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Settembre 1943: la battaglia di Barletta

Verso le ore 18 dell’8 settembre 1943, il colonnello Sforza, addetto al Comando Territoriale del IX Corpo d’Armata, telefonò al Presidio Militare di Barletta per comunicare che a Bari si era sparsa la voce che era stato firmato l’armistizio tra l’Italia e gli Anglo-Americani. Poco dopo il Podestà di Barletta, Giulio De Martino, avvertì il comando del Presidio che la stessa notizia si era diffusa anche nella nostra città e che la popolazione giubilante affluiva nelle strade: la guerra sembrava finalmente finita! Solo pochi temevano quanto stava per accadere tra noi e i tedeschi che, anche approfittando del disorientamento dell’Esercito italiano, immediatamente misero in atto le contromisure predisposte già da tempo: ingannare, disarmare, occupare, assassinare.

Quello stesso giorno in tarda serata, infatti, Kesselring emanò il seguente ordine: “Il Governo italiano nel concludere alle nostre spalle l’armistizio con il nemico ha commesso il più infame dei tradimenti … le truppe italiane dovranno essere invitate a proseguire la lotta al nostro fianco … altrimenti dovranno essere disarmate senza alcun riguardo. Per il resto non vi è clemenza per i traditori!”

Alle ore 0,20 del 9 settembre, giunse al Comando del Presidio di Barletta il dispaccio radio numero 24.202 diramato dal capo di Stato Maggiore, generale Ambrosio che, paragonato al deciso ordine di Kesselring, fa apparire ancora più colpevole la mancanza di chiarezza degli alti comandi italiani: “In virtù dell’avvenuta firma dell’Armistizio, non ostacolare le operazioni degli Anglo-Americani e tenere verso di loro contegno dignitoso e scevro di servilismo. Ritirare i reparti costieri dalle loro posizioni e riunirli in località lontane dalle principali vie di comunicazione; evitare incidenti con le truppe tedesche; rispondere a eventuali loro provocazioni con adeguata reazione.”

Fino a questo momento, dunque, anche se da numerosi reparti continuavano a pervenire segnalazioni di aggressioni e violenze, i comandi militari italiani non consideravano le truppe tedesche come nemiche. I comandanti, quindi, potevano agire autonomamente solo dopo un’aggressione tedesca anche se ciò significava rinunciare alla propria iniziativa e al fattore sorpresa.

Intanto ad Ortona il re e tutta la famiglia reale, Badoglio e l’intero Stato maggiore si imbarcavano sulla corvetta “Baionetta” alla volta di Brindisi, già occupata dagli angloamericani.

La giornata del 10 settembre trascorse senza avvenimenti di rilievo, ma in uno stato di tensione, di attesa e, soprattutto, di incertezza. Il Comando supremo tedesco, invece, proprio il 10 settembre, emanò il seguente ordine: “Laddove le truppe italiane o altri armati oppongano resistenza, si deve porre loro un ultimatum a breve scadenza, chiarendo che i comandanti italiani responsabili della resistenza saranno fucilati come franchi tiratori”.

In questo modo i vertici nazisti cercavano di impedire ai militari italiani di difendersi dall’aggressione armata tedesca.

Alle ore 2 del 11 settembre giunse al comandante del presidio di Barletta il seguente fonogramma (numero 42 O.P.): “Urgentissimo: per ordine superiore considerate truppe germaniche come nemiche ed agite in conseguenza”. Firmato Generale Caruso (trasmette Scarretta, riceve Dell’aquila)

Dal sicuro approdo di Brindisi veniva tardivamente ordinato a quel che rimaneva dell’esercito italiano, di opporsi ai tedeschi!

Il colonnello Francesco Grasso convocò al Castello, sede del comando del presidio, i comandanti dei reparti presenti in città e, letti i dispacci pervenuti, dispose che fossero costituiti capisaldi sulle vie di accesso alla città, che le truppe passassero la notte nelle rispettive posizioni pronte ad ogni evento e che il ponte sull’Ofanto fosse fatto saltare per ostacolare gli spostamenti delle forze nemiche. La situazione era delicata anche a causa del limitato armamento di cui disponevano le truppe: fucili, moschetti, qualche mitragliatrice e pochi fucili mitragliatori oltre al munizionamento previsto dal progetto O.P. (Ordine Pubblico). Solo il 546° Battaglione costiero aveva l’armamento ed il munizionamento previsti per reparti di quel genere. Ancora una volta i nostri soldati dovevano misurarsi contro il nemico in condizioni di schiacciante inferiorità di mezzi.

