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I sacrari jugoslavi in Italia: architettura, memoria e Resistenza. Lo Spomenik di Barletta.

Architetta Rosanna Rizzi

Tra le presenze più insolite e significative del paesaggio memoriale italiano ci sono i quattro sacrari jugoslavi realizzati a Barletta, Gonars, Sansepolcro e Prima Porta. Si tratta di monumenti che appartengono a una più ampia stagione della memoria jugoslava del secondo dopoguerra, quando nella Jugoslavia socialista furono costruiti centinaia di Spomenik, cioè monumenti commemorativi dedicati alla Lotta di Liberazione, ai partigiani, alle vittime dei campi di concentramento e ai luoghi simbolici della guerra contro il nazifascismo. In Italia questi quattro sacrari rappresentano il capitolo più strettamente intrecciato alla nostra storia, perché raccontano una presenza jugoslava intrecciata profondamente con la Resistenza italiana e con la storia della Puglia, del Centro Italia e del confine orientale. Contestualizzarli dentro questa geografia più ampia è indispensabile per una loro corretta interpretazione.

Per l’ANPI BAT, questa vicenda non è soltanto un tema di architettura o di diplomazia. È una storia di lotta condivisa, di deportazione, di cura, di sepolture disperse e poi ricomposte, ma anche di riconoscimento reciproco tra popoli che avevano conosciuto sulla propria pelle la violenza fascista e nazista. I sacrari jugoslavi in Italia sono dunque luoghi della memoria antifascista europea, nodi di una rete che unisce esperienze diverse della Resistenza e della guerra di Liberazione.

A questa storia si lega anche il contributo dei partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana, a lungo poco conosciuto ma ben documentato da Andrea Martocchia e collaboratori a partire dalla loro pubblicazione del 2011. Molti di loro, già internati nei campi fascisti o presenti sul territorio italiano, parteciparono attivamente alla lotta antifascista, operando soprattutto lungo la dorsale appenninica tra Toscana, Umbria, Marche e Abruzzo, fino alla Puglia, e offrendo un apporto concreto alla Liberazione. Questa presenza, fatta di squadre, brigate e formazioni miste italo-jugoslave, lega direttamente i sacrari di Barletta, Gonars, Sansepolcro e Prima Porta alle vicende della Resistenza italiana e alla memoria comune dei due popoli.

Barletta, il primo sacrario

Il primo di questi monumenti fu realizzato a Barletta, dove l’ossario commemorativo dei combattenti jugoslavi caduti e morti in Italia meridionale e insulare venne inaugurato il 4 luglio 1970. La sua genesi va collocata nel più ampio iter diplomatico che, negli anni Sessanta, portò Italia e Jugoslavia a definire un quadro condiviso per la sistemazione delle sepolture di guerra e per la costruzione di luoghi monumentali destinati a raccogliere e ordinare le spoglie dei caduti jugoslavi presenti sul territorio italiano. In questo processo Barletta assunse un ruolo centrale per la Puglia e per l’intero versante adriatico, diventando uno dei punti di riferimento di una memoria transnazionale che univa riconoscimento dei caduti, rapporto tra i due Stati e volontà di costruire una pace concreta dopo la guerra e il conflitto ideologico del dopoguerra.

La scelta della città fu certamente favorita anche dalla presenza, nel territorio, di strutture sanitarie e assistenziali che avevano accolto militari jugoslavi feriti, ma ridurre tutto a questo aspetto significherebbe perdere il senso politico e istituzionale dell’opera. Il monumento nacque infatti come esito di accordi, interlocuzioni e concessioni formali, all’interno di una cornice in cui il sindaco Michele Morelli, vicino ad Aldo Moro, ebbe un ruolo decisivo nel concedere l’area cimiteriale per la costruzione dell’ossario, interpretando quel gesto come atto di rispetto, di pace e di fraternità tra i popoli.

Il progetto fu affidato a Dušan Džamonja e all’architetta Hildegard Auf-Franić, vincitori di un concorso bandito in Jugoslavia nel 1968. L’opera che ne nacque è uno dei più intensi esempi di linguaggio memoriale jugoslavo in Italia. Il monumento si sviluppa in modo radiale attorno a un nucleo centrale ipogeo, con grandi volumi in cemento armato che convergono verso l’interno e con una cripta che raccoglie le spoglie dei caduti. La luce zenitale dell’oculo, il mosaico rosso e le superfici bronzee costruiscono uno spazio di forte intensità simbolica, in cui il dolore si trasforma in memoria condivisa. La terrazza che si apre verso il mare rafforza il legame con l’altra sponda dell’Adriatico, trasformando il sacrario in un ponte visivo e ideale tra Puglia e Jugoslavia.

Come accade anche negli altri tre sacrari, l’organizzazione interna delle due cripte, simmetriche rispetto all’asse visivo, insiste sulla dimensione individuale della memoria: le urne zincate, contrassegnate da una stella rossa e dai dati essenziali della persona ricordata, sono accompagnate da solenni porte in bronzo con i nomi dei caduti e dei dispersi, componendo un elenco che rende percepibili le singole storie dentro il quadro collettivo. In questo modo l’ossario si presenta insieme come spazio comune di sepoltura e come luogo di riconoscimento puntuale, in cui la memoria dei singoli viene preservata accanto al racconto della guerra di Liberazione.

Oggi, però, lo Spomenik di Barletta non è soltanto un monumento di grande valore storico e architettonico, ma anche un’opera fragile, esposta al degrado dovuto al clima marino e alla complessità della sua tutela dopo lo smembramento della Jugoslavia. Proprio per questo la sua conservazione richiede attenzione continua, perché la perdita di materia rischia di tradursi anche in perdita di memoria.

