Paesi di cultura molto diversa, avevano una sensibilità religiosa molto diversificata e spesso non conoscevano l’ebraico ma lo yiddish27: appresero la lingua e molti aspetti della cultura ebraica proprio nei Campi, in preparazione per Eretz Israel.
Ecco dunque il profondo significato che assume la foto dell’Archivio Ghetto Fighters House, item n° 56320. La didascalia dice: “Un gruppo di sopravvissuti all’Olocausto fotografato nel Campo di Barletta”. Nella foto Yehoshua Glueck (a destra) e altri al ritorno nei loro alloggi da una sinagoga nel Campo. Fotografato nel 1947.

Un gruppo di sopravvissuti all’Olocausto fotografato nel Campo di Barletta.
Nella foto Yehoshua. Glueck (a destra) e altri al ritorno nei loro alloggi da una sinagoga nel Campo. Fotografato nel 1947 (archivio Ghetto Fighters House, item n° 56320).

L’immagine dimostra che già nel 1947 la vita religiosa nel Campo era ben organizzata, in un clima di speranza e di rinascita del popolo ebraico28. Le attività di propaganda politica all’interno del Campo erano sicuramente molto intense.
L’Archivio Jabotinsky ci mostra undici fotografie di riunioni serali del movimento paramilitare Betar tenute sia nei cortili che all’interno dei padiglioni del Campo29 con i ritratti di tre padri del Sionismo: Theodor Herzl, Josif Trumpeldor e Vladimir Jabotinsky.
Va comunque sottolineato che la situazione politica non fu sempre tranquilla, soprattutto nei mesi immediatamente precedenti le elezioni politiche italiane dell’aprile 1948.
Nonostante queste difficoltà, gli Ebrei residenti nel Campo di Barletta poterono liberamente e pubblicamente festeggiare la nascita dello Stato di Israele, l’evento che cambiò in positivo il loro destino. Era la fine di un incubo durato dieci anni. Era l’inizio di una nuova vita30. Nell’item n° 18577 dell’Archivio Ghetto Fighters House leggiamo: “Il cancello di ingresso del DP Camp di Barletta, decorato in occasione delle celebrazioni della fondazione dello Stato di Israele”. Il grande striscione disteso sopra il cancello con le scritte in ebraico “Benvenuto” e “Lunga vita allo Stato di Israele” è affiancato dalle bandiere del movimento sionista e sormontato da ritratti di Ben Gurion, Theodor Herzl e Chaim Weizmann. Il camion militare che varca il cancello è decorato con fronde, diversi striscioni in ebraico e dal ritratto di Ben Gurion.

Il cancello d’ingresso del DP Camp di Barletta, decorato in occasione delle celebrazioni della fondazione dello Stato di Israele (archivio Ghetto Fighters House, item n° 18577).

L’istruzione nel Campo profughi

Abbiamo visto come la comunità dei profughi sloveni fu attenta nell’organizzazione di attività scolastiche e culturali. Le Organizzazioni ebraiche fecero altrettanto e, su scala ancora maggiore, l’ORT Organizzazione rieducazione tecnica – Associazione per lo sviluppo del lavoro artigiano, industriale e agricolo fra gli Ebrei in Italia31.
Dalla documentazione presente nell’Archivio di Stato di Bari ricaviamo molte informazioni:
– il 29 aprile 1948 il direttore dell’ORT di Bari comunica al Prefetto l’apertura nel Campo di Barletta di una serie di corsi di formazione professionale: un Corso di pelletteria condotto dall’istruttore Isidor Gruenbaum, un Corso di camiceria condotto da Alice Grott, un Corso di giardinaggio per giovani condotto da Wladimir Abramoff;
– il 12 maggio 1948 è istituito il Corso per la fabbricazione di tomaie condotto da Lipa Glickman;
– il 5 giugno 1948 il Corso di Meccanica per bambine condotto da Leontine Willner e il corso per Automeccanici condotto da Giovanni Dell’Orzo;
– il 26 ottobre 1948 fu organizzato un giro di informazione da tenersi l’8 novembre;
– il 29 ottobre 1948 fu istituito un Corso di corsetteria;
– il 5 novembre 1948 fu istituito un Corso di confezioni per oggetti di maglieria e un Corso di sartoria per donne.

Una delle prime preoccupazioni delle Organizzazioni ebraiche fu quella di organizzare scuole e attività formative per i bambini. L’item n. 48044 dell’Archivio Beit Hatfutsot, intitolato “Giardinaggio per bambini”, ci mostra i piccoli all’opera nei campi appena fuori la Caserma Stella, di cui si vedono chiaramente le mura di cinta. Nei filari sono infissi dei cartelli con i nomi in italiano e in ebraico delle piante coltivate.

Nel 1949 i corsi professionali istituiti a Barletta divennero i più importanti in Italia. Nel bollettino della Jewish Telegraphic Agency del 7 luglio 1949 leggiamo: “Tutte le scuole ORT nei campi profughi ebrei di Trani saranno trasferite al centro di Barletta, che ora sarà l’unico Campo in Italia con installazioni ORT operante per i rifugiati ebrei”.
Dunque, nella fase finale del reinsediamento dei profughi ebrei presenti in Italia, il Campo di Barletta ebbe un ruolo preminente.

I matrimoni dei profughi a Barletta

Nei registri dell’Anagrafe di Barletta sono documentati 72 matrimoni non cattolici (serie II), di cittadini stranieri, indubbiamente Ebrei, celebrati fra il 4 agosto 1949 e il 4 maggio 1950. Essi erano classificati come apolidi, ma dichiaravano la propria nazionalità di provenienza; su 144 sposi, 95 erano Polacchi. Notiamo anche tre donne barlettane che andarono in spose a Ebrei stranieri.

Gli elenchi dei profughi ospitati a Barletta

Se gli elenchi completi dei profughi sono presenti negli Archivi degli Organismi internazionali (UNRRA, IRO), disponiamo di un elenco parziale contenente circa mille nomi, ricavato dai documenti presenti nell’Archivio di Stato di Barletta incrociati con il database dell’Archivio di Bad Arolsen (D) (arolsen-archives.org). È possibile così ricostruire la biografia di molti dei profughi che transitarono da Barletta, con una permanenza durata anche più anni. Nel rimandare il Lettore a un’attenta consultazione del grande Archivio di Bad Arolsen, si è scelto qui di presentare, fra le tante che è stato possibile ricostruire, la vicenda di Raya Kirschner.
Nel Museo dell’Olocausto (USHMM) di Washington è conservato “L’abito da sposa con ricamo in filo d’argento indossato da Raya Kirschner all’età di 19 anni, per il suo matrimonio con Micky Feig, di 22 anni, nel campo per displaced persons di Barletta, in Italia”.
Raya Kirschner nacque il 21 maggio 1929 a Bialystok, in Polonia, figlia del Rabbino Meir Leib e di Shaindel Denenberg. Raya aveva un fratello maggiore, Ben-Zion, detto Beno.

L’abito da sposa con ricamo in filo d’argento indossato da Raya Kirschner all’età di 19 anni, per il suo matrimonio con Micky Feig, di 22 anni, nel Campo per displaced persons di Barletta (Museo dell’Olocausto – USHMM – di Washington).

La famiglia viveva a Kowno (oggi Kaunas, Lituania), dove Rabbi Kirschner dirigeva il Ginnasio ebraico e prestava servizio come rabbino. La madre di Raya, Shaindel dirigeva l’orfanotrofio ebraico Bet Jetomi.
Nel giugno 1940 l’Unione Sovietica occupò e annesse la Lituania: le organizzazioni religiose, ebraiche e non, furono chiuse e le loro proprietà confiscate.
Nell’agosto 1941 la famiglia Kirschner fu condotta forzatamente nel Ghetto piccolo di Slobodka, sobborgo di Kowno. I bambini dell’orfanotrofio diretto dalla madre di Raya rimasero con la famiglia Kirschner, dato che Shaindel intendeva riorganizzarlo.
Il 4 ottobre 1941 le truppe di occupazione naziste ordinarono a tutti i residenti del Ghetto piccolo di radunarsi: duemila di loro furono portati via e massacrati.
Dopo la selezione, furono trasferiti nel Ghetto grande e il 28 ottobre 1941 ci fu una nuova selezione, chiamata grande Aktion: diecimila ebrei, compresi i bambini dell’orfanotrofio furono portati nel Forte n° 9 di Kowno e massacrati. Raya, suo padre e il fratello Beno furono invece inviati ai lavori forzati nel nuovo aeroporto della città.
Un anno dopo, nell’ottobre 1942, Rabbi Kirschner fu deportato a Riga (Lettonia); la madre di Raya non voleva che la famiglia fosse separata e una settimana dopo furono tutti trasferiti nel campo di lavoro di Spilve, nei sobborghi di Riga.
Nel 1943 Beno, fratello di Raya, fu arrestato per “contrabbando” nel Ghetto e trasferito nel vicino campo di concentramento di Kaiserwald.
Invece Raya e i suoi genitori furono deportati nel campo di concentramento di Stutthof: uomini e donne furono separati e Raya rimase con la madre. In agosto suo padre fu deportato in un altro Campo.
Nell’agosto 1944 Raya e sua madre furono trasferiti ai lavori forzati a Elbing, sottocampo di Stutthof, evacuato nel gennaio 1945 all’avvicinarsi delle truppe sovietiche: furono liberate dall’Armata rossa il 21 gennaio nei pressi di Neustadt, durante una delle famigerate “marce della morte”.
La resa dei Tedeschi avvenne il 7 maggio 1945. Raya e sua madre tornarono a Bialystok, ma si resero ben presto conto che era impossibile vivere lì e in ottobre, con l’aiuto della Bricha, organizzazione sionista che aiutava gli Ebrei a viaggiare nell’Europa dell’Est e a raggiungere la Palestina, Raya e sua madre Shaindel giunsero nel campo per Displaced persons di Bad Gastein, in Austria. Lì appresero che il padre di Raya era morto nel campo di concentramento di Dachau, in Germania, nel dicembre 1944. Anche il fratello Beno morì in un lager, non si sa quale.
A Bad Gastein Raya incontrò Miklos (Micky) Feig, nato il 26 giugno vicino Targu-Mures, Transilvania, Romania: era stato recluso nei campi di concentramento e sterminio di Auschwitz e Dachau-Allach. Era l’unico sopravvissuto della sua famiglia.
Nel luglio 1947, sempre con l’aiuto della Bricha, Raya, Shaindel e Miklos giunsero clandestinamente a Milano. Nel dicembre 1947 furono ricollocati nel DP Camp di Barletta, dove Raya e Miklos si sposarono il 27 maggio 194832. Qui attesero il permesso per emigrare negli Stati Uniti, dove giunsero con la nave General Ballou il 1° settembre 1949, stabilendosi a Brooklyn. La madre di Raya morì nel 1964, all’età di 64 anni. Miklos, il marito di Raya, morì nel 2007, all’età di 80 anni. Raya oggi (2020) ha 91 anni e vive a Brooklyn.