 “Fu questa di Barletta una battaglia vera e propria: gli italiani occuparono i punti nevralgici e le strade di accesso alla città, ebbero un primo scontro alle 10 dell’11 e ricacciarono gli assalitori. … Il caposaldo Cittiglio sul fiume Ofanto combatté strenuamente e catturò 15 prigionieri (i prigionieri condotti al castello furono complessivamente circa 200); il Caposaldo Giussano, sulla via per Andria respinse l’assalto dei tedeschi distruggendo due “panzer” ed alle 19, dopo tre ore di combattimento, ricacciò e contrattaccò una colonna motorizzata nemica, colpendo e rendendo inservibili quattro mezzi blindati”. (R. Zangrandi: 1943: 25 luglio-8 settembre ed. Feltrinelli).

Il caposaldo, in contrada Crocifisso, era comandato dal tenente Vasco Ventavoli. Egli stesso ricostruisce gli avvenimenti della giornata in una sua lettera riportata nel volume “BARLETTA DURANTE L’OCCUPAZIONE TEDESCA” di Monsignor Salvatore Santeramo:

“Mi è pervenuto un suo articolo riguardante i fatti d’arme (Giornale “Il Buon Senso” – 19 marzo 1944), avvenuti nei pressi di Barletta. Mentre ringrazio per aver messo in luce la mia azione fortunata desidero che Ella sappia che il tiratore scelto non fui io, ma il sergente Guido Giandiletti. Io ero il Comandante della Compagnia. Mi sento obbligato verso di Lei per aver rievocato dalla completa dimenticanza un episodio brillante, ma fatalmente travolto e sommerso dalle menzogne e dalle false dicerie che circondano il fatto di Barletta. Sarebbe troppo lungo narrare come andarono le cose…però tengo a dirle, Rev.mo Canonico, che fu il nostro nucleo quello che sbarrò la strada di Andria ai carri armati tedeschi la sera dell’undici e che chiuse la giornata in una brillante vittoria ottenuta in condizioni di assoluta inferiorità, che combatté strenuamente ed a lungo allo stesso ponte del Crocifisso la mattina seguente e, benché provato dalle perdite subite per la penuria delle munizioni e soprattutto perché circondato da tre lati, tenne in iscacco i tedeschi fino al limite del possibile. Fu in quel mattino di domenica rimasto per tutti come una pagina oscura, che rifulse più che mai lo spirito combattivo e di sacrificio dei superstiti del Crocifisso. Questo volevo dirle … per la verità e per la giustizia più che per apologia. Inoltre desidero sapere se c’è qualcosa di vero circa la proposta di ricompensa al valor militare da Lei citata nel suo articolo. F.to   tenente Vasco Ventavoli

Al caposaldo Cittiglio, sul ponte dell’Ofanto, si svolsero, nei giorni 11 e 12 due scontri così descritti dal generale R. Lerici, Comandante del IX Corpo d’Armata, nella sua relazione diretta al Comando della VII Armata: “Barletta, giorno 11 alle ore 12,30, il presidio del caposaldo Cittiglio (Ofanto), costituito da una compagnia rinforzata del 546o Battaglione Costiero, rispondendo al fuoco di un autocarro tedesco, lo fermava catturando un ufficiale, un sottufficiale e tredici uomini con armi automatiche. Perdite nostre: due feriti. Tedeschi: un morto e due feriti…. Il giorno 12 alle ore 7 tre aerei tedeschi bombardarono obiettivi militari della città. Forze rilevanti tedesche (Sette carri armati, tre batterie autotrasportate, quaranta autocarri carichi di truppa) provenienti da Foggia, hanno attaccato tre compagnie a Ponte Ofanto, che opposero vivace resistenza. Malgrado ciò la colonna riusciva a penetrare in città catturando vari reparti che avevano in essa resistito”.