Gonars, il fiore del confine orientale

Il secondo memoriale è quello di Gonars, in provincia di Udine, inaugurato il 10 dicembre 1973 su progetto di Miodrag Živković. La sua presenza ha un significato storico fortissimo, perché sorge accanto a uno dei luoghi più emblematici dell’internamento fascista di civili sloveni e croati: il campo di Gonars, attivo tra il 1942 e il 1943, dove le condizioni di vita provocarono centinaia di morti, in gran parte donne, uomini e bambini deportati dai territori jugoslavi occupati. Il sacrario raccoglie quasi cinquecento vittime della guerra di Liberazione dal nazifascismo; salvo poche eccezioni, non si tratta di combattenti, ma soprattutto di civili morti nei campi di concentramento allestiti dal regime fascista.
Dal punto di vista spaziale, il monumento si raggiunge attraverso un accesso autonomo e un percorso rettilineo che introduce a una scalinata ribassata, quasi a separare il visitatore dal resto del cimitero. Al centro si apre il nucleo dell’ossario, organizzato attorno a un grande mosaico rosso, originariamente in vetro di Murano, che costituisce il perno visivo e simbolico dell’intera composizione. L’insieme prende la forma di un grande fiore stilizzato che emerge dal terreno: i “petali” in granito rosso e i “pistilli” in acciaio inox costruiscono una figura astratta ma fortemente evocativa, interrotta solo dalle due gradinate che consentono l’accesso e la risalita. Intorno a questo cuore ipogeo, Živković dispone altri elementi che ampliano il significato del memoriale: una serie di setti bianchi con le targhe bronzee dei caduti e dei dispersi, leggibili anche come un richiamo plastico alla palizzata del campo, e un secondo gruppo di elementi verticali spezzati che accompagnano l’iscrizione commemorativa. La forza del sacrario sta anche nel percorso che propone: la discesa verso il centro, il rosso del mosaico, la densità dei materiali e poi la risalita verso uno spazio più aperto costruiscono un’esperienza che accompagna il visitatore dal dolore alla pace, dalla costrizione alla liberazione.

Sansepolcro, il sacrario degli Slavi

Il terzo sacrario è quello di Sansepolcro, inaugurato il 15 dicembre 1973 e firmato dallo scultore Jovan Kratohvil. Anche qui la scelta del luogo è strettamente connessa alla storia dei campi di concentramento fascisti, in particolare al campo di Renicci, nel comune di Anghiari, dove furono internati, in condizioni durissime, migliaia di civili jugoslavi provenienti dai territori occupati considerati ostili o pericolosi dal regime fascista, con almeno centosessanta morti tra l’autunno 1942 e l’inverno 1943. Il memoriale raccoglie 446 urne e custodisce la memoria di centinaia di altri caduti e dispersi, provenienti da diverse regioni della ex Jugoslavia, molti dei quali morti in Italia durante la detenzione nei campi o nella lotta di Liberazione in Italia centrale. In questo senso il sacrario non ricorda soltanto le vittime della prigionia, ma anche i caduti in combattimento nelle formazioni partigiane attive tra Toscana, Umbria e Marche.
Dal punto di vista architettonico, lo Spomenik di Sansepolcro unisce una presenza plastica esterna a uno spazio ipogeo di raccoglimento, creando un equilibrio tra visibilità monumentale e intimità funebre. All’esterno, la grande scultura si impone come segno forte nel cortile del cimitero, mentre all’interno la cripta accoglie le urne zincate, simili a quelle di Barletta, a cui si affiancano grandi lastre in bronzo con i nomi dei caduti e dei dispersi. In questo modo il memoriale costruisce una vera “stanza della memoria” e non si limita a segnare un luogo di sepoltura: diventa una soglia tra il presente e la storia degli internati di Renicci e dei partigiani jugoslavi caduti in Italia centrale.

Prima Porta, la chiusura del sistema

Il memoriale di Prima Porta, inaugurato il 22 settembre 1978 nel cimitero Flaminio di Roma e progettato da Ljubomir Denković con Savo Subotin, rappresenta l’ultimo tassello del sistema dei sacrari jugoslavi in Italia. È anche il solo realizzato dopo i Trattati di Osimo, e per questo assume un significato particolare, perché si colloca in una fase ormai diversa dei rapporti tra Italia e Jugoslavia. Qui la memoria dei caduti passa da un segno funerario a un segno di riconoscimento reciproco maturato in un contesto politico più maturo.

Il monumento ha un linguaggio misurato, quasi raccolto. La scultura centrale emerge da un piccolo giardino come una forma vegetale stilizzata, quasi un fiore di pietra che rompe la superficie del terreno, mentre intorno i percorsi, le lapidi e i blocchi lapidei organizzano lo spazio con semplicità e precisione. Come negli altri sacrari, la cripta e le iscrizioni danno forma a un luogo di raccoglimento che unisce sepoltura, meditazione e riconoscimento pubblico, che parla con toni diversi rispetto a Barletta o Gonars, ma raggiunge lo stesso obiettivo: restituire ordine a una memoria dispersa.

Particolarmente significativa è la presenza della lapide dedicata ai partigiani del monte Nanos, in Slovenia, fucilati a Forte Bravetta, perché lega il sacrario romano alla repressione nazifascista nella capitale. Anche qui, il monumento non si limita a segnare un luogo funebre: ricompone una geografia della guerra e della morte, dando un volto unitario a spoglie e nomi che erano rimasti sparsi tra cimiteri, carceri e isole di detenzione.

Un sistema memoriale

Considerati insieme, Barletta, Gonars, Sansepolcro e Prima Porta formano un vero e proprio sistema memoriale jugoslavo in Italia. Non sono quattro episodi separati, ma quattro capitoli di una stessa storia: la storia dei combattenti e dei civili jugoslavi che combatterono, soffrirono, morirono o furono internati sul territorio italiano durante la Seconda guerra mondiale. Sono anche il segno di una scelta politica precisa: quella di dare forma monumentale a una memoria della Liberazione che superasse i confini nazionali e riconoscesse il valore della lotta antifascista come patrimonio comune.

Questo sistema ci parla ancora oggi. Ci ricorda che la Resistenza non fu solo italiana, ma europea e transnazionale; che la Puglia fu una terra di approdo e di cura; che i campi fascisti in Italia furono luoghi di violenza reale, non astrazioni; e che la memoria dei caduti jugoslavi continua a interrogare il presente. Per l’ANPI BAT, questi sacrari sono luoghi da conoscere, difendere e raccontare, perché custodiscono una parte importante della nostra storia democratica e della Liberazione dal nazifascismo.

Da questa vicenda può nascere anche un percorso di gemellaggi tra le ANPI presenti nei territori vicini agli Spomenik di Barletta, Gonars, Sansepolcro e Prima Porta, così da rafforzare la conoscenza, la valorizzazione e la tutela di questi monumenti. Un simile percorso potrebbe inoltre aprire ulteriori spazi di dialogo e collaborazione culturale con le repubbliche sorte dalla fine della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, nella convinzione che la memoria della Resistenza e della Liberazione possa continuare a essere un terreno di incontro, riconoscimento reciproco e responsabilità condivisa.