Barletta città dell’accoglienza e della libertà

L’intera vicenda dell’accoglienza dei profughi nei due Campi di Barletta testimonia la mentalità sostanzialmente accogliente e aperta della nostra città. Il fatto poi che questa mentalità si sia manifestata in anni molto difficili dal punto di vista economico e sociale dovrebbe farci riflettere. Per riassumere il senso della vicenda abbiamo scelto un’immagine tratta dall’Archivio dello Yad Vashem (item n° 37942).
L’immagine è stata scattata sulla Litoranea di ponente di Barletta. Sullo sfondo c’è una scala e in primo piano un cancello. L’uomo, di cui ignoriamo il nome, posa sorridente. Ha voluto indossare nuovamente la divisa del Lager. Se osserviamo attentamente, vedremo che ha scritto il suo numero di prigioniero su un biglietto e lo ha appuntato alla giacca. Sullo sfondo c’è
una scala, che potrebbe significare l’Aliyah. Quest’uomo così minuto, così oltraggiato dichiara qui la sua vittoria. Probabilmente sta per salpare da Barletta verso la libertà. Probabilmente avrà conservato per sempre un buon ricordo della nostra Città. Un ricordo di Resistenza e di Libertà.

Immagine scattata sulla Litoranea di ponente di Barletta. L’uomo posa sorridente. (archivio Yad Vashem, item n. 37942).

Il Centro di raccolta profughi nelle Caserme “Ettore Fieramosca” e “Stennio” in via Manfredi

Nelle Caserme “Ettore Fieramosca”33 e “Stennio” in via Manfredi furono accolti profughi di cittadinanza italiana di diversa provenienza: giunsero qui dai territori giuliano-dalmati, dalla Grecia, dalle isole del Dodecaneso e dai territori dell’Impero italiano d’Africa.

L’accoglienza dei profughi giuliano-dalmati

L’esodo delle popolazioni italofone dai territori giuliano-dalmati fu un processo di abbandono lungo l’arco cronologico che va dal 1943 al 1956.
Tra la fine di aprile e i primi di maggio del 1945, anche grazie allo sforzo congiunto della Resistenza locale (sia slava che italiana antifascista) e di alcune Divisioni italiane34, questi territori furono liberati dall’occupazione tedesca ad opera dell’armata popolare jugoslava di Tito35 che assunse immediatamente il controllo dell’intera regione. Finita la guerra, tutti questi territori (Istria, Dalmazia e la città di Fiume), escluse Gorizia e Trieste, furono assegnati, con il Trattato di Parigi36, alla Jugoslavia. Iniziò così l’esodo massiccio delle popolazioni di lingua e cultura italiana. L’ultima fase dell’esodo si ebbe nel 1954 con il Memorandum di Londra37 e si concluse definitivamente nel 1960 coinvolgendo in totale circa 350.000 persone che si riversarono nella penisola italiana con ogni mezzo spopolando, in molti casi, interi territori dell’Istria e della Dalmazia; da Zara,
Pola e Fiume, a maggioranza italiana, solo per fare un esempio, l’abbandono fu di massa. Gli esuli furono accolti in 107 Campi gestiti dal Ministero dell’Interno e dell’Assistenza post-bellica in cooperazione con le autorità comunali38.
All’inizio gli aiuti provenivano soprattutto da Istituzioni internazionali, come l’UNRRA39 (United Nations Relief and Rehabilitation Administration), a cui si affiancarono subito lo Stato Italiano e anche molti uomini politici e privati cittadini. Negli anni 1958-60, quando possono dirsi terminate le grandi ondate delle partenze, fu pubblicato un prospetto riepilogativo sulla
dislocazione dei profughi giuliano-dalmati nelle varie regioni italiane. Secondo questo documento, redatto dall’Opera per l’Assistenza ai profughi giuliano-dalmati, nel nord Italia si era stabilito l’82,29% dei profughi, il 9,89% aveva trovato sistemazione nelle regioni del centro e solo il 7,82% nell’Italia meridionale e insulare40.

L’accoglienza ai profughi greci e delle colonie d’Africa

Oltre ai profughi provenienti dai territori che dopo la guerra furono assegnati alla Jugoslavia, arrivarono in Italia profughi di origine italiana dalla Grecia e dalle Colonie d’Africa. La comunità italiana era stanziata sul territorio ellenico fin dal periodo
risorgimentale; erano in prevalenza contadini e pescatori provenienti dalla Puglia. Purtroppo, alla fine della Seconda guerra mondiale, questi furono costretti ad abbandonare le terre sulle quali erano insediati da intere generazioni a causa della politica fascista, culminata con l’invasione e l’occupazione della Grecia nel 1941.
Una sorte, la loro, simile a quella di molti altri italiani emigrati nel bacino del Mediterraneo, come le popolazioni italiane di Smirne (oggi Izmir, Turchia), che si trovarono a pagare con l’esilio una lunga serie di torti di cui non avevano alcuna responsabilità.
Insieme ad Atene e Salonicco, erano Corfù e Patrasso, affacciate sulle sponde del Mare Egeo, le città greche con le comunità italiane più numerose.
Gli Italiani delle Colonie d’Africa lasciarono i territori su apposite navi bianche organizzate dal Ministero dell’Africa italiano e dalla Croce Rossa Italiana41.
I Centri di raccolta profughi (CRP) in Puglia furono numerosi, ricavati in massima parte in conventi, magazzini dismessi, vecchie caserme e in alcuni casi ex campi di concentramento per prigionieri. Nella sola provincia di Bari, i Campi destinati agli esuli di nazionalità italiana furono otto: cinque nella sola Bari e poi ci furono quelli di Altamura, Santeramo e Barletta.
Da un carteggio del febbraio 1947 tra il Ministero della Guerra, la Prefettura di Bari e il Commissariato di polizia di Barletta possiamo comprendere la necessità impellente di quegli anni di cercare alloggi idonei a ospitare i profughi. In questo carteggio, si chiedeva al Comune di Barletta la sistemazione dei locali della caserma E. Fieramosca42 per l’imminente arrivo di profughi giuliani.
Presso l’Archivio di Stato di Bari è conservata una ricca documentazione sul Centro raccolta profughi di via Manfredi a Barletta che va dal settembre 1948 al novembre 1952. Fra l’altro, è presente la raccolta degli ordini di servizio che regolamentavano la vita del Campo. Da questi documenti possiamo comprendere come era organizzato, quali fossero le esigenze principali, i problemi a cui il comandante doveva far fronte e soprattutto come vivevano i profughi qui ospitati. Apprendiamo inoltre che il Centro, nonostante avesse una capienza di 250 posti, ospitava sempre almeno il doppio delle persone.
Gli ordini di servizio ci raccontano che i profughi, appena arrivati al Campo, dovevano registrarsi all’Ufficio anagrafe di Barletta con la qualifica di profughi ed effettuare, all’interno del Campo, il vaccino contro il vaiolo. Solo dopo questi due adempimenti acquisivano il diritto a un sussidio elargito dal Comitato di Assistenza Profughi.
I bambini frequentavano la scuola d’Azeglio e la scuola Manzoni e potevano acquistare libri a buon prezzo e a rate presso la Cartoleria Di Candia, tuttora esistente.
C’erano anche momenti di svago grazie a biglietti gratuiti messi a disposizione da associazioni sportive. Come in tutte le comunità vi erano criticità e infatti leggiamo che, a un anno dall’apertura del Campo, ovvero il 20 settembre del 1948, ci fu una rivolta dovuta al sovraffollamento della struttura, alla cattiva organizzazione e all’eccessiva promiscuità dei locali. Nei documenti si legge che, dopo l’inchiesta e l’arrivo di un nuovo comandante, alcuni profughi furono trasferiti a Santeramo.
Nel campo di Barletta sono attestate nascite, battesimi, prime Comunioni, ma anche purtroppo morti premature di bambini dovute il più delle volte all’alimentazione non sempre idonea per i più piccoli che si ammalavano di enterite. A parte alcuni sporadici episodi molto tristi come questi appena citati, il campo profughi di Barletta fu organizzato così bene da essere
considerato il migliore in tutta la provincia di Bari.
In effetti, apprendiamo che con l’arrivo del nuovo comandante gli spazi furono organizzati al meglio. Il Centro fu imbiancato, risanato e riparato; si organizzarono turni di lavoro chiedendo ai profughi di collaborare nelle mansioni a seconda della loro professione. Tubisti, manovali, imbianchini, addetti alla segreteria, infermiere si turnavano nei lavori, avendo in cambio una paga. Fu organizzato uno spazio di comunità che si trasformava in sala studio per gli studenti dalle 15 alle 17.
Nel settembre del 1950 fu autorizzata l’apertura di uno spaccio alimentare all’interno del Campo, al civico 22, organizzato da due profughi provenienti dalla Grecia a uso esclusivo dei profughi. I prezzi dovevano essere più bassi di quelli praticati in città. Periodicamente vi era un’ispezione sanitaria43. Il cappellano Giagnotti, con l’aiuto di alcuni profughi, riuscì a istituire una cappella, inaugurata il 14 agosto 1950 dall’Arcivescovo di Trani.
Disponiamo di due testimonianze di profughi giuliani transitati dal centro profughi di Barletta che ci fanno entrare nel vivo della vicenda. Si tratta di Rodolfo Decleva e Elio Hersich, entrambi fiumani.
Rodolfo Decleva ha maggiormente contribuito alla conoscenza del campo profughi di via Manfredi con alcune pubblicazioni44, prima in dialetto fiumano, poi con il suo Qualsiasi sacrificio! Da Fiume ramingo per l’Italia, pubblicato nel 2017, in cui dedica un intero capitolo a Barletta, dove giunse nel 1951 da Brindisi per ricongiungersi con i familiari dopo ben 4 anni di separazione.
Rodolfo Decleva partì da Fiume e giunse a Brindisi come profugo quando aveva poco più di 17 anni. Concluse gli studi liceali a Brindisi nel collegio Niccolò Tommaseo per studenti profughi giuliano-dalmati.
Scrive: “Eravamo 330 allievi, inquadrati come militari, ma la famiglia lontana, la terra perduta, la fame, l’impegno a far tutti il nostro dovere di studenti, sono stati gli ingredienti che ci hanno unito come fossimo fratelli […] vi rimasi fino al 1951 allorché seppi che i miei genitori, dopo tre anni di tentativi, erano riusciti a partire da Fiume con destinazione Campo profughi di Barletta45. Io, benché avessi una stanza tutta per me e un piccolo stipendio da istruttore, decisi di raggiungere i miei genitori”.
Continua: “Essere arrivati nella bassa Italia al contatto con le usanze comportamentali di una terra agricola sconosciute ai profughi della Venezia Giulia provocò inizialmente uno shock, ma poi tutto si normalizzò. Eravamo scappati dalla guerra e avevamo un tetto e inoltre non c’era più la paura dei titini46. Il Campo (di Barletta) era molto comodo, ubicato nel pieno centro della città. La gente barlettana era molto semplice e molto buona; nel mercato c’era tanta verdura e ben di Dio e tanto pesce a buon prezzo, anche se sempre coperto dalle mosche che non mancavano mai. A Barletta c’erano quattro cinema e tutti e
quattro regalavano alla Direzione del Campo tessere omaggio per entrare gratis nei giorni non festivi […].
Per l’Epifania veniva puntualmente un dirigente della Prefettura di Bari accompagnato dal Sindaco di Barletta, e portavano i pacchi dono per i bambini e davano coraggio agli adulti che avevano perso tutto. Al sabato sera una sala era adibita per il ballo grazie a due radio che suonavano al massimo volume.
Uno spaccio interno gestito dai profughi da Rodi Egeo vendeva vino, gazzose e aranciate e tutti erano contenti. Io ero considerato uno “studiato” e per questo la gente mi pregava di scrivere lettere di supplica agli Enti interessati affinché venissero riconosciuti i loro diritti per le pensioni, i danni di guerra, i beni abbandonati in Jugoslavia, i contributi INPS […] Fui preso in forza dal direttore del campo e ciò mi dava diritto ad un sussidio mensile di L. 125 giornaliere e inoltre potevo fare ogni tanto qualche quindicina di giornate di lavoro straordinario per le necessità della struttura. Lavoro nella piazza di Barletta non ce n’era perché zona agricola e vinicola e perciò ogni tanto bisognava attingere ai propri magri risparmi o alla vendita di qualche oggetto prezioso, chi che lo aveva. […] In questo ambiente ho studiato per 4 anni di notte perché non era possibile farlo di giorno per la confusione… combattendo contro le cimici che proprio di notte si mettevano in processione”.

