INTRODUZIONE ALLA BANCA DATI DEI PARTIGIANI DELLA PROVINCIA DI BARLETTA ANDRIA TRANI.

INDICE DEI PARAGRAFI
- L’alba della Lotta di Liberazione: le scelte dei militari
- Dalle prime “bande” alle Divisioni partigiane
- Un mosaico di ideali: le principali formazioni partigiane
- Oltre il silenzio: il Sud nella Lotta di Liberazione
- I partigiani della Provincia di Barletta Andria Trani
- Il riconoscimento delle qualifiche partigiane
- Note metodologiche
- Credits
L’alba della Lotta di Liberazione: le scelte dei militari.
Il 3 settembre 1943, a Cassibile, l’Italia firmava l’armistizio con gli Angloamericani che erano, fino al giorno precedente, nostri “nemici”.

Quando, l’8 settembre, la notizia divenne pubblica, l’Esercito italiano si risvegliò in un incubo: era stato colpevolmente lasciato senza ordini precisi mentre la Germania reagiva prontamente dando attuazione al Piano Achse, elaborato dall’Alto Comando della Wehrmacht per reagire a un eventuale (ma previsto) “tradimento” dell’Italia e che prevedeva il disarmo delle sue forze armate schierate nei diversi fronti di guerra e l’occupazione della penisola. L’ex alleato tedesco si trasformò, così, in occupante e in pochi giorni prese il controllo dei centri nevralgici della Penisola.
In questo scenario, i soldati italiani si trovarono a dover scegliere tra la resa e la resistenza. Molti, sopraffatti dal caos, deposero le armi senza sparare un solo colpo; altri, invece, scelsero la via del coraggio e della dignità.

Fu allora che la Resistenza mosse i suoi primi passi, proprio tra le divise dei militari. La Storia ricorda gli eroici combattimenti a Cefalonia e in altre isole greche, la strenua difesa di Roma con la nota battaglia di Porta San Paolo e, non ultima, la resistenza del presidio militare di Barletta.

Il colonnello Francesco Grasso, comandante del presidio militare di Barletta, non si preoccupò di mettere in salvo sé stesso, non scappò come altrove – in tanti – fecero; restò al proprio posto.

E restarono al proprio posto tutti i suoi uomini che riuscirono a respingere i Tedeschi che attaccarono la città l’11 settembre. La resistenza cessò solo quando il colonnello Grasso, che non aveva ricevuto dal Comando del IX Corpo d’Armata di Bari gli aiuti richiesti, assunse su di sé la responsabilità della decisione e ordinò la resa per evitare un inutile, ulteriore spargimento di sangue dei suoi uomini e – soprattutto – dei civili inermi.

Francesco Grasso, al pari di altri militari del presidio di Barletta, subì la sorte di chi non cadde sul campo o non si schierò al fianco dei nazisti: la cattura e la deportazione nei lager del Terzo Reich.

Questi militari italiani, colpevoli solo di aver fatto il proprio dovere, divennero I.M.I. (Internati Militari Italiani): uomini senza status di prigionieri di guerra e privati di ogni tutela assicurata dalle convenzioni internazionali. Con il loro ‘NO’ collettivo a ogni collaborazione con l’ex alleato tedesco e con i fascisti della Repubblica di Salò, opposero una prima forma di Resistenza, non armata ma profondamente politica. L’internamento costò la vita a circa 50.000 di loro.

Alla città di Barletta, che dimostrò che un altro 8 settembre sarebbe stato possibile, sono state conferite, per gli eventi del settembre 1943, due Medaglie d’Oro, al Merito Civile e al Valor Militare.


Negli stessi giorni, il Sud divenne la base per la rinascita delle Forze Armate italiane regolari: dalle ceneri dei reparti sbandati ma ancora parzialmente integri nacque a San Pietro Vernotico (BR) il “Primo Raggruppamento Motorizzato” che si evolse nel “Corpo Italiano di Liberazione” (C.I.L.) che, sotto la guida del generale Umberto Utili e forte di circa 25.000 uomini, contribuì alla liberazione di numerosi centri delle Marche, dell’Abruzzo, del Molise. Nel corso della grande estate partigiana