Bibliografia

  • G. Colantuono, A. Capanna, R. Rizzi, A. Martocchia, Una Resistenza Internazionale. Partigiani jugoslavi in Puglia, quindici anni di ricerche, Atti del Convegno della Fondazione Gramsci di Puglia (Bari-Barletta 27/10/2025), «Quaderni di Comunità», 2026.
  • S. Makiedo, La prima missione partigiana – Prva partizanska misija (trad.it. a cura di A. Capanna, A. Martocchia, R. Rizzi) Jugocoord, 2025 (Prima edizione: Belgrado 1963).
  • E. Toniato, Ossario Commemorativo dei Caduti Jugoslavi a Barletta. Dal cantiere di costruzione al cantiere di restauro / Commemorative Ossuary of Yugoslav Fallen in Barletta: from the construction site to the restoration site, in «Restauro Archeologico», n. 33 (1 Special Issue, vol. II), pp. 368-373. DOI: 10.36253/rar-19092, 2025.
  • P. Mariani, I sacrari jugoslavi in Italia: storia e caratteri, Tesi di laurea, Milano 2024.
  • E. Toniato, SPOMENKOSTURNICA. Ossario dei Caduti Slavi a Barletta 1970. Strumenti per un piano di conservazione e fruizione di un monumento del XX secolo, tesi di specializzazione, IUAV, 2021.
  • D. Niebyl, Spomenik Monument Database, London 2018.
  • M. De Sabbata, “Il sacrario memoriale dei caduti jugoslavi a Gonars di Živković, 1971-1973”, in P. Nicoloso, Le pietre della memoria. Monumenti sul confine orientale, Udine, 2015.
  • A. Martocchia, I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana. Storie e memorie di una vicenda ignorata, Roma 2011 (con contributi di I. Pavićević, S. Angeleri, G. Colantuono).

Risorse e approfondimenti digitali sull’Ossario di Barletta

Facebook:                Spomenkosturnica Barletta

Flickr:                       Archivio fotografico Spomenkosturnica

Academia.edu:        Brochure Ossario dei Caduti Jugoslavi di Barletta (1970) (traduzione in italiano)

Per contatti

spomenkosturnica.barletta@gmail.com

Autrice dell’articolo

Rosanna Rizzi è un’architetta nata a Barletta, iscritta all’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Barletta-Andria-Trani.

Nel corso della sua carriera ha sviluppato competenze specifiche nella pianificazione territoriale, nell’urbanistica, nella fotointerpretazione satellitare tramite sistemi GIS e, in particolare, nell’architettura del paesaggio. Ha collaborato a diversi progetti e iniziative scientifiche e didattiche sul territorio, anche in sinergia con il Politecnico di Bari e la Provincia BAT (come le attività legate al Patto della Valle dell’Ofanto).

Tra i suoi impegni più significativi:

Fin dal 2003 si occupa attivamente della ricerca storica e del recupero dello Spomen Kosturnica situato nel cimitero monumentale di Barletta (l’ossario progettato dallo scultore Dušan Džamonja e inaugurato nel 1970 per ricordare i caduti jugoslavi della Seconda Guerra Mondiale). È tra i promotori e animatori del Coordinamento per la Difesa dello Spomenik, nato per salvaguardare, valorizzare e far conoscere questo importante monumento della memoria contemporanea.

Partecipa attivamente a progetti di rilettura degli spazi urbani, promuovendo cammini storici e passeggiate collettive volte a riscoprire il territorio e l’architettura cittadina sotto l’aspetto sociale e culturale.

Foto

L’immagine riporta le fotografie dei modelli degli ossari pubblicate sulle copertine delle rispettive brochure di inaugurazione, edite dalla Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia.

Vista dello Spomenik di Barletta dalla scalinata di accesso verso il nucleo centrale. Sul fondo è visibile la terrazza che si affaccia verso il mare Adriatico e verso la Jugoslavia. Rosanna Rizzi, 12/08/2017.

La composizione delle steli e delle vele che convergono verso il centro del monumento. Rosanna Rizzi, 12/08/2017.

Il piano inferiore dello Spomenik di Barletta verso la scalinata in granito. Al centro il mosaico in tessere di colore rosso; lungo le pareti si trovano i rilievi in bronzo dello scultore Dušan Džamonja e, oltre il varco, le cassette con le spoglie dei caduti jugoslavi. Rosanna Rizzi, 15/12/2025.

Vista del nucleo dello Spomenik di Gonars. Fonte: sito Onoranze Funebri Marchetti, immagine pubblicata nella pagina “Gonars, un cimitero che dà spazio alla memoria”. https://www.onoranzefunebrimarchetti.it/images/informazioni-utili/Gonars-un-cimitero-che-da%CC%80-spazio-alla-memoria.jpeg

La grande presenza scultorea del Sacrario di Sansepolcro. Rosanna Rizzi, 26/07/2024.

L’accesso alla cripta dell’Ossario di Sansepolcro. Sulle porte e sulle lastre bronzee poste ai lati sono riportati i nomi di caduti e dispersi. Rosanna Rizzi, 26/07/2024.

Vista complessiva dall’alto dello Spomenik di Sansepolcro. Rosanna Rizzi, 26/07/2024.

Il Sacrario di Prima Porta nel Cimitero Flaminio di Roma. Andrea Martocchia, 06/04/2026. Utilizzo autorizzato dall’autore.

Le famiglie Degno e Vitrani: tra Barletta e la Resistenza settentrionale

Il presente contributo intende analizzare l’intreccio tra flussi migratori interni e partecipazione alla lotta di Liberazione attraverso il caso di studio delle famiglie Degno e Vitrani.

Originarie di Barletta, queste famiglie incarnano il legame identitario e politico che unì il Mezzogiorno alle regioni del Nord Italia durante il biennio 1943-1945, evidenziando come la Resistenza non fu un fenomeno esclusivamente territoriale, bensì un movimento di riscatto nazionale alimentato da una fitta rete di legami parentali e solidarietà regionale.

Le radici barlettane e la diaspora migratoria

L’indagine storica che ha portato alla ricostruzione delle vicende delle famiglie Degno e Vitrani, è iniziata dall’analisi dei registri anagrafici della Barletta di inizio secolo. La figura cardine è Pietro Degno (1879-1951), barbiere. Dal primo matrimonio con Savina Lanotte, che muore a soli 26 anni nel 1907, e da quello successivo con Serafina Vitrani, nascono 7 figli: Antonio, Angela, Barbara, Raffaele, Maria (riportata nei registi anagrafici come Degni e non Degno), Teresa e Ruggiero (anche lui riportato nei registi anagrafici come Degni e non Degno).