La sala comune del Campo. Primo a sinistra in piedi, il padre di Rodolfo Decleva (archivio privato di Rodolfo Decleva).

Decleva ci racconta anche dell’amicizia con il bresciano Italo Folonari, la cui famiglia gestiva a Barletta un importante stabilimento vinicolo.
“Mio padre aveva costruito una battana a vela ormeggiata nel porto di Barletta e quando c’era bel vento andavamo a bordeggiare. “Nel 1954, continua Decleva, mi sono laureato, giusto in tempo perché un mese dopo hanno chiuso quel Campo Profughi e mi sono trasferito a Genova dove ho iniziato il nuovo round della mia vita”.
Elio Hersich47 racconta che alcune donne riuscivano a trovare lavoro a servizio presso famiglie benestanti di Barletta come sua madre: “a mia mamma le avevano trovato un posto, era da una signora di Udine, si chiamava Messinese che aveva una fabbrica di ghiaccio e confetti, e la mamma gli faceva da mangiare, gli lavava e gli stirava, perché quella lì era una gran signora […]. Quando le nostre ragazze andavano al mare, ci venivano a spiare, perché le loro andavano praticamente coi vestiti e le nostre invece in costume.
Il fatto che le donne istriane fossero aperte, ed emancipate – forse più di quelle italiane – dava adito ad apprezzamenti poco simpatici da parte dei locali, come quello che fossero di facili costumi… ma le nostre ragazze eran libere, ma avevano la testa per ragionare!
Quando le nostre ragazze andavano al mare, ci venivano a spiare, perché le loro andavano praticamente coi vestiti e le nostre invece in costume.
Il fatto che le donne istriane fossero aperte, ed emancipate – forse più di quelle italiane – dava adito ad apprezzamenti poco simpatici da parte dei locali, come quello che fossero di facili costumi […] ma le nostre ragazze eran libere, ma avevano la testa per ragionare!”.

Ritornando al campo profughi di Barletta, nel momento in cui i profughi trovavano una sistemazione lavorativa andavano via dal Campo; chi la trovava in città continuava ad avere il sussidio, ma non più l’alloggio. Molti profughi si spostarono in altre regioni italiane, altri seguirono la via dell’emigrazione verso i Paesi transoceanici: Brasile, Argentina, Canada e il Continente
australiano. Vi sono più documenti in merito provenienti da Bagnoli dai quali apprendiamo che si mettevano a disposizione numerose migliaia di posti per lavorare all’estero, ma con requisiti molto rigidi.
Nonostante la drammaticità del periodo, come abbiamo visto, molti profughi conservano un buon ricordo dei luoghi in cui erano ubicati i Campi e possiamo dire che, nonostante le difficoltà economiche degli anni del dopoguerra, Barletta seppe accogliere migliaia di profughi con uno spirito autenticamente solidale ed egualitario.

Gruppo con ragazze istriane. (Archivio privato di Rodolfo Decleva).
  1. È consigliabile leggere le pagine seguenti consultando i siti di volta in volta indicati. ↩︎
  2. Dan Stone, La liberazione dei campi. La fine della Shoah e le sue eredità, Torino, Einaudi 2017. ↩︎
  3. United Nations Archives and Records Management Section – search.archives.un.org – Summary of AG-018-009 Italy Mission 1943-1977 ↩︎
  4. search.archives.un.org – S 1461 0000 0089 00001 – Documentazione 1944 e 1945 – Lettera di Ellery W. Stone, Rear Admiral, USNR, Chief Commission indirizzata ad Allied
    Force Headquarters, G-5 Section – Subject: Turnover to UNRRA of Displaced persons
    Functions.
    ↩︎
  5. search.archives.un.org – S 1483 0000 0017 0001 – Allied Commission Camps corrispondence ↩︎
  6. UNRRA (United nations relief and rehabilitation administration) organizzò gli aiuti ai profughi di tutto il mondo. Istituita nel 1943, sciolta nel 1947, si trasformò dapprima in IRO (International Refugees Organization) e poi in UNHCR (United nations high commissioner for refugees). L’UNHCR (in Italiano ACNUR) è attiva ancora oggi. ↩︎
  7. search.archives.un.org – S 1480-0000-0058-00001. ↩︎
  8. Helena Jaklitsch Slovenski Begunci v Italiji (Rifugiati sloveni in Italia), Zaveza n.106, Dicembre 2017 https://www.zaveza.si/zaveza-st-106/#Note25 (traduzione di chi scrive). ↩︎
  9. Marjan Marolt (Vrnhica 1902 – Buenos Aires 1972) fu avvocato e storico dell’arte.
    È attestata la sua presenza nel Campo di Barletta, insieme a quella della sorella e del cognato
    Mirko Kuncic
    . ↩︎
  10. Helena Jaklitsch, Slovenski begunci v taborišèih v Italiji: 1945-1949 (Profughi sloveni nei campi in Italia), Ljubljana, Inštitut za novejšo zgodovino, 2018 / ISBN 978-961-6386-94-4. ↩︎
  11. Mirko Kuncic (Lesce na Gorenjskem 1899 – Buenos Aires 1984) fu autore di opere teatrali e di fiabe e racconti ispirati alla tradizione popolare slovena. ↩︎
  12. I matrimoni non risultano dichiarati all’Anagrafe del Comune. Probabilmente avvennero all’interno della Comunità slovena nel Campo. ↩︎
  13. Cfr. supra, nota 8 (traduzione di chi scrive). ↩︎
  14. Notizia desunta dalla consultazione dell’Archivio storico del Liceo “A. Casardi”, che ringrazio per la collaborazione. ↩︎
  15. La documentazione della Sezione di Barletta dell’Archivio di Stato (ASBAT) relativa al DP3 consiste in un faldone contenente atti notori rilasciati dal Comune di Barletta e certificati rilasciati dall’IRO. Gli atti notori sono corredati da fotografie. I certificati IRO sono copie del Control book. Sulla base di questa documentazione è stato possibile stabilire
    la presenza nel DP3 di circa mille profughi con indicazioni relative alla data di nascita, al luogo di nascita, nazionalità, data di arrivo, data di partenza.
    ↩︎
  16. L’IRO (International Refugees Organization) fu istituita nel 1947 ereditando le funzioni dell’UNRRA. Si trasformerà poi in UNHCR (United nations high commissioner for refugees). L’UNHCR (in Italiano ACNUR) è attiva ancora oggi. ↩︎
  17. Sally Mayer (1875-1953) fu un importante industriale della carta e un benefattore. Primo presidente della Comunità ebraica di Milano dopo la fine della Seconda guerra mondiale, gestì l’assistenza ai profughi, la ricostruzione del Tempio di via Guastalla, la rinascita della scuola di via Eupili, la casa di riposo di via Jommelli. ↩︎
  18. AA.VV., Scritti in onore di Sally Mayer (1875-1953). Saggi sull’Ebraismo italiano, Editrice Fondazione Sally Mayer, Scuola superiore di studi ebraici Milano, Gerusalemme, 1956. ↩︎
  19. Nell’uso politico del XX secolo il termine “Terra di Israele” indica solo quelle parti della terra che erano sotto il mandato britannico, prima della nascita dello Stato di Israele. ↩︎
  20. Le unità facenti parte del II Corpo d’Armata polacco guidato dal generale Anders. ↩︎
  21. Haganah = Difesa. È il nome dato a un’organizzazione paramilitare ebraica in Palestina durante il Mandato britannico dal 1920 al 1948. Fu poi integrata nelle Forze armate israeliane. ↩︎
  22. Commissione Alleata (Allied Commission – A.C.) Istituita il 10 novembre 1943 ai sensi dell’art. 37 dell’Armistizio siglato il 29 settembre 1943, la Commissione alleata di controllo rappresentava le Nazioni Unite con l’incarico “di regolare ed eseguire” l’armistizio in base agli ordini e alle direttive generali del Comandante Supremo delle Forze Alleate. Era dunque organo di controllo e supervisione del Governo italiano nell’amministrazione dei territori liberati. Il 24 gennaio 1944 assunse il coordinamento sia dell’amministrazione civile sia di quella militare, comprendendo nella sua giurisdizione, oltre i territori restituiti all’amministrazione del governo di Brindisi, anche quelli soggetti al Governo militare alleato (Allied Military Government – AMG). La Commissione cessò di operare formalmente il 31 gennaio 1947 (Beniculturali.it). ↩︎
  23. JOINT (American Jewish joint distribution Committee), fu fondata a New York nel 1914. Nel II dopoguerra si impegnò a sostenere i profughi con un finanziamento di oltre 227 milioni di sterline, fornendo cibo, medicinali, ma anche sostegno ai bisogni culturali, educativi e religiosi degli Ebrei. Poi, gradualmente, passò a sostenere le politiche di insediamento in Israele, organizzando corsi professionali in campo industriale, artigianale e agricolo. ↩︎
  24. Hachsharà = preparazione. Gli Hachsharot erano i corsi professionali di agricoltura: in Italia, già nel 1947 ne esistevano 17 con 1.600 residenti. ↩︎
  25. Lo Judenrat fu un corpo amministrativo che la Germania nazista impose agli ebrei rinchiusi nei ghetti del Governatorato Generale (i territori polacchi occupati dai nazisti) e più tardi nei territori occupati dell’Unione Sovietica e più in generale, anche se non con questo nome, presso tutte le collettività ebraiche nell’Europa occupata dai nazisti. Mentre alcuni studiosi hanno descritto l’istituzione degli Judenrat come collaborazionista, la questione se la partecipazione o meno allo Judenrat costituisse una collaborazione con i tedeschi rimane ancora oggi una questione controversa. ↩︎
  26. Le notizie sul DP n° 3 sono state desunte dalle seguenti fonti:
    1) Arolsen Archives – International Center on Nazi persecution – Bad Arolsen – Deutschland (arolsen-archives.org).
    2) Yad Vashem – The world Holocaust remembrance center – Gerusalemme (yadvashem.org).
    3) Beit Hatfutsot / ANU – The Museum of the Jewish people – Tel Aviv (anumuseum.org.il).
    4) Jabotinsky Institute in Israel – National culture – Zionist heritage – Tel Aviv (en.jabotinsky.org).
    5) Ghetto Fighters House Archive – Lohamer Hageta’ot – (gfh.org.il).
    6) JTA – Jewish Telegraphic Agency – (jta.org).
    7) United States Holocaust Memorial Museum – Washington (ushmm.org).
    8) Yivo Archives – Institute for Jewish research – New York (yivo.org).
    9) JDC – Archives of the American Jewish Joint Distribution Committee – New York (archives.jdc.org).
    10) Archivio di Stato di Bari – ASBA. http://www.archivi.beniculturali.it
    11) Archivio di Stato di Bari. Sezione di Barletta – ASBAT.
    12) Comune di Barletta. Ufficio anagrafe e Stato civile, via G. Marconi – Barletta.
    I siti internet citati si intendono consultati il 30 aprile 2021.
    ↩︎
  27. Dialetto parlato dalla maggioranza degli Ebrei stanziati nell’Europa centrale, discendente dall’alto tedesco medio, arricchito di elementi lessicali ebraici, slavi e neolatini, scritto in caratteri ebraici. ↩︎
  28. Vedi anche Yad Vashem, item n° 32445. Fonte: Tzila Rosenberg. Barletta 1948 – N3DPCAMP BL.12.B/18: “She’erith Hapletah”, DP Camps, Postwar period, Religious life. (L’immagine mostra tre uomini che brindano con bottiglie. Sul tavolo uova sode). ↩︎
  29. Il Betar, o anche Beitar è il movimento giovanile del Partito revisionista sionista fondato nel 1923 da Vladimir •abotinskij, precursore del movimento Herut del premier Menachem Begin (1913-1992), che divenne elemento centrale nella fondazione del partito Likud. Il movimento Betar è attualmente presente nelle comunità ebraiche di dodici Paesi. ↩︎
  30. Nel 1947 la Gran Bretagna annunciò la fine del suo mandato sulla Palestina rimettendosi per la soluzione della questione palestinese alle Nazioni Unite. Un Comitato speciale per la Palestina dell’ONU elaborò un Piano di spartizione territoriale. Il 29 novembre 1948 l’Assemblea generale dell’ONU approvò con una maggioranza di due terzi il Piano, che prevedeva la spartizione della Palestina occidentale in uno Stato ebraico e in uno arabo. Il piano fu accolto con favore dagli Ebrei, ma osteggiato dagli Arabi. Alla vigilia della scadenza del mandato britannico, il 14 maggio 1948, il presidente del Consiglio nazionale ebraico Ben Gurion proclamò la fondazione dello Stato di Israele. ↩︎
  31. ORT (Organization for Rehabilitation and Training) è un’organizzazione ebraica ancora oggi attiva, nata nel 1880 in Russia e poi diffusa in tutto il mondo, che promuove ancora oggi l’educazione e la formazione. Alla fine della II GM organizzò corsi professionali e attività formative nei campi profughi. Particolarmente grave era la situazione dei minori. ↩︎
  32. Il matrimonio non risulta dichiarato all’Anagrafe del Comune. Probabilmente avvenne all’interno della Comunità ebraica nel Campo. ↩︎
  33. La Caserma “E. Fieramosca” si trovava in via Manfredi dove ora c’è la fermata degli autobus. Fu demolita nel 1964.. ↩︎
  34. Come è noto, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 i reparti italiani furono lasciati privi di direttive, perciò alcuni militari italiani che si trovavano nei Balcani costituirono i Battaglioni Garibaldi e Matteotti dando vita alla divisione Italia che operò nei territori giuliano-dalmati al fianco dei partigiani di Tito fino al febbraio 1945. ↩︎
  35. Pseudonimo del capo militare e politico jugoslavo Josip Broz (Zagabria 1892 – Lubiana 1980). Dal 1939 fu il segretario del Partito comunista jugoslavo guidando la lotta di liberazione dall’invasore nazista e contro i fascisti croati e italiani. Fu il capo del governo della nuova Repubblica Jugoslava. ↩︎
  36. Il Trattato fu firmato il 10 febbraio 1947 dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Gli Stati sconfitti cedettero parte dei loro territori e tutte le loro Colonie. Nel caso dei territori a Est, il Trattato prescrisse che l’Italia cedesse i territori giuliano-dalmati e Fiume, a esclusione della città di Gorizia e della città di Trieste che rimase fino al 1954 territorio libero. ↩︎
  37. Accordo del 5 ottobre 1954 sottoscritto fra il Regno Unito, gli Stati Uniti, l’Italia e la Repubblica federale di Jugoslavia con il quale si stabiliva che i territori della Zona A (TLT Territorio Libero di Trieste) passassero all’amministrazione militare italiana, mentre la Zona B passasse all’amministrazione militare Jugoslava. Solo il Trattato di Osimo, del 1974 stabilì definitivamente i confini dei due Stati. ↩︎
  38. Vademecum, IRSREC (Istituto regionale per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea nel Friuli Venezia Giulia), 2019, pag. 41. ↩︎
  39. Era un’organizzazione internazionale di aiuti e finanziamenti con sede a Washington, istituita il 9 novembre del 1943. Essa aveva lo scopo di sopperire alle necessità di primaria importanza come viveri, indumenti, materie prime, macchinari, valuta. Entrata a far parte delle Nazioni Unite nel 1945 fu sciolta il 3 dicembre 1947. ↩︎
  40. E. Miletto, Istria allo specchio. Storia e voci di una terra di confine, ed. Franco Angeli, 2007. ↩︎
  41. https://www.ilsole24ore.com/art/le-navi-bianche-quando-profughi-dall-africa-erano-italiani. Consultato il 12 gennaio 2020. ↩︎
  42. Della Caserma “E. Fieramosca” si è detto nella nota 33. ↩︎
  43. Il medico addetto era il barlettano Antonio Del Salvatore. ↩︎
  44. R. Decleva, Qualsiasi sacrificio. Da Fiume ramingo per l’Italia, Il pigiama del gatto, GE, 2017. ↩︎
  45. La partenza fu ritardata perché la mamma di Rodolfo era nata a Lipa dove la lingua d’uso era il croato. Il nuovo regime cercava di trattenere tutti coloro che potenzialmente potessero avere origini slave. ↩︎
  46. Partigiani di Tito. ↩︎
  47. http://www.metarchivi.it/dett_documento.asp?id=14548&tipo=FASCICOLI_DOCUMENTI Consultato il 16 dicembre 2021.
    ↩︎