Anche il comandante del XV Reggimento Costiero, il tenente colonnello Tommaso Ajello, parla del comportamento dei militari che difesero fino al limite del possibile il ponte: … “Le comunicazioni funzionarono fin verso le ore 6.30 del 12 settembre quando, parlando personalmente (telefonicamente n.d.a.) con il capitano Tarabusi, appresi che una colonna tedesca autocarrata si avvicinava al caposaldo Cittiglio. Il capitano Tarabusi mi chiese ordini in proposito. Risposi di fare il suo dovere e il Tarabusi, che era un ottimo ufficiale, lo fece tanto che l’ho proposto per una ricompensa al valore. I particolari del combattimento mi furono riferiti dal tenente medico Salinari che aveva il suo posto di medicazione sulla linea di combattimento e che quindi fu testimone oculare. Anche il Salinari è stato da me proposto per una ricompensa al valore”.

Nella serata del giorno 11, il Comandante del presidio, ad operazioni terminate, inutilmente tentò di mettersi in contatto con i comandi superiori di Bari. Il cappellano militare Monsignor Giuseppe D’Amato, testimone diretto dei fatti, nel suo libro: ”L’occupazione tedesca a Barletta” riferisce: “Il colonnello Grasso volle tentare anche con l’ufficio delle poste di comunicare con Bari. Alle 21 del giorno 11 mandò all’Ufficio Poste un soldato con un telegramma cifrato per il comando territoriale ma, non fu possibile perché le linee telegrafiche erano state interrotte dai tedeschi. Affidò quindi al comando del 15o Costiero il compito di riferire a Bari gli avvenimenti della giornata attraverso il Comando divisione Costiera, con il quale il 15o era ancora in collegamento. Decise anche di inviare a Bari, di persona, il Maresciallo Vito Muggeo al quale affidò il seguente fonogramma urgentissimo (numero di protocollo 523/s dell’11/9/43):

Dal Comando Presidio Militare di Barletta – Al Comando Territoriale IX Corpo d’Armata di Bari: “Ritardate, a causa interruzione tutte comunicazioni – alt – At seguito informazioni fornite tramite 15o Reggimento Costiero sugli avvenimenti di oggi necessitano – due punti – munizioni per mitra 37 per cannone anticarro 47/32 per mortai e qualche pezzo artiglieria con relativo personale et munizioni – alt –  richiedo istruzioni per prigionieri – alt”. Codistremiles Col. Grasso

Ed ecco la paradossale risposta:

Comando Militare IX C.A. di Bari – Prot. 989/O.P. – Bari, 12/9/43 – Oggetto: Biglietto urgente di servizio.

Al Comando Presidio Militare di Barletta – Riferimento telegramma a mano urgentissimo n. 523/s dell’11/9/43: “Fino ad oggi non è pervenuta alcuna comunicazione in merito agli avvenimenti svoltisi ieri a Barletta; pregasi pertanto rimettere urgenza mezzo corriere dettagliato rapporto predetti avvenimenti, facendo nel contempo conoscere il numero delle singole armi per le quali vengono richieste le munizioni, onde provvedere alle relative assegnazioni. Per norma Codesto Comando tenga in ogni modo presente che presso Deposito Misto di Barletta vi è disponibilità di bombe per mortaio da 45 ed 81. D’ordine per il Colonnello Capo Ufficio Francesco Sforza”. Firmato Ten. col. V. Aloisi

Alle prime luci dell’alba del 12 settembre i tedeschi che, invece, avevano ricevuto i rinforzi necessari a superare la resistenza del presidio di Barletta, attaccarono in forze la città. Il Capostazione di Barletta telefonò al Comando del Presidio dicendo che un consistente nucleo di tedeschi aveva occupato il casello ferroviario alle spalle delle truppe dislocate su via Andria e su via Canosa. Fu immediatamente inviato sul posto il plotone ciclisti del Comando 546° Battaglione Costiero. Vennero catturati una ventina di tedeschi che furono condotti al Castello. Attorno alle 07,30 giunse la notizia che una colonna tedesca, con carri armati ed una quarantina di camion carichi di truppa aveva attaccato e sopraffatto il caposaldo sul ponte dell’Ofanto, contemporaneamente sul cielo di Barletta comparvero tre Heinkel 111 che bombardarono la città. Alle 08,00 anche la Compagnia di Via Canosa fu attaccata e sopraffatta. I tedeschi, al comando del Maggiore Walter Gericke, erano ormai in città.