Certificato anagrafico della famiglia di Pietro Degno

L’aspirazione e la ricerca di un lavoro che assicurasse una vita più dignitosa, diede origine a percorsi che condurranno i nuclei familiari verso Torino e Bologna. Questo spostamento geografico, tipico del primo dopoguerra ma non solo, non recise i legami con la terra d’origine, ma creò un ponte ideale che, dopo l’8 settembre 1943, si trasformò in una rete di opposizione al Regime. La migrazione dei Degno e dei Vitrani rappresenta dunque un microcosmo di quella “circolazione dei valori” che portò molti figli del Sud a lottare e a morire per la liberazione di città e valli settentrionali.

Il martirio di Ruggiero e di Walter Degno

Ruggiero Degno nasce a Barletta il 4 novembre 1921, in vicoletto Canne 12. Nel 1925 la famiglia emigra a Rivoli (To). Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’inizio dell’occupazione tedesca, il 1° maggio 1944, Ruggiero entra nella 45ª Brigata della 12ª Divisione Autonoma “Bra”. Il 22 luglio 1944, proveniente da Scalenghe, giunge a Ceresole d’Alba (CN) una colonna della Luftwaffe Sicherungs Regiment “Italien” (il Reggimento di Sicurezza della Luftwaffe) comandata dal tenente colonnello Fritz Herbert Dierich con uomini della Legione autonoma “Ettore Muti” e della Brigata nera mobile: circondano il paese, rastrellano la campagna e catturano alcuni partigiani e giovani renitenti alla leva. Dopo un processo farsa, nonostante l’intervento del parroco don Pietro Cordero che offre la sua vita in cambio di quella dei giovani, i condannati sono impiccati ai balconi dell’albergo “La Campana” e a quello di una casa adiacente. Ruggiero non muore immediatamente, uno degli aguzzini si aggrappa a lui fino a quando non è sicuro che sia morto. L’albergo è dato alle fiamme e gli impiccati cadono al suolo, ma vengono riappesi e lasciati esposti fino al giorno successivo sotto la minaccia di distruggere il paese nel caso fossero stati rimossi. Il Comune di Ceresole d’Alba ha intitolato alle giovani vittime la Via Martiri di Ceresole e un monumento lapide con i nomi dei martiri.

Ruggiero Degno.
Foto dal Fondo dell’Associazione nazionale famiglie martiri caduti per la libertà di Torino
Ruggiero Degno. Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto

Walter Degno nasce a Bologna il 3 maggio 1926 da Antonio e Laura Pazzaglia. Dopo l’8 settembre 1943 e prima di sfollare con la famiglia sulle colline di Modena, ricopre l’incarico di commissario politico nella Brigata “Stella rossa Lupo”. Stabilitosi a Monteombraro, che lascia il 1º giugno 1944 per unirsi ai partigiani della zona, il 17 luglio viene catturato nel corso del rastrellamento deciso dal capitano Enrico Zanarini comandante della famigerata banda fascista “Compagnia della Morte” che si rese responsabile di almeno 80 omicidi. Alle 19 del giorno successivo, Walter e gli altri partigiani catturati vengono impiccati. Nella lettera lasciata da Walter Degno ai genitori, scrive: «Papà, Mamma: vostro figlio muore da forte» e in quella a genitori, parenti e compagni di lotta: «Babbo, mamma, parenti, amici di lotta, non piangete la mia tragica e prematura morte. Voi lo sapete: le mie ultime parole furono queste: “Muoio da forte”. Nell’ora suprema io chiedevo per me e per voi la luce e il conforto della fede: per me che vedevo la morte faccia a faccia, per voi che per vivere avete bisogno di credere che un giorno ci ricongiungeremo in cielo. Valgano il dono della mia giovane vita, il vostro grande dolore, il diuturno sacrificio dei compagni di lotta, a dare alla nostra Patria, quella vita nuova che noi abbiamo ardentemente desiderato e per la quale abbiamo avuto stroncata la nostra promettente giovinezza».

Walter Degno.
Foto dal sito “Storia e memoria di Bologna”

La “Famiglia simbolo della Resistenza italiana”: i Vitrani in Val Sangone

Un caso di particolare interesse – non solo storiografico – è rappresentato dalla famiglia di Michele Vitrani e Angela Degno che si sposano, a Barletta, il 14 luglio 1924 per emigrare a Torino nell’ottobre dello stesso anno. Dopo l’armistizio entrambi scelgono di aderire alla Resistenza.

Da sinistra Giuseppe Alberto Vitrani e Angela Degno e al centro, a destra della bandiera, Michele Vitrani nel corso di una commemorazione dei partigiani fucilati al Poligono del Martinetto a Torino.
Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto

Michele Vitrani nasce a Barletta il 1° gennaio 1898. Trasferitosi a Torino, dove abita in Via Pollenzo 46, trova lavoro come tranviere. A partire dal giugno 1944 entra a far parte della banda “Nino-Carlo” per passare, poi, dal 1° giugno 1944 nella 43a Divisione “De Vitis”, nella Brigata che sarà intitolata al figlio Ruggero. Muore a Baldissero Torinese nel 1984.

Michele Vitrani.
Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto

Angela Degno nasce a Barletta il 25 giugno 1902. Anche lei aderisce alla Resistenza nella banda “Nino-Carlo” col nome di battaglia “Mamma Vitrani” per passare poi, dal 1° settembre 1944, nel Comando della 43a Divisione “De Vitis”. Muore a Torino nel 1975.

Angela Degno.
Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto

I loro tre figli, Ruggero, Pietro e Giuseppe Alberto fanno la stessa scelta dei genitori per dare il loro contributo alla Lotta di Liberazione.

Ruggero Vitrani nasce a Torino il 23 marzo 1925. Già a partire dal settembre 1943 entra nella banda “Nino-Carlo” con il nome di battaglia “Gero”. Durante il periodo di militanza partigiana Ruggero partecipa a numerose azioni di guerriglia (tra queste l’assalto ad un posto di blocco in via Nizza a Torino) e, il 16 ottobre 1944 viene nominato vice-comandante della Brigata. Appena un mese più tardi, il 16 novembre, viene catturato a Villarbasse mentre sta svolgendo una missione al comando di una squadra di partigiani. La sua strenua resistenza permette comunque ai suoi compagni di mettersi in salvo. Dopo tre mesi di prigionia presso le carceri “Le Nuove” di Torino dove conosce padre Ruggero Cipolla, frate francescano e cappellano delle carceri, che gli rimarrà vicino fino alla fine e che ricorderà la figura di Ruggero Vitrani nel suo libro “I mie condannati a morte” pubblicato nell’immediato dopoguerra e ristampato nel 1998. Ruggero viene fucilato a Torino presso il Poligono Nazionale del Martinetto il 16 gennaio 1945. Dopo la sua morte la banda “Nino-Carlo” diverrà brigata “Ruggero Vitrani”. É stato insignito della Medaglia d’argento al Valor militare alla memoria. La strada di Villarbasse che aveva visto la sua cattura è stata successivamente intitolata ai fratelli Vitrani.