N.B. Tutti i siti citati sono stati consultati in date antecedenti alla stampa del volume “Barletta, percorsi di memoria – Dagli anni Venti al Dopoguerra”, finito di stampare nel mese di gennaio 2022.

I sacrari jugoslavi in Italia: architettura, memoria e Resistenza. Lo Spomenik di Barletta.

Architetta Rosanna Rizzi

Tra le presenze più insolite e significative del paesaggio memoriale italiano ci sono i quattro sacrari jugoslavi realizzati a Barletta, Gonars, Sansepolcro e Prima Porta. Si tratta di monumenti che appartengono a una più ampia stagione della memoria jugoslava del secondo dopoguerra, quando nella Jugoslavia socialista furono costruiti centinaia di Spomenik, cioè monumenti commemorativi dedicati alla Lotta di Liberazione, ai partigiani, alle vittime dei campi di concentramento e ai luoghi simbolici della guerra contro il nazifascismo. In Italia questi quattro sacrari rappresentano il capitolo più strettamente intrecciato alla nostra storia, perché raccontano una presenza jugoslava intrecciata profondamente con la Resistenza italiana e con la storia della Puglia, del Centro Italia e del confine orientale. Contestualizzarli dentro questa geografia più ampia è indispensabile per una loro corretta interpretazione.

Per l’ANPI BAT, questa vicenda non è soltanto un tema di architettura o di diplomazia. È una storia di lotta condivisa, di deportazione, di cura, di sepolture disperse e poi ricomposte, ma anche di riconoscimento reciproco tra popoli che avevano conosciuto sulla propria pelle la violenza fascista e nazista. I sacrari jugoslavi in Italia sono dunque luoghi della memoria antifascista europea, nodi di una rete che unisce esperienze diverse della Resistenza e della guerra di Liberazione.

A questa storia si lega anche il contributo dei partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana, a lungo poco conosciuto ma ben documentato da Andrea Martocchia e collaboratori a partire dalla loro pubblicazione del 2011. Molti di loro, già internati nei campi fascisti o presenti sul territorio italiano, parteciparono attivamente alla lotta antifascista, operando soprattutto lungo la dorsale appenninica tra Toscana, Umbria, Marche e Abruzzo, fino alla Puglia, e offrendo un apporto concreto alla Liberazione. Questa presenza, fatta di squadre, brigate e formazioni miste italo-jugoslave, lega direttamente i sacrari di Barletta, Gonars, Sansepolcro e Prima Porta alle vicende della Resistenza italiana e alla memoria comune dei due popoli.

Barletta, il primo sacrario

Il primo di questi monumenti fu realizzato a Barletta, dove l’ossario commemorativo dei combattenti jugoslavi caduti e morti in Italia meridionale e insulare venne inaugurato il 4 luglio 1970. La sua genesi va collocata nel più ampio iter diplomatico che, negli anni Sessanta, portò Italia e Jugoslavia a definire un quadro condiviso per la sistemazione delle sepolture di guerra e per la costruzione di luoghi monumentali destinati a raccogliere e ordinare le spoglie dei caduti jugoslavi presenti sul territorio italiano. In questo processo Barletta assunse un ruolo centrale per la Puglia e per l’intero versante adriatico, diventando uno dei punti di riferimento di una memoria transnazionale che univa riconoscimento dei caduti, rapporto tra i due Stati e volontà di costruire una pace concreta dopo la guerra e il conflitto ideologico del dopoguerra.

La scelta della città fu certamente favorita anche dalla presenza, nel territorio, di strutture sanitarie e assistenziali che avevano accolto militari jugoslavi feriti, ma ridurre tutto a questo aspetto significherebbe perdere il senso politico e istituzionale dell’opera. Il monumento nacque infatti come esito di accordi, interlocuzioni e concessioni formali, all’interno di una cornice in cui il sindaco Michele Morelli, vicino ad Aldo Moro, ebbe un ruolo decisivo nel concedere l’area cimiteriale per la costruzione dell’ossario, interpretando quel gesto come atto di rispetto, di pace e di fraternità tra i popoli.

Il progetto fu affidato a Dušan Džamonja e all’architetta Hildegard Auf-Franić, vincitori di un concorso bandito in Jugoslavia nel 1968. L’opera che ne nacque è uno dei più intensi esempi di linguaggio memoriale jugoslavo in Italia. Il monumento si sviluppa in modo radiale attorno a un nucleo centrale ipogeo, con grandi volumi in cemento armato che convergono verso l’interno e con una cripta che raccoglie le spoglie dei caduti. La luce zenitale dell’oculo, il mosaico rosso e le superfici bronzee costruiscono uno spazio di forte intensità simbolica, in cui il dolore si trasforma in memoria condivisa. La terrazza che si apre verso il mare rafforza il legame con l’altra sponda dell’Adriatico, trasformando il sacrario in un ponte visivo e ideale tra Puglia e Jugoslavia.