Alle 08,30 il comandante della colonna tedesca intimò al colonnello Grasso la resa e minacciò, in caso di rifiuto “di mettere a ferro e fuoco la città”.

La situazione era disperata: i tedeschi entrati nell’abitato stavano dando sfogo alla rabbia per lo smacco subito, sparando alla cieca sulla popolazione inerme e sfregiando a cannonate palazzi, chiese e persino l’ospedale. La minaccia del comandante tedesco di rappresaglie sulla popolazione era incombente e concreta, il nucleo principale della difesa non esisteva più e le truppe di Via Trani e Via Andria erano tagliate fuori ed impossibilitate ad intervenire; non vi era possibilità di ulteriore resistenza a causa della sproporzione di mezzi a disposizione né vi era speranza di aiuti o rinforzi da parte dei comandi superiori. Per questi motivi e per evitare altre stragi e distruzioni, il comandante, assumendo su di sé ogni responsabilità, decise di accettare la resa.

Alle 09,00 i tedeschi entrarono nel castello, sede del comando del presidio: il colonnello Grasso fu aggredito, colpito da due soldati tedeschi e, ferito e sanguinante, portato via su una motocarrozzetta.

Cominciava per lui il triste calvario di una prigionia nei lager nazisti che durò fino al luglio del 1945.

Mons. D’Amato scrisse nel capitolo X del suo libro: “Egli avrebbe potuto anzitutto e anzitempo mettersi in salvo, invece, per ragioni di onore e di dignità militare, rimase sino all’ultimo al suo posto di comando, per cui dové seguire la triste sorte della cattura e, quindi, della prigionia … Oltre a quanto accadde nella nostra città, Barletta, è giusto far risaltare che nel corso della giornata del dodici, avrebbe subito maggiori danni e sarebbe andata incontro a maggiori rappresaglie da parte dei tedeschi, già padroni della città, ed anche per la superiorità delle loro armi, se il Colonnello Grasso, Comandante del Presidio e della Difesa Tattica, anziché dichiarare la cessazione di ogni resistenza, si fosse trincerato nel suo castello ed avesse resistito, in attesa di aiuto dal comando territoriale di Bari, sia pure per alcuni giorni, servendosi semmai nel frattempo per la difesa, delle insufficienti armi a sua disposizione… La sua decisione, invece, di cessata resistenza … salvò la città da terribile distruzione e da cruenta carneficina di civili, per cui si deve a lui se maggior danno e lutto fu risparmiato alla città. La nostra salvezza, da lui procurataci, diede a lui, invece, la grave umiliazione e cattura e il sacrificio della lunga prigionia in Germania di due anni, con tutte le sofferenze, stenti, privazioni e dolori”.

L’eccidio della Posta

L’occupazione tedesca della città ebbe inizio il 12 settembre con un feroce atto di rappresaglia: a piazza Caduti, quando già era cessata ogni resistenza e la città era completamente in mano tedesca, si verificò il barbaro episodio dell’eccidio di undici vigili urbani e di due netturbini.

Dopo essere stati perquisiti, furono allineati lungo il muro dell’Ufficio postale e barbaramente uccisi. Se ne salvò miracolosamente solo uno, il vigile Francesco P. Falconetti, salvato grazie all’eroismo di Lucia Corposanto e Addolorata Sardella (vedi in “Persone e storie” – stessa sezione del sito anpibat.it)

GALLERIA

Chiesetta del Crocifisso su Via Andria

Vasco Ventavoli

Uno dei carri armati tedeschi distrutti nella battaglia del Crocifisso l’11 settembre 1943 (archivio famiglia Enrico Lattanzio)
Il Maggiore Walter Gericke fotografato il giorno prima del decisivo attacco a Barletta del 12 settembre 1943
Cannone tedesco spara contro l’Ospedale di Barletta il 12 settembre 1943
Eccidio Palazzo della Posta – 12 settembre 1943
Eccidio Palazzo della Posta – 12 settembre 1943