Ruggiero Vitrani.
Foto dal Fondo Associazione nazionale famiglie martiri caduti per la libertà di Torino

Pietro Vitrani nasce a Torino il 26 novembre 1926. Anche lui, il 1° marzo 1944 entra nella banda “Nino-Carlo” col nome di battaglia “Pierino”. Viene catturato a Prà Fieul (Giaveno). A raccontare la morte di Pietro è Don Carlo Busso viceparroco di Giaveno e partigiano combattente nella stessa Brigata dei fratelli Vitrani: «Nella Vallata del Sangone è in corso un violento e poderoso rastrellamento. È la notte tra il 2 e il 3 dicembre: i Tedeschi e repubblicani sono in agguato sopra la Maddalena, verso Prà Fieul, tratto tratto s’ode qualche colpo di moschetto, qualche raffica di mitraglia. Si dice che la compagnia di un’arma infonda coraggio al timido! Improvvisamente un gemito s’unisce agli spari: un sergente della Littorio è ferito, non da partigiani (come più tardi affermò il sergente stesso all’ospedale) ma da un tedesco per errore. La ferita minaccia cancrena: esige l’amputazione del piede; bisogna dare una lezione ai partigiani, si ricorre alla “legittima” difesa tedesca: la rappresaglia! Deve perire un ribelle della montagna. I Tedeschi hanno nelle mani un patriota della Brigata Carlo: Pierino Vitrani, fratello dell’eroico “Gero”. […] Dopo lunga insistenza di un ufficiale italiano, mi viene concesso di avvicinarlo e di comunicargli la sua prossima fine. Il poveretto all’apparire di un ministro di Dio scatta in piedi, getta le braccia e le mani bagnate di sudore freddo al mio collo; dalla gola secca esce un gemito: “Mi uccidono?” […]. Prima è la disperazione, ma a poco a poco la sua fronte si rasserena. […] Fuori sulla piazza, una fisarmonica con ritmo stupido, suona una canzone sguaiata. Vicino al morituro i Tedeschi consumano la colazione tra il fumo e gli schiamazzi. Hanno ancora sete, vogliono sangue umano, il sangue innocente di Pierino. Giunge un ufficiale, dà un ordine gutturale ed energico. […] La folla muta fa da ala al piccolo e triste corteo, Pierino è sostenuto da me, il volto bruno reso più scuro da una cornice di capelli neri, s’è fatto color terra. Parla a scatti, ansimante, confida le sue ultime volontà. “Salutami e abbracciami il mio papà, la mia mamma, il fratello minore, Rosina, non dimentichi mio fratello Gero che è alle Nuove per la stessa causa”. […] Pierino sta faticando per togliere dal dito l’anello, il dito è gonfio perché il sangue quasi non circola più. Con uno strappo riesce a liberarlo, me lo consegna dicendo: “Lo consegni a mia madre, è l’unico ricordo che mi rimane”. […] Pierino esprime il suo ultimo desiderio. “Dica ai Tedeschi che non sparino alla testa, per non essere sfigurato, verrà forse mia mamma a vedermi”. Dopo una breve pausa continuò: “Voglio vedere ancora una volta il sole”. Lo fissa, beve quasi i suoi raggi che filtrano a stento attraverso le nubi e l’aria fredda dicembrina. Non vuole avere gli occhi bendati perché un patriota non teme la morte tante volte sfidata audacemente. Gli sono ancora accanto: la preghiera e un ultimo abbraccio. “In Lei abbraccio tutti i miei cari”. Stringe tra le dita il crocifisso. Attende. Una scarica rompe il silenzio. Il giovane corpo piega su sé stesso e cade. Il sangue esce arrossando la divisa partigiana, filtra nella terra».

Pietro Vitrani.
Foto dal Fondo Associazione nazionale famiglie martiri caduti per la libertà di Torino

Giuseppe Alberto Vitrani nasce a Torino il 5 settembre 1928. Dal 1° maggio 1944 è effettivo nella banda «Nino-Carlo» prendendo il nome di battaglia “Berto”. Il 15 novembre abbandona la Resistenza rientrandovi a partire dal marzo 1945 tra le file della 24ª Brigata SAP “Lino Rissone” operante a Torino. Muore nell’aprile 1980 a Torino.

Giuseppe Alberto Vitrani.
Foto dall’archivio familiare di Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto

La fontana monumentale di Coazze

La fontana monumentale, costruita nel 1980 e dedicata dal Comune di Coazze alla famiglia Vitrani, riporta in una delle tre lapidi che la ornano la seguente epigrafe: «Alla famiglia Vitrani / che di questa / scelta suprema / fu con l’impegno di / tutti i suoi membri / e con la morte di / due suoi figli / testimone esemplare / Coazze grata dedica / 25 aprile 1980 [lapide anteriore]»

La fontana monumentale di Coazze.
Foto dal sito “I Luoghi della Memoria – La Resistenza in Val Sangone”

Ringraziamenti

Sento di dover ringraziare in modo particolare Claudio Vitrani, figlio di Giuseppe Alberto: senza i suoi preziosi consigli, i documenti e le foto che mi ha dato tanto generosamente, non sarebbe stato possibile ricomporre la storia di queste due famiglie.

Un ringraziamento anche a Giuseppe De Luca e a Domenico Sforza che hanno messo a mia disposizione la documentazione conservata negli archivi anagrafici barlettani.