Come accade anche negli altri tre sacrari, l’organizzazione interna delle due cripte, simmetriche rispetto all’asse visivo, insiste sulla dimensione individuale della memoria: le urne zincate, contrassegnate da una stella rossa e dai dati essenziali della persona ricordata, sono accompagnate da solenni porte in bronzo con i nomi dei caduti e dei dispersi, componendo un elenco che rende percepibili le singole storie dentro il quadro collettivo. In questo modo l’ossario si presenta insieme come spazio comune di sepoltura e come luogo di riconoscimento puntuale, in cui la memoria dei singoli viene preservata accanto al racconto della guerra di Liberazione.

Oggi, però, lo Spomenik di Barletta non è soltanto un monumento di grande valore storico e architettonico, ma anche un’opera fragile, esposta al degrado dovuto al clima marino e alla complessità della sua tutela dopo lo smembramento della Jugoslavia. Proprio per questo la sua conservazione richiede attenzione continua, perché la perdita di materia rischia di tradursi anche in perdita di memoria.

Gonars, il fiore del confine orientale

Il secondo memoriale è quello di Gonars, in provincia di Udine, inaugurato il 10 dicembre 1973 su progetto di Miodrag Živković. La sua presenza ha un significato storico fortissimo, perché sorge accanto a uno dei luoghi più emblematici dell’internamento fascista di civili sloveni e croati: il campo di Gonars, attivo tra il 1942 e il 1943, dove le condizioni di vita provocarono centinaia di morti, in gran parte donne, uomini e bambini deportati dai territori jugoslavi occupati. Il sacrario raccoglie quasi cinquecento vittime della guerra di Liberazione dal nazifascismo; salvo poche eccezioni, non si tratta di combattenti, ma soprattutto di civili morti nei campi di concentramento allestiti dal regime fascista.
Dal punto di vista spaziale, il monumento si raggiunge attraverso un accesso autonomo e un percorso rettilineo che introduce a una scalinata ribassata, quasi a separare il visitatore dal resto del cimitero. Al centro si apre il nucleo dell’ossario, organizzato attorno a un grande mosaico rosso, originariamente in vetro di Murano, che costituisce il perno visivo e simbolico dell’intera composizione. L’insieme prende la forma di un grande fiore stilizzato che emerge dal terreno: i “petali” in granito rosso e i “pistilli” in acciaio inox costruiscono una figura astratta ma fortemente evocativa, interrotta solo dalle due gradinate che consentono l’accesso e la risalita. Intorno a questo cuore ipogeo, Živković dispone altri elementi che ampliano il significato del memoriale: una serie di setti bianchi con le targhe bronzee dei caduti e dei dispersi, leggibili anche come un richiamo plastico alla palizzata del campo, e un secondo gruppo di elementi verticali spezzati che accompagnano l’iscrizione commemorativa. La forza del sacrario sta anche nel percorso che propone: la discesa verso il centro, il rosso del mosaico, la densità dei materiali e poi la risalita verso uno spazio più aperto costruiscono un’esperienza che accompagna il visitatore dal dolore alla pace, dalla costrizione alla liberazione.

Sansepolcro, il sacrario degli Slavi

Il terzo sacrario è quello di Sansepolcro, inaugurato il 15 dicembre 1973 e firmato dallo scultore Jovan Kratohvil. Anche qui la scelta del luogo è strettamente connessa alla storia dei campi di concentramento fascisti, in particolare al campo di Renicci, nel comune di Anghiari, dove furono internati, in condizioni durissime, migliaia di civili jugoslavi provenienti dai territori occupati considerati ostili o pericolosi dal regime fascista, con almeno centosessanta morti tra l’autunno 1942 e l’inverno 1943. Il memoriale raccoglie 446 urne e custodisce la memoria di centinaia di altri caduti e dispersi, provenienti da diverse regioni della ex Jugoslavia, molti dei quali morti in Italia durante la detenzione nei campi o nella lotta di Liberazione in Italia centrale. In questo senso il sacrario non ricorda soltanto le vittime della prigionia, ma anche i caduti in combattimento nelle formazioni partigiane attive tra Toscana, Umbria e Marche.
Dal punto di vista architettonico, lo Spomenik di Sansepolcro unisce una presenza plastica esterna a uno spazio ipogeo di raccoglimento, creando un equilibrio tra visibilità monumentale e intimità funebre. All’esterno, la grande scultura si impone come segno forte nel cortile del cimitero, mentre all’interno la cripta accoglie le urne zincate, simili a quelle di Barletta, a cui si affiancano grandi lastre in bronzo con i nomi dei caduti e dei dispersi. In questo modo il memoriale costruisce una vera “stanza della memoria” e non si limita a segnare un luogo di sepoltura: diventa una soglia tra il presente e la storia degli internati di Renicci e dei partigiani jugoslavi caduti in Italia centrale.

Prima Porta, la chiusura del sistema

Il memoriale di Prima Porta, inaugurato il 22 settembre 1978 nel cimitero Flaminio di Roma e progettato da Ljubomir Denković con Savo Subotin, rappresenta l’ultimo tassello del sistema dei sacrari jugoslavi in Italia. È anche il solo realizzato dopo i Trattati di Osimo, e per questo assume un significato particolare, perché si colloca in una fase ormai diversa dei rapporti tra Italia e Jugoslavia. Qui la memoria dei caduti passa da un segno funerario a un segno di riconoscimento reciproco maturato in un contesto politico più maturo.

Il monumento ha un linguaggio misurato, quasi raccolto. La scultura centrale emerge da un piccolo giardino come una forma vegetale stilizzata, quasi un fiore di pietra che rompe la superficie del terreno, mentre intorno i percorsi, le lapidi e i blocchi lapidei organizzano lo spazio con semplicità e precisione. Come negli altri sacrari, la cripta e le iscrizioni danno forma a un luogo di raccoglimento che unisce sepoltura, meditazione e riconoscimento pubblico, che parla con toni diversi rispetto a Barletta o Gonars, ma raggiunge lo stesso obiettivo: restituire ordine a una memoria dispersa.

Particolarmente significativa è la presenza della lapide dedicata ai partigiani del monte Nanos, in Slovenia, fucilati a Forte Bravetta, perché lega il sacrario romano alla repressione nazifascista nella capitale. Anche qui, il monumento non si limita a segnare un luogo funebre: ricompone una geografia della guerra e della morte, dando un volto unitario a spoglie e nomi che erano rimasti sparsi tra cimiteri, carceri e isole di detenzione.

Un sistema memoriale

Considerati insieme, Barletta, Gonars, Sansepolcro e Prima Porta formano un vero e proprio sistema memoriale jugoslavo in Italia. Non sono quattro episodi separati, ma quattro capitoli di una stessa storia: la storia dei combattenti e dei civili jugoslavi che combatterono, soffrirono, morirono o furono internati sul territorio italiano durante la Seconda guerra mondiale. Sono anche il segno di una scelta politica precisa: quella di dare forma monumentale a una memoria della Liberazione che superasse i confini nazionali e riconoscesse il valore della lotta antifascista come patrimonio comune.

Questo sistema ci parla ancora oggi. Ci ricorda che la Resistenza non fu solo italiana, ma europea e transnazionale; che la Puglia fu una terra di approdo e di cura; che i campi fascisti in Italia furono luoghi di violenza reale, non astrazioni; e che la memoria dei caduti jugoslavi continua a interrogare il presente. Per l’ANPI BAT, questi sacrari sono luoghi da conoscere, difendere e raccontare, perché custodiscono una parte importante della nostra storia democratica e della Liberazione dal nazifascismo.

Da questa vicenda può nascere anche un percorso di gemellaggi tra le ANPI presenti nei territori vicini agli Spomenik di Barletta, Gonars, Sansepolcro e Prima Porta, così da rafforzare la conoscenza, la valorizzazione e la tutela di questi monumenti. Un simile percorso potrebbe inoltre aprire ulteriori spazi di dialogo e collaborazione culturale con le repubbliche sorte dalla fine della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, nella convinzione che la memoria della Resistenza e della Liberazione possa continuare a essere un terreno di incontro, riconoscimento reciproco e responsabilità condivisa.

Bibliografia

  • G. Colantuono, A. Capanna, R. Rizzi, A. Martocchia, Una Resistenza Internazionale. Partigiani jugoslavi in Puglia, quindici anni di ricerche, Atti del Convegno della Fondazione Gramsci di Puglia (Bari-Barletta 27/10/2025), «Quaderni di Comunità», 2026.
  • S. Makiedo, La prima missione partigiana – Prva partizanska misija (trad.it. a cura di A. Capanna, A. Martocchia, R. Rizzi) Jugocoord, 2025 (Prima edizione: Belgrado 1963).
  • E. Toniato, Ossario Commemorativo dei Caduti Jugoslavi a Barletta. Dal cantiere di costruzione al cantiere di restauro / Commemorative Ossuary of Yugoslav Fallen in Barletta: from the construction site to the restoration site, in «Restauro Archeologico», n. 33 (1 Special Issue, vol. II), pp. 368-373. DOI: 10.36253/rar-19092, 2025.
  • P. Mariani, I sacrari jugoslavi in Italia: storia e caratteri, Tesi di laurea, Milano 2024.
  • E. Toniato, SPOMENKOSTURNICA. Ossario dei Caduti Slavi a Barletta 1970. Strumenti per un piano di conservazione e fruizione di un monumento del XX secolo, tesi di specializzazione, IUAV, 2021.
  • D. Niebyl, Spomenik Monument Database, London 2018.
  • M. De Sabbata, “Il sacrario memoriale dei caduti jugoslavi a Gonars di Živković, 1971-1973”, in P. Nicoloso, Le pietre della memoria. Monumenti sul confine orientale, Udine, 2015.
  • A. Martocchia, I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana. Storie e memorie di una vicenda ignorata, Roma 2011 (con contributi di I. Pavićević, S. Angeleri, G. Colantuono).

Risorse e approfondimenti digitali sull’Ossario di Barletta

Facebook:                Spomenkosturnica Barletta

Flickr:                       Archivio fotografico Spomenkosturnica

Academia.edu:        Brochure Ossario dei Caduti Jugoslavi di Barletta (1970) (traduzione in italiano)

Per contatti

spomenkosturnica.barletta@gmail.com

Autrice dell’articolo

Rosanna Rizzi è un’architetta nata a Barletta, iscritta all’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Barletta-Andria-Trani.

Nel corso della sua carriera ha sviluppato competenze specifiche nella pianificazione territoriale, nell’urbanistica, nella fotointerpretazione satellitare tramite sistemi GIS e, in particolare, nell’architettura del paesaggio. Ha collaborato a diversi progetti e iniziative scientifiche e didattiche sul territorio, anche in sinergia con il Politecnico di Bari e la Provincia BAT (come le attività legate al Patto della Valle dell’Ofanto).

Tra i suoi impegni più significativi:

Fin dal 2003 si occupa attivamente della ricerca storica e del recupero dello Spomen Kosturnica situato nel cimitero monumentale di Barletta (l’ossario progettato dallo scultore Dušan Džamonja e inaugurato nel 1970 per ricordare i caduti jugoslavi della Seconda Guerra Mondiale). È tra i promotori e animatori del Coordinamento per la Difesa dello Spomenik, nato per salvaguardare, valorizzare e far conoscere questo importante monumento della memoria contemporanea.

Partecipa attivamente a progetti di rilettura degli spazi urbani, promuovendo cammini storici e passeggiate collettive volte a riscoprire il territorio e l’architettura cittadina sotto l’aspetto sociale e culturale.

Foto

L’immagine riporta le fotografie dei modelli degli ossari pubblicate sulle copertine delle rispettive brochure di inaugurazione, edite dalla Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia.

Vista dello Spomenik di Barletta dalla scalinata di accesso verso il nucleo centrale. Sul fondo è visibile la terrazza che si affaccia verso il mare Adriatico e verso la Jugoslavia. Rosanna Rizzi, 12/08/2017.

La composizione delle steli e delle vele che convergono verso il centro del monumento. Rosanna Rizzi, 12/08/2017.

Il piano inferiore dello Spomenik di Barletta verso la scalinata in granito. Al centro il mosaico in tessere di colore rosso; lungo le pareti si trovano i rilievi in bronzo dello scultore Dušan Džamonja e, oltre il varco, le cassette con le spoglie dei caduti jugoslavi. Rosanna Rizzi, 15/12/2025.

Vista del nucleo dello Spomenik di Gonars. Fonte: sito Onoranze Funebri Marchetti, immagine pubblicata nella pagina “Gonars, un cimitero che dà spazio alla memoria”. https://www.onoranzefunebrimarchetti.it/images/informazioni-utili/Gonars-un-cimitero-che-da%CC%80-spazio-alla-memoria.jpeg

La grande presenza scultorea del Sacrario di Sansepolcro. Rosanna Rizzi, 26/07/2024.

L’accesso alla cripta dell’Ossario di Sansepolcro. Sulle porte e sulle lastre bronzee poste ai lati sono riportati i nomi di caduti e dispersi. Rosanna Rizzi, 26/07/2024.

Vista complessiva dall’alto dello Spomenik di Sansepolcro. Rosanna Rizzi, 26/07/2024.

Il Sacrario di Prima Porta nel Cimitero Flaminio di Roma. Andrea Martocchia, 06/04/2026. Utilizzo autorizzato dall’autore.

Le famiglie Degno e Vitrani: tra Barletta e la Resistenza settentrionale

Il presente contributo intende analizzare l’intreccio tra flussi migratori interni e partecipazione alla lotta di Liberazione attraverso il caso di studio delle famiglie Degno e Vitrani.

Originarie di Barletta, queste famiglie incarnano il legame identitario e politico che unì il Mezzogiorno alle regioni del Nord Italia durante il biennio 1943-1945, evidenziando come la Resistenza non fu un fenomeno esclusivamente territoriale, bensì un movimento di riscatto nazionale alimentato da una fitta rete di legami parentali e solidarietà regionale.

Le radici barlettane e la diaspora migratoria

L’indagine storica che ha portato alla ricostruzione delle vicende delle famiglie Degno e Vitrani, è iniziata dall’analisi dei registri anagrafici della Barletta di inizio secolo. La figura cardine è Pietro Degno (1879-1951), barbiere. Dal primo matrimonio con Savina Lanotte, che muore a soli 26 anni nel 1907, e da quello successivo con Serafina Vitrani, nascono 7 figli: Antonio, Angela, Barbara, Raffaele, Maria (riportata nei registi anagrafici come Degni e non Degno), Teresa e Ruggiero (anche lui riportato nei registi anagrafici come Degni e non Degno).

Certificato anagrafico della famiglia di Pietro Degno

L’aspirazione e la ricerca di un lavoro che assicurasse una vita più dignitosa, diede origine a percorsi che condurranno i nuclei familiari verso Torino e Bologna. Questo spostamento geografico, tipico del primo dopoguerra ma non solo, non recise i legami con la terra d’origine, ma creò un ponte ideale che, dopo l’8 settembre 1943, si trasformò in una rete di opposizione al Regime. La migrazione dei Degno e dei Vitrani rappresenta dunque un microcosmo di quella “circolazione dei valori” che portò molti figli del Sud a lottare e a morire per la liberazione di città e valli settentrionali.

Il martirio di Ruggiero e di Walter Degno

Ruggiero Degno nasce a Barletta il 4 novembre 1921, in vicoletto Canne 12. Nel 1925 la famiglia emigra a Rivoli (To). Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’inizio dell’occupazione tedesca, il 1° maggio 1944, Ruggiero entra nella 45ª Brigata della 12ª Divisione Autonoma “Bra”. Il 22 luglio 1944, proveniente da Scalenghe, giunge a Ceresole d’Alba (CN) una colonna della Luftwaffe Sicherungs Regiment “Italien” (il Reggimento di Sicurezza della Luftwaffe) comandata dal tenente colonnello Fritz Herbert Dierich con uomini della Legione autonoma “Ettore Muti” e della Brigata nera mobile: circondano il paese, rastrellano la campagna e catturano alcuni partigiani e giovani renitenti alla leva. Dopo un processo farsa, nonostante l’intervento del parroco don Pietro Cordero che offre la sua vita in cambio di quella dei giovani, i condannati sono impiccati ai balconi dell’albergo “La Campana” e a quello di una casa adiacente. Ruggiero non muore immediatamente, uno degli aguzzini si aggrappa a lui fino a quando non è sicuro che sia morto. L’albergo è dato alle fiamme e gli impiccati cadono al suolo, ma vengono riappesi e lasciati esposti fino al giorno successivo sotto la minaccia di distruggere il paese nel caso fossero stati rimossi. Il Comune di Ceresole d’Alba ha intitolato alle giovani vittime la Via Martiri di Ceresole e un monumento lapide con i nomi dei martiri.

Ruggiero Degno.
Foto dal Fondo dell’Associazione nazionale famiglie martiri caduti per la libertà di Torino
Ruggiero Degno. Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto

Walter Degno nasce a Bologna il 3 maggio 1926 da Antonio e Laura Pazzaglia. Dopo l’8 settembre 1943 e prima di sfollare con la famiglia sulle colline di Modena, ricopre l’incarico di commissario politico nella Brigata “Stella rossa Lupo”. Stabilitosi a Monteombraro, che lascia il 1º giugno 1944 per unirsi ai partigiani della zona, il 17 luglio viene catturato nel corso del rastrellamento deciso dal capitano Enrico Zanarini comandante della famigerata banda fascista “Compagnia della Morte” che si rese responsabile di almeno 80 omicidi. Alle 19 del giorno successivo, Walter e gli altri partigiani catturati vengono impiccati. Nella lettera lasciata da Walter Degno ai genitori, scrive: «Papà, Mamma: vostro figlio muore da forte» e in quella a genitori, parenti e compagni di lotta: «Babbo, mamma, parenti, amici di lotta, non piangete la mia tragica e prematura morte. Voi lo sapete: le mie ultime parole furono queste: “Muoio da forte”. Nell’ora suprema io chiedevo per me e per voi la luce e il conforto della fede: per me che vedevo la morte faccia a faccia, per voi che per vivere avete bisogno di credere che un giorno ci ricongiungeremo in cielo. Valgano il dono della mia giovane vita, il vostro grande dolore, il diuturno sacrificio dei compagni di lotta, a dare alla nostra Patria, quella vita nuova che noi abbiamo ardentemente desiderato e per la quale abbiamo avuto stroncata la nostra promettente giovinezza».

Walter Degno.
Foto dal sito “Storia e memoria di Bologna”

La “Famiglia simbolo della Resistenza italiana”: i Vitrani in Val Sangone

Un caso di particolare interesse – non solo storiografico – è rappresentato dalla famiglia di Michele Vitrani e Angela Degno che si sposano, a Barletta, il 14 luglio 1924 per emigrare a Torino nell’ottobre dello stesso anno. Dopo l’armistizio entrambi scelgono di aderire alla Resistenza.

Da sinistra Giuseppe Alberto Vitrani e Angela Degno e al centro, a destra della bandiera, Michele Vitrani nel corso di una commemorazione dei partigiani fucilati al Poligono del Martinetto a Torino.
Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto

Michele Vitrani nasce a Barletta il 1° gennaio 1898. Trasferitosi a Torino, dove abita in Via Pollenzo 46, trova lavoro come tranviere. A partire dal giugno 1944 entra a far parte della banda “Nino-Carlo” per passare, poi, dal 1° giugno 1944 nella 43a Divisione “De Vitis”, nella Brigata che sarà intitolata al figlio Ruggero. Muore a Baldissero Torinese nel 1984.

Michele Vitrani.
Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto

Angela Degno nasce a Barletta il 25 giugno 1902. Anche lei aderisce alla Resistenza nella banda “Nino-Carlo” col nome di battaglia “Mamma Vitrani” per passare poi, dal 1° settembre 1944, nel Comando della 43a Divisione “De Vitis”. Muore a Torino nel 1975.

Angela Degno.
Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto

I loro tre figli, Ruggero, Pietro e Giuseppe Alberto fanno la stessa scelta dei genitori per dare il loro contributo alla Lotta di Liberazione.

Ruggero Vitrani nasce a Torino il 23 marzo 1925. Già a partire dal settembre 1943 entra nella banda “Nino-Carlo” con il nome di battaglia “Gero”. Durante il periodo di militanza partigiana Ruggero partecipa a numerose azioni di guerriglia (tra queste l’assalto ad un posto di blocco in via Nizza a Torino) e, il 16 ottobre 1944 viene nominato vice-comandante della Brigata. Appena un mese più tardi, il 16 novembre, viene catturato a Villarbasse mentre sta svolgendo una missione al comando di una squadra di partigiani. La sua strenua resistenza permette comunque ai suoi compagni di mettersi in salvo. Dopo tre mesi di prigionia presso le carceri “Le Nuove” di Torino dove conosce padre Ruggero Cipolla, frate francescano e cappellano delle carceri, che gli rimarrà vicino fino alla fine e che ricorderà la figura di Ruggero Vitrani nel suo libro “I mie condannati a morte” pubblicato nell’immediato dopoguerra e ristampato nel 1998. Ruggero viene fucilato a Torino presso il Poligono Nazionale del Martinetto il 16 gennaio 1945. Dopo la sua morte la banda “Nino-Carlo” diverrà brigata “Ruggero Vitrani”. É stato insignito della Medaglia d’argento al Valor militare alla memoria. La strada di Villarbasse che aveva visto la sua cattura è stata successivamente intitolata ai fratelli Vitrani.