Roberto TarantinoPresidente onorario ANPI Barletta Andria Trani “Anna Maria Mascherini e Francesco Gammarota”Search:

Nessuna Grazia: Damato racconta a Bisceglie l’incontro tra Gramsci e Pertini


Una serata dedicata alla memoria, alla libertà e al coraggio. Con Cosimo Damiano Damato la presentazione di Nessuna grazia, il racconto intenso dell’incontro tra Gramsci e Pertini nel carcere di Turi, negli anni più oscuri del fascismo. Tra celle, pensieri interrotti e resistenze che non cedono, il libro illumina la forza di un’amicizia nata nell’ingiustizia e diventata testimonianza civile.
Un romanzo storico che restituisce la densità di una stagione che ha segnato il Paese e che ancora oggi ci chiede attenzione e responsabilità.
Presenta Lea Durante. In collaborazione con ANPI Bisceglie e Arci Oltre i Confini Bisceglie.
Appuntamento alle Vecchie Segherie Mastrototaro, giovedì 18 Dicembre alle ore 19.00.

Giornata nazionale della memoria degli IMI: Comunicato

Giornata nazionale della memoria dei militari italiani deportati e internati nei lager nazisti (20 settembre 2025)

Carissim@,
il 20 settembre celebreremo in tutta Italia, per la prima volta, la Giornata nazionale della memoria dei militari italiani deportati e internati nei lager nazisti.

Dopo l’8 settembre 1943, oltre 650.000 soldati italiani furono catturati dai tedeschi. Privati dello status di prigionieri di guerra, vennero classificati da Hitler e Mussolini come Internati Militari Italiani (IMI) e deportati nei campi di prigionia in Germania e Polonia. Questa speciale “classificazione” impedì ai prigionieri di essere tutelati dalla Convenzione di Ginevra e permise ai due dittatori di poter sfruttare questi prigionieri a loro uso e consumo. A questi prigionieri fu imposto il lavoro coatto nella produzione di armi e vettovaglie per il proseguo della guerra, la fame e le più dure privazioni. Più di 50.000 non tornarono mai a casa.

Il 20 settembre 1943 segna la data simbolica dell’inizio delle deportazioni di massa dei militari italiani catturati dopo l’armistizio. Quel giorno, infatti, partirono i primi grandi convogli diretti in Germania e nei territori occupati, segnando l’inizio del dramma collettivo degli IMI.

Per questo, la legge n.6 del 13 gennaio del 2025 ha scelto il 20 settembre: non solo per ricordare le sofferenze, ma anche per onorare la dignità e il coraggio di chi, rifiutando quotidianamente di collaborare con i nazisti, compì un atto di resistenza senza armi, oggi riconosciuto come parte integrante della Resistenza italiana e della Storia repubblicana. Fu definita, non a caso, l’Altra Resistenza da un segretario nazionale del partito comunista italiano, Alessandro Natta, anch’esso deportato nei lager nazisti.

La stragrande maggioranza rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana o di combattere ancora al fianco di Hitler. Un atto silenzioso ma determinante per la dignità dell’Italia.

A loro va tutta la nostra gratitudine.
A noi spetta il compito di trasmettere la memoria e di difendere i valori per i quali hanno sofferto e resistito: la democrazia e la Carta costituzionale.

Anche nella nostra provincia BAT contiamo per difetto 3000 internati di cui più di 355 a Bisceglie.

Con l’occasione riportiamo i nomi dei medagliati biscegliesi e un plauso all’Ing. Pietro Preziosa, vice presidente dell’Anpi di Bisceglie, per la passione e il lavoro profuso in questi anni. Pietro, figlio di internato militare, fu Francesco, in questi ultimi anni ha dedicato ed è sempre a disposizione di tutti i cittadini che ne facciano richiesta, a preparare l’istanza di riconoscimento della medaglia d’onore.

Questi i biscegliesi medagliati:

AMORUSO FRANCESCO 21.05.2018 BISCEGLIE
AMORUSO LEONARDO, 5 febbraio 1914 a Bisceglie
ANGELICO Giovanni, SARTO, 22.02.1922 a BISCEGLIE
ANTONINO Leonardo, 18.03.1915 BISCEGLIE
BALDINI Francesco nato il 25.11.1916 a BISCEGLIE
DI CEGLIE PANTALEO nato il 24. 04.1911 a BISCEGLIE
FRANCIOLI GIOVANNI nato il 28.02.2022 A PORTICI (NA)
FRISARI VINCENZO di Nicola, nato il 23. 06.1916 a BISCEGLIE
LEUCI GIOVANNI nato il 20. 10.1919 a BISCEGLIE
LOSCIALE MAURO Nato a Bisceglie il 4 gennaio 1916
PAPAGNI GIUSEPPE, Agricoltore, 17.05.1924 a BISCEGLIE
PEDONE ANTONIO, Agricoltore. Nato il 26 maggio 1923 a Bisceglie
PELLEGRINI VINCENZO Carrettiere, 03. 01.1920 a BISCEGLIE
PREZIOSA FRANCESCO Agricoltore, 23. 01. 2023 BISCEGLIE
STANCA GIUSEPPE , 5 gennaio 1922 a SOLETO (LE)
TODISCO GIUSEPPE, maniscalco. 28 ottobre 1919 a Bisceglie
COLAMARTINO MAURO nato il 27.02.1917 a BISCEGLIE (in attesa di consegna)

*In giallo coloro non nati a Bisceglie ma partiti da Bisceglie e registrati al distretto di Barletta.

Rosalba D’Addato
Presidente ANPI Bisceglie
Antonello Rustico
Presidente provinciale ANPI BAT

Pietro Vitrani. Una vittima innocente.

La ricerca storica, anche quella condotta da non professionisti ma da dilettanti curiosi, impegnati e appassionati, non smette mai di riservare sorprese. Spesso importanti documenti sono conservati tra le memorie di famiglia e sfuggono alla costruzione di una “memoria collettiva”.

Qualche giorno fa Claudio, figlio di Giuseppe Alberto Vitrani, il minore dei tre fratelli Vitrani (https://www.anpibat.it/la-famiglia-vitrani/) mi ha mandato la fotografia del padre che, all’epoca, aveva poco più di 15 anni e il racconto, scritto da Don Carlo Busso viceparroco di Giaveno e partigiano combattente nella stessa brigata dei fratelli Vitrani, degli ultimi momenti di vita dello zio Pietro Vitrani, prima di essere fucilato a Giaveno (TO).

PIERINO VITRANI. UNA VITTIMA INNOCENTE

Nella Vallata del Sangone è in corso un violento e poderoso rastrellamento: novembre – dicembre 1944. I giorni passano lenti, il terrore appare sul volto di ognuno.

I diciassette fucilati sulla piazza di Giaveno davanti agli occhi larghi, fissi, senza lacrime di tutta la popolazione (il 29 novembre 1944, in piazza San Lorenzo a Giaveno furono fucilati per rappresaglia 53 civili e 17 partigiani. ndr).