Ruggiero Vitrani.
Foto dal Fondo Associazione nazionale famiglie martiri caduti per la libertà di Torino

Pietro Vitrani nasce a Torino il 26 novembre 1926. Anche lui, il 1° marzo 1944 entra nella banda “Nino-Carlo” col nome di battaglia “Pierino”. Viene catturato a Prà Fieul (Giaveno). A raccontare la morte di Pietro è Don Carlo Busso viceparroco di Giaveno e partigiano combattente nella stessa Brigata dei fratelli Vitrani: «Nella Vallata del Sangone è in corso un violento e poderoso rastrellamento. È la notte tra il 2 e il 3 dicembre: i Tedeschi e repubblicani sono in agguato sopra la Maddalena, verso Prà Fieul, tratto tratto s’ode qualche colpo di moschetto, qualche raffica di mitraglia. Si dice che la compagnia di un’arma infonda coraggio al timido! Improvvisamente un gemito s’unisce agli spari: un sergente della Littorio è ferito, non da partigiani (come più tardi affermò il sergente stesso all’ospedale) ma da un tedesco per errore. La ferita minaccia cancrena: esige l’amputazione del piede; bisogna dare una lezione ai partigiani, si ricorre alla “legittima” difesa tedesca: la rappresaglia! Deve perire un ribelle della montagna. I Tedeschi hanno nelle mani un patriota della Brigata Carlo: Pierino Vitrani, fratello dell’eroico “Gero”. […] Dopo lunga insistenza di un ufficiale italiano, mi viene concesso di avvicinarlo e di comunicargli la sua prossima fine. Il poveretto all’apparire di un ministro di Dio scatta in piedi, getta le braccia e le mani bagnate di sudore freddo al mio collo; dalla gola secca esce un gemito: “Mi uccidono?” […]. Prima è la disperazione, ma a poco a poco la sua fronte si rasserena. […] Fuori sulla piazza, una fisarmonica con ritmo stupido, suona una canzone sguaiata. Vicino al morituro i Tedeschi consumano la colazione tra il fumo e gli schiamazzi. Hanno ancora sete, vogliono sangue umano, il sangue innocente di Pierino. Giunge un ufficiale, dà un ordine gutturale ed energico. […] La folla muta fa da ala al piccolo e triste corteo, Pierino è sostenuto da me, il volto bruno reso più scuro da una cornice di capelli neri, s’è fatto color terra. Parla a scatti, ansimante, confida le sue ultime volontà. “Salutami e abbracciami il mio papà, la mia mamma, il fratello minore, Rosina, non dimentichi mio fratello Gero che è alle Nuove per la stessa causa”. […] Pierino sta faticando per togliere dal dito l’anello, il dito è gonfio perché il sangue quasi non circola più. Con uno strappo riesce a liberarlo, me lo consegna dicendo: “Lo consegni a mia madre, è l’unico ricordo che mi rimane”. […] Pierino esprime il suo ultimo desiderio. “Dica ai Tedeschi che non sparino alla testa, per non essere sfigurato, verrà forse mia mamma a vedermi”. Dopo una breve pausa continuò: “Voglio vedere ancora una volta il sole”. Lo fissa, beve quasi i suoi raggi che filtrano a stento attraverso le nubi e l’aria fredda dicembrina. Non vuole avere gli occhi bendati perché un patriota non teme la morte tante volte sfidata audacemente. Gli sono ancora accanto: la preghiera e un ultimo abbraccio. “In Lei abbraccio tutti i miei cari”. Stringe tra le dita il crocifisso. Attende. Una scarica rompe il silenzio. Il giovane corpo piega su sé stesso e cade. Il sangue esce arrossando la divisa partigiana, filtra nella terra».

Pietro Vitrani.
Foto dal Fondo Associazione nazionale famiglie martiri caduti per la libertà di Torino

Giuseppe Alberto Vitrani nasce a Torino il 5 settembre 1928. Dal 1° maggio 1944 è effettivo nella banda «Nino-Carlo» prendendo il nome di battaglia “Berto”. Il 15 novembre abbandona la Resistenza rientrandovi a partire dal marzo 1945 tra le file della 24ª Brigata SAP “Lino Rissone” operante a Torino. Muore nell’aprile 1980 a Torino.

Giuseppe Alberto Vitrani.
Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto

La fontana monumentale di Coazze

La fontana monumentale, costruita nel 1980 e dedicata dal Comune di Coazze alla famiglia Vitrani, riporta in una delle tre lapidi che la ornano la seguente epigrafe: «Alla famiglia Vitrani / che di questa / scelta suprema / fu con l’impegno di / tutti i suoi membri / e con la morte di / due suoi figli / testimone esemplare / Coazze grata dedica / 25 aprile 1980 [lapide anteriore]»

La fontana monumentale di Coazze.
Foto dal sito “I Luoghi della Memoria – La Resistenza in Val Sangone”

Ringraziamenti

Sento di dover ringraziare in modo particolare Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto: senza i suoi preziosi consigli, i documenti e le foto che mi ha dato tanto generosamente, non sarebbe stato possibile ricomporre la storia di queste due famiglie.

Un ringraziamento anche a Giuseppe De Luca e a Domenico Sforza che hanno messo a mia disposizione la documentazione conservata negli archivi anagrafici barlettani.

Roberto TarantinoPresidente onorario ANPI Barletta Andria Trani “Anna Maria Mascherini e Francesco Gammarota”Search:

Nessuna Grazia: Damato racconta a Bisceglie l’incontro tra Gramsci e Pertini


Una serata dedicata alla memoria, alla libertà e al coraggio. Con Cosimo Damiano Damato la presentazione di Nessuna grazia, il racconto intenso dell’incontro tra Gramsci e Pertini nel carcere di Turi, negli anni più oscuri del fascismo. Tra celle, pensieri interrotti e resistenze che non cedono, il libro illumina la forza di un’amicizia nata nell’ingiustizia e diventata testimonianza civile.
Un romanzo storico che restituisce la densità di una stagione che ha segnato il Paese e che ancora oggi ci chiede attenzione e responsabilità.
Presenta Lea Durante. In collaborazione con ANPI Bisceglie e Arci Oltre i Confini Bisceglie.
Appuntamento alle Vecchie Segherie Mastrototaro, giovedì 18 Dicembre alle ore 19.00.

Giornata nazionale della memoria degli IMI: Comunicato

Giornata nazionale della memoria dei militari italiani deportati e internati nei lager nazisti (20 settembre 2025)

Carissim@,
il 20 settembre celebreremo in tutta Italia, per la prima volta, la Giornata nazionale della memoria dei militari italiani deportati e internati nei lager nazisti.

Dopo l’8 settembre 1943, oltre 650.000 soldati italiani furono catturati dai tedeschi. Privati dello status di prigionieri di guerra, vennero classificati da Hitler e Mussolini come Internati Militari Italiani (IMI) e deportati nei campi di prigionia in Germania e Polonia. Questa speciale “classificazione” impedì ai prigionieri di essere tutelati dalla Convenzione di Ginevra e permise ai due dittatori di poter sfruttare questi prigionieri a loro uso e consumo. A questi prigionieri fu imposto il lavoro coatto nella produzione di armi e vettovaglie per il proseguo della guerra, la fame e le più dure privazioni. Più di 50.000 non tornarono mai a casa.

Il 20 settembre 1943 segna la data simbolica dell’inizio delle deportazioni di massa dei militari italiani catturati dopo l’armistizio. Quel giorno, infatti, partirono i primi grandi convogli diretti in Germania e nei territori occupati, segnando l’inizio del dramma collettivo degli IMI.

Per questo, la legge n.6 del 13 gennaio del 2025 ha scelto il 20 settembre: non solo per ricordare le sofferenze, ma anche per onorare la dignità e il coraggio di chi, rifiutando quotidianamente di collaborare con i nazisti, compì un atto di resistenza senza armi, oggi riconosciuto come parte integrante della Resistenza italiana e della Storia repubblicana. Fu definita, non a caso, l’Altra Resistenza da un segretario nazionale del partito comunista italiano, Alessandro Natta, anch’esso deportato nei lager nazisti.

La stragrande maggioranza rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana o di combattere ancora al fianco di Hitler. Un atto silenzioso ma determinante per la dignità dell’Italia.

A loro va tutta la nostra gratitudine.
A noi spetta il compito di trasmettere la memoria e di difendere i valori per i quali hanno sofferto e resistito: la democrazia e la Carta costituzionale.

Anche nella nostra provincia BAT contiamo per difetto 3000 internati di cui più di 355 a Bisceglie.

Con l’occasione riportiamo i nomi dei medagliati biscegliesi e un plauso all’Ing. Pietro Preziosa, vice presidente dell’Anpi di Bisceglie, per la passione e il lavoro profuso in questi anni. Pietro, figlio di internato militare, fu Francesco, in questi ultimi anni ha dedicato ed è sempre a disposizione di tutti i cittadini che ne facciano richiesta, a preparare l’istanza di riconoscimento della medaglia d’onore.

Questi i biscegliesi medagliati:

AMORUSO FRANCESCO 21.05.2018 BISCEGLIE
AMORUSO LEONARDO, 5 febbraio 1914 a Bisceglie
ANGELICO Giovanni, SARTO, 22.02.1922 a BISCEGLIE
ANTONINO Leonardo, 18.03.1915 BISCEGLIE
BALDINI Francesco nato il 25.11.1916 a BISCEGLIE
DI CEGLIE PANTALEO nato il 24. 04.1911 a BISCEGLIE
FRANCIOLI GIOVANNI nato il 28.02.2022 A PORTICI (NA)
FRISARI VINCENZO di Nicola, nato il 23. 06.1916 a BISCEGLIE
LEUCI GIOVANNI nato il 20. 10.1919 a BISCEGLIE
LOSCIALE MAURO Nato a Bisceglie il 4 gennaio 1916
PAPAGNI GIUSEPPE, Agricoltore, 17.05.1924 a BISCEGLIE
PEDONE ANTONIO, Agricoltore. Nato il 26 maggio 1923 a Bisceglie
PELLEGRINI VINCENZO Carrettiere, 03. 01.1920 a BISCEGLIE
PREZIOSA FRANCESCO Agricoltore, 23. 01. 2023 BISCEGLIE
STANCA GIUSEPPE , 5 gennaio 1922 a SOLETO (LE)
TODISCO GIUSEPPE, maniscalco. 28 ottobre 1919 a Bisceglie
COLAMARTINO MAURO nato il 27.02.1917 a BISCEGLIE (in attesa di consegna)

*In giallo coloro non nati a Bisceglie ma partiti da Bisceglie e registrati al distretto di Barletta.

Rosalba D’Addato
Presidente ANPI Bisceglie
Antonello Rustico
Presidente provinciale ANPI BAT

Pietro Vitrani. Una vittima innocente.

La ricerca storica, anche quella condotta da non professionisti ma da dilettanti curiosi, impegnati e appassionati, non smette mai di riservare sorprese. Spesso importanti documenti sono conservati tra le memorie di famiglia e sfuggono alla costruzione di una “memoria collettiva”.

Qualche giorno fa Claudio, figlio di Giuseppe Alberto Vitrani, il minore dei tre fratelli Vitrani (https://www.anpibat.it/la-famiglia-vitrani/) mi ha mandato la fotografia del padre che, all’epoca, aveva poco più di 15 anni e il racconto, scritto da Don Carlo Busso viceparroco di Giaveno e partigiano combattente nella stessa brigata dei fratelli Vitrani, degli ultimi momenti di vita dello zio Pietro Vitrani, prima di essere fucilato a Giaveno (TO).

PIERINO VITRANI. UNA VITTIMA INNOCENTE

Nella Vallata del Sangone è in corso un violento e poderoso rastrellamento: novembre – dicembre 1944. I giorni passano lenti, il terrore appare sul volto di ognuno.

I diciassette fucilati sulla piazza di Giaveno davanti agli occhi larghi, fissi, senza lacrime di tutta la popolazione (il 29 novembre 1944, in piazza San Lorenzo a Giaveno furono fucilati per rappresaglia 53 civili e 17 partigiani. ndr).

È la notte del 2-3 dicembre: i Tedeschi e repubblicani sono in agguato sopra la Maddalena, verso Prà Fieul, tratto tratto s’ode qualche colpo di moschetto, qualche raffica di mitraglia.

I nazifascisti sparano nel buio, tra insidie e brutte sorprese della montagna. Si dice che la compagnia di un’arma infonda coraggio al timido!

Improvvisamente un gemito s’unisce agli spari: un sergente della Littorio è ferito, non da partigiani (come più tardi affermò il sergente stesso all’ospedale) ma da un tedesco per errore. (La 2ª Divisione granatieri “Littorio” fu una delle quattro divisioni regolari dell’Esercito della Repubblica Sociale Italiana di Benito Mussolini. ndr).

La ferita minaccia cancrena: esige l’amputazione del piede; bisogna dare una lezione ai partigiani, si ricorre alla “legittima” difesa tedesca: la rappresaglia! Deve perire un ribelle della montagna.

I Tedeschi hanno nelle mani un patriota della Brigata Carlo: Pierino Vitrani, fratello dell’eroico Gero (alla cui memoria verrà intitolata la medesima Brigata).

Sono le 9 del mattino, 3 dicembre, giorno festivo. Sei Tedeschi che hanno prigioniero Pierino, entrano nell’albergo Campana di Giaveno.

Consumano un’abbondante colazione; dalla stanza attigua attende la sua sorte incerta il patriota.

Dopo lunga insistenza di un ufficiale italiano, mi viene concesso di avvicinarlo e di comunicargli la sua prossima fine. Il poveretto all’apparire di un ministro di Dio scatta in piedi, gettò le braccia e le mani bagnate di sudore freddo al mio collo; dalla gola secca esce un gemito: “Mi uccidono?

Incomincia una breve conversazione; (i Tedeschi hanno concesso 5 minuti). Prima è la disperazione, ma a poco a poco la sua fronte si rasserena. Un segno di croce purifica la sua anima, l’ostia bianca, cibo dei forti lo sostiene.

Fuori sulla piazza, una fisarmonica con ritmo stupido, suona una canzone sguaiata. Vicino al morituro i Tedeschi consumano la colazione tra il fumo e gli schiamazzi. Hanno ancora sete, vogliono sangue umano, il sangue innocente di Pierino.

Giunge un ufficiale, dà un ordine gutturale ed energico. I sei Tedeschi scattano, impugnano l’arma, si parte verso il luogo dell’esecuzione.

La folla muta fa da ala al piccolo e triste corteo, Pierino è sostenuto da me, il volto bruno reso più scuro da una cornice di capelli neri, s’è fatto color terra. Parla a scatti, ansimante, confida le sue ultime volontà. “Salutami e abbracciami il mio papà, la mia mamma, il fratello minore, Rosina, non dimentichi mio fratello Gero che è alle Nuove per la stessa causa”. (Le Carceri Nuove di Torino furono un luogo di detenzione per oppositori politici e partigiani durante il fascismo e l’occupazione nazista, con un braccio gestito direttamente dalle SS dove avvenivano torture. ndr)

Tre Tedeschi precedono, gli altri seguono fumando con la massima indifferenza. La scena è impressionante: i più vecchi, le povere donne (mamme che forse hanno il loro figlio lontano, in pericolo) nascondono il loro volto.

Pierino sta faticando per togliere dal dito l’anello, il dito è gonfio perché il sangue quasi non circola più. Con uno strappo riesce a liberarlo, me lo consegna dicendo: “Lo consegni a mia madre, è l’unico ricordo che mi rimane”.

Si giunge al campo sportivo di Giaveno. Nessuno ha avuto il coraggio di seguire il corteo.

Pierino esprime il suo ultimo desiderio. “Dica ai Tedeschi che non sparino alla testa, per non essere sfigurato, verrà forse mia mamma a vedermi”.

Dopo una breve pausa continuò: “Voglio vedere ancora una volta il sole”. Lo fissa, beve quasi i suoi raggi che filtrano a stento attraverso le nubi e l’aria fredda dicembrina.

Non vuole avere gli occhi bendati perché un patriota non teme la morte tante volte sfidata audacemente. Le armi vengono puntate. Gli sono ancora accanto: la preghiera ed un ultimo abbraccio.

In Lei abbraccio tutti i miei cari”. Stringe tra le dita il crocifisso. Attende. Una scarica rompe il silenzio. Il giovane corpo piega su sé stesso e cade. Il sangue esce arrossando la divisa partigiana, filtra nella terra.

Un figlio di meno per difendere l’Italia, ma un altro di più nell’albo d’onore della gloria segna un eroe vittima innocente delle feroci rappresaglie tedesche.

Don Carlo Busso

Giaveno 3 dicembre 1944

Don Carlo Busso, nome di battaglia “Busca

La scheda Ricompart del partigiano combattente Don Carlo Busso “Busca


PASTASCIUTTA ANTIFASCISTA 2025

La notizia della caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, raggiunse la famiglia Cervi mentre era intenta nei lavori dei campi e nelle altre fatiche quotidiane.
Il fascismo era caduto: i Cervi erano consapevoli che la guerra non era davvero terminata e che c’era ancora tanto da fare per liberare l’Italia, ma decisero di festeggiare comunque quel giorno. Nessuno sarebbe riuscito a privarli di quel momento di pace dopo 21 anni di dura dittatura fascista: si procurarono la farina, presero a credito burro e formaggio e prepararono chili e chili di pasta.
La pastasciutta distribuita in piazza non fu solo un momento di festa che andava goduto fino in fondo, ma anche un modo simbolico per riappropriarsi del luogo principe della socialità cittadina ridotto da anni a spazio dedicato unicamente alle tronfie celebrazioni del partito fascista e alle ridicole adunate a comando.
Anche un ragazzo, con indosso una camicia nera (forse era l’ultima rimasta), fu invitato a unirsi agli altri e a mangiare il suo piatto di pasta.
Oggi, ancor più che per le passate edizioni che ogni anno l’ANPI organizza in tutt’Italia, la Pastasciutta antifascista non intende solo ricordare e rivivere la festa di popolo organizzata dalla famiglia Cervi, ma anche creare un’occasione di riflessione e di incontro di tutte le cittadine e i cittadini, delle associazioni, dei sindacati, dei partiti e dei movimenti politici che si riconoscono nei valori dell’antifascismo, della Costituzione italiana e della Pace.
La 6^ edizione della Pastasciutta antifascista si terrà a Barletta venerdì 25 luglio 2025 in Piazza Plebiscito 53 presso il Ristorante “Il Valentino”.
A introdurre la serata, dalle ore 19:00, saranno Rosa Siciliano, Direttrice editoriale della rivista di Pax Christi Italia “Mosaico di pace” che dialogherà con Ugo Villani, Professore emerito di Diritto internazionale – Università Aldo Moro Bari sul tema “Le vie della pace”.
Anche quest’anno, come è giusto che sia, ricorderemo Romeo Tuosto, scomparso nel 2023, sempre schierato con grande dignità e determinazione in difesa dei diritti degli ultimi e il primo a volere che anche Barletta avesse la sua Pastasciutta antifascista.

80 voglia di Liberazione – Adelmo Cervi nella nostra provincia BAT


Quest’anno negli ottant’anni della Liberazione dal Nazifascismo, abbiamo l’onore di ospitare nelle nostre città Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli trucidati dal nazifascismo nel dicembre del 1943.
Ci racconterà la storia della sua famiglia, di quello che ha vissuto e di come è cresciuto nell’Emilia del dopoguerra.
Sullo sfondo abbiamo poi i Referendum dell’8 e 9 giugno, una prova di democrazia nel segno della giustizia sociale e dei diritti negati.

Pertanto le Tappe sono:
venerdì 30 maggio a Trani presso l’HUB Porta Nova ore 18.00 (Ass. Metabolè con ANPI e ARCI)
sabato 31 maggio ore 18.00 Canosa di Puglia presso la CGIL Via M.Scevola, 7 – con ANPI e CGIL
domenica 1 giugno ore 19.00 a Minervino Murge presso la sede ANPI via F.Bandiera
martedì 3 giugno ore 19.30 presso il Castello di Bisceglie con ANPI, ARCI, CGIL e il comitato 80 voglia di liberazione.

Vi aspettiamo rammentando che la Libertà è Partecipazione !

Proiezione Docufilm I miei sette Padri


Proiezione speciale del docufilm “I miei sette Padri” giovedì 24 aprile presso il Politeama Italia di Bisceglie, alle ore 21:00.
La visione del film sarà preceduta da una video intervista ad Adelmo Cervi.

Il documentario “I miei sette padri” di Liviana Davì racconta la storia di Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli Cervi fucilati dai fascisti a Reggio Emilia nel 1943. Il film esplora l’eredità dei fratelli Cervi, simbolo della Resistenza, attraverso il racconto personale di Adelmo, che ha vissuto tutta la sua vita in relazione a quel mito.

“I miei sette padri” si concentra sul viaggio di Adelmo, che ripercorre i luoghi della Resistenza del padre Aldo, in un movimento che va dalla pianura alla montagna, fino alla casa contadina dove la famiglia Cervi viveva. Adelmo cerca di capire chi fosse veramente suo padre, oltre al simbolo della Resistenza, cercando di scoprire l’uomo che era, con la sua vita, i suoi affetti e le sue speranze.

Il costo del biglietto è di 5 euro. I biglietti si possono acquistare presso il botteghino del Politeama Italia, oppure online tramite questo link: https://politeamaitalia.com/i-miei-sette-padri/

Giovanni Capurso ospite stasera alle Vecchie Segherie Mastrototaro

Un viaggio nella storia del primo dopoguerra italiano per comprendere le dinamiche che hanno portato all’ascesa del fascismo. Martedì 22 aprile, alle ore 19:00, le Vecchie Segherie Mastrototaro ospiteranno Giovanni Capurso per la presentazione del suo libro “La passione e le idee” (Progedit). L’incontro, moderato da Giacomo Colaprice ed Elisabetta Mastrototaro, si svolgerà in collaborazione con il Comitato Antifascista 80vogliadiLiberazione.

Tra il delitto di Giuseppe Di Vagno e quello di Giacomo Matteotti, il fascismo costruì il suo potere attraverso lotte tra fazioni interne e scontri con gli antifascisti. Giovanni Capurso, attingendo a documenti in parte inediti, ricostruisce un periodo storico complesso, delineando il ruolo della Puglia come laboratorio politico per le future strategie del regime.

Il libro esamina le dinamiche interne al movimento fascista, tra la componente ufficiale, quella autonoma e il sindacalismo fascista, mettendo in evidenza il ruolo del trasformismo politico nel Mezzogiorno. Inoltre, analizza i primi tentativi di collaborazione tra capitale e lavoro che anticiparono il corporativismo economico degli anni successivi.

Giovanni Capurso offre una visione chiara e dettagliata di un’epoca segnata da tensioni politiche e sociali. Un incontro imperdibile per chi desidera approfondire il contesto storico del primo dopoguerra e le radici della dittatura fascista in Italia.