È la notte del 2-3 dicembre: i Tedeschi e repubblicani sono in agguato sopra la Maddalena, verso Prà Fieul, tratto tratto s’ode qualche colpo di moschetto, qualche raffica di mitraglia.

I nazifascisti sparano nel buio, tra insidie e brutte sorprese della montagna. Si dice che la compagnia di un’arma infonda coraggio al timido!

Improvvisamente un gemito s’unisce agli spari: un sergente della Littorio è ferito, non da partigiani (come più tardi affermò il sergente stesso all’ospedale) ma da un tedesco per errore. (La 2ª Divisione granatieri “Littorio” fu una delle quattro divisioni regolari dell’Esercito della Repubblica Sociale Italiana di Benito Mussolini. ndr).

La ferita minaccia cancrena: esige l’amputazione del piede; bisogna dare una lezione ai partigiani, si ricorre alla “legittima” difesa tedesca: la rappresaglia! Deve perire un ribelle della montagna.

I Tedeschi hanno nelle mani un patriota della Brigata Carlo: Pierino Vitrani, fratello dell’eroico Gero (alla cui memoria verrà intitolata la medesima Brigata).

Sono le 9 del mattino, 3 dicembre, giorno festivo. Sei Tedeschi che hanno prigioniero Pierino, entrano nell’albergo Campana di Giaveno.

Consumano un’abbondante colazione; dalla stanza attigua attende la sua sorte incerta il patriota.

Dopo lunga insistenza di un ufficiale italiano, mi viene concesso di avvicinarlo e di comunicargli la sua prossima fine. Il poveretto all’apparire di un ministro di Dio scatta in piedi, gettò le braccia e le mani bagnate di sudore freddo al mio collo; dalla gola secca esce un gemito: “Mi uccidono?

Incomincia una breve conversazione; (i Tedeschi hanno concesso 5 minuti). Prima è la disperazione, ma a poco a poco la sua fronte si rasserena. Un segno di croce purifica la sua anima, l’ostia bianca, cibo dei forti lo sostiene.

Fuori sulla piazza, una fisarmonica con ritmo stupido, suona una canzone sguaiata. Vicino al morituro i Tedeschi consumano la colazione tra il fumo e gli schiamazzi. Hanno ancora sete, vogliono sangue umano, il sangue innocente di Pierino.

Giunge un ufficiale, dà un ordine gutturale ed energico. I sei Tedeschi scattano, impugnano l’arma, si parte verso il luogo dell’esecuzione.

La folla muta fa da ala al piccolo e triste corteo, Pierino è sostenuto da me, il volto bruno reso più scuro da una cornice di capelli neri, s’è fatto color terra. Parla a scatti, ansimante, confida le sue ultime volontà. “Salutami e abbracciami il mio papà, la mia mamma, il fratello minore, Rosina, non dimentichi mio fratello Gero che è alle Nuove per la stessa causa”. (Le Carceri Nuove di Torino furono un luogo di detenzione per oppositori politici e partigiani durante il fascismo e l’occupazione nazista, con un braccio gestito direttamente dalle SS dove avvenivano torture. ndr)

Tre Tedeschi precedono, gli altri seguono fumando con la massima indifferenza. La scena è impressionante: i più vecchi, le povere donne (mamme che forse hanno il loro figlio lontano, in pericolo) nascondono il loro volto.

Pierino sta faticando per togliere dal dito l’anello, il dito è gonfio perché il sangue quasi non circola più. Con uno strappo riesce a liberarlo, me lo consegna dicendo: “Lo consegni a mia madre, è l’unico ricordo che mi rimane”.

Si giunge al campo sportivo di Giaveno. Nessuno ha avuto il coraggio di seguire il corteo.

Pierino esprime il suo ultimo desiderio. “Dica ai Tedeschi che non sparino alla testa, per non essere sfigurato, verrà forse mia mamma a vedermi”.

Dopo una breve pausa continuò: “Voglio vedere ancora una volta il sole”. Lo fissa, beve quasi i suoi raggi che filtrano a stento attraverso le nubi e l’aria fredda dicembrina.

Non vuole avere gli occhi bendati perché un patriota non teme la morte tante volte sfidata audacemente. Le armi vengono puntate. Gli sono ancora accanto: la preghiera ed un ultimo abbraccio.

In Lei abbraccio tutti i miei cari”. Stringe tra le dita il crocifisso. Attende. Una scarica rompe il silenzio. Il giovane corpo piega su sé stesso e cade. Il sangue esce arrossando la divisa partigiana, filtra nella terra.

Un figlio di meno per difendere l’Italia, ma un altro di più nell’albo d’onore della gloria segna un eroe vittima innocente delle feroci rappresaglie tedesche.

Don Carlo Busso

Giaveno 3 dicembre 1944

Don Carlo Busso, nome di battaglia “Busca

La scheda Ricompart del partigiano combattente Don Carlo Busso “Busca


PASTASCIUTTA ANTIFASCISTA 2025

La notizia della caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, raggiunse la famiglia Cervi mentre era intenta nei lavori dei campi e nelle altre fatiche quotidiane.
Il fascismo era caduto: i Cervi erano consapevoli che la guerra non era davvero terminata e che c’era ancora tanto da fare per liberare l’Italia, ma decisero di festeggiare comunque quel giorno. Nessuno sarebbe riuscito a privarli di quel momento di pace dopo 21 anni di dura dittatura fascista: si procurarono la farina, presero a credito burro e formaggio e prepararono chili e chili di pasta.
La pastasciutta distribuita in piazza non fu solo un momento di festa che andava goduto fino in fondo, ma anche un modo simbolico per riappropriarsi del luogo principe della socialità cittadina ridotto da anni a spazio dedicato unicamente alle tronfie celebrazioni del partito fascista e alle ridicole adunate a comando.
Anche un ragazzo, con indosso una camicia nera (forse era l’ultima rimasta), fu invitato a unirsi agli altri e a mangiare il suo piatto di pasta.
Oggi, ancor più che per le passate edizioni che ogni anno l’ANPI organizza in tutt’Italia, la Pastasciutta antifascista non intende solo ricordare e rivivere la festa di popolo organizzata dalla famiglia Cervi, ma anche creare un’occasione di riflessione e di incontro di tutte le cittadine e i cittadini, delle associazioni, dei sindacati, dei partiti e dei movimenti politici che si riconoscono nei valori dell’antifascismo, della Costituzione italiana e della Pace.
La 6^ edizione della Pastasciutta antifascista si terrà a Barletta venerdì 25 luglio 2025 in Piazza Plebiscito 53 presso il Ristorante “Il Valentino”.
A introdurre la serata, dalle ore 19:00, saranno Rosa Siciliano, Direttrice editoriale della rivista di Pax Christi Italia “Mosaico di pace” che dialogherà con Ugo Villani, Professore emerito di Diritto internazionale – Università Aldo Moro Bari sul tema “Le vie della pace”.
Anche quest’anno, come è giusto che sia, ricorderemo Romeo Tuosto, scomparso nel 2023, sempre schierato con grande dignità e determinazione in difesa dei diritti degli ultimi e il primo a volere che anche Barletta avesse la sua Pastasciutta antifascista.

80 voglia di Liberazione – Adelmo Cervi nella nostra provincia BAT


Quest’anno negli ottant’anni della Liberazione dal Nazifascismo, abbiamo l’onore di ospitare nelle nostre città Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli trucidati dal nazifascismo nel dicembre del 1943.
Ci racconterà la storia della sua famiglia, di quello che ha vissuto e di come è cresciuto nell’Emilia del dopoguerra.
Sullo sfondo abbiamo poi i Referendum dell’8 e 9 giugno, una prova di democrazia nel segno della giustizia sociale e dei diritti negati.

Pertanto le Tappe sono:
venerdì 30 maggio a Trani presso l’HUB Porta Nova ore 18.00 (Ass. Metabolè con ANPI e ARCI)
sabato 31 maggio ore 18.00 Canosa di Puglia presso la CGIL Via M.Scevola, 7 – con ANPI e CGIL
domenica 1 giugno ore 19.00 a Minervino Murge presso la sede ANPI via F.Bandiera
martedì 3 giugno ore 19.30 presso il Castello di Bisceglie con ANPI, ARCI, CGIL e il comitato 80 voglia di liberazione.

Vi aspettiamo rammentando che la Libertà è Partecipazione !

Proiezione Docufilm I miei sette Padri


Proiezione speciale del docufilm “I miei sette Padri” giovedì 24 aprile presso il Politeama Italia di Bisceglie, alle ore 21:00.
La visione del film sarà preceduta da una video intervista ad Adelmo Cervi.

Il documentario “I miei sette padri” di Liviana Davì racconta la storia di Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli Cervi fucilati dai fascisti a Reggio Emilia nel 1943. Il film esplora l’eredità dei fratelli Cervi, simbolo della Resistenza, attraverso il racconto personale di Adelmo, che ha vissuto tutta la sua vita in relazione a quel mito.

“I miei sette padri” si concentra sul viaggio di Adelmo, che ripercorre i luoghi della Resistenza del padre Aldo, in un movimento che va dalla pianura alla montagna, fino alla casa contadina dove la famiglia Cervi viveva. Adelmo cerca di capire chi fosse veramente suo padre, oltre al simbolo della Resistenza, cercando di scoprire l’uomo che era, con la sua vita, i suoi affetti e le sue speranze.

Il costo del biglietto è di 5 euro. I biglietti si possono acquistare presso il botteghino del Politeama Italia, oppure online tramite questo link: https://politeamaitalia.com/i-miei-sette-padri/

Giovanni Capurso ospite stasera alle Vecchie Segherie Mastrototaro

Un viaggio nella storia del primo dopoguerra italiano per comprendere le dinamiche che hanno portato all’ascesa del fascismo. Martedì 22 aprile, alle ore 19:00, le Vecchie Segherie Mastrototaro ospiteranno Giovanni Capurso per la presentazione del suo libro “La passione e le idee” (Progedit). L’incontro, moderato da Giacomo Colaprice ed Elisabetta Mastrototaro, si svolgerà in collaborazione con il Comitato Antifascista 80vogliadiLiberazione.

Tra il delitto di Giuseppe Di Vagno e quello di Giacomo Matteotti, il fascismo costruì il suo potere attraverso lotte tra fazioni interne e scontri con gli antifascisti. Giovanni Capurso, attingendo a documenti in parte inediti, ricostruisce un periodo storico complesso, delineando il ruolo della Puglia come laboratorio politico per le future strategie del regime.

Il libro esamina le dinamiche interne al movimento fascista, tra la componente ufficiale, quella autonoma e il sindacalismo fascista, mettendo in evidenza il ruolo del trasformismo politico nel Mezzogiorno. Inoltre, analizza i primi tentativi di collaborazione tra capitale e lavoro che anticiparono il corporativismo economico degli anni successivi.

Giovanni Capurso offre una visione chiara e dettagliata di un’epoca segnata da tensioni politiche e sociali. Un incontro imperdibile per chi desidera approfondire il contesto storico del primo dopoguerra e le radici della dittatura fascista in Italia.

I campi di concentramento al Sud

Il campo di concentramento di Ferramonti, nel comune di Tarsia in provincia di Cosenza è stato il più grande dei 15 campi di internamento costruiti nell’estate del 1940 su ordine di Benito Mussolini e anche il principale, in termini di consistenza numerica, tra i numerosi luoghi di internamento per ebrei, apolidi, stranieri nemici e slavi all’indomani dell’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale. Il campo fu liberato dagli inglesi nel settembre del 1943, ma molti ex internati rimasero a Ferramonti anche negli anni successivi e il campo di Ferramonti fu ufficialmente chiuso l’11 dicembre 1945.
Nell’arcipelago delle Isole Tremiti, a San Nicola, isola poco popolata, lunga poco più di un chilometro e mezzo, e larga 450 m., tra il 1927 e il 1943 divenne un luogo di deportazione per oppositori al regime fascista, condannati dal Tribunale Speciale a vari anni di confino. Sull’isola furono prevalentemente reclusi i politici e, tra il 1936 e il 1941, anche molti Testimoni di Geova. Sull’isola di San Domino furono confinati centinaia di uomini omosessuali italiani, principalmente catanesi.
L’Anpi di Bisceglie, attraverso gli interventi dello storico Gianni Sardaro dell’IPSAIC, e con il docente UNIBA Vito Carmineo, ricostruisce una realtà storica poco nota, e che vede coinvolto il Sud d’Italia.
Coordina il dialogo Rosalba D’Addato, Presidente della sezione Anpi Bisceglie “Michele D’Addato”.
L’evento si terrà Giovedì 10 Aprile, presso la Sala della Bifora del Castello di Bisceglie, alle ore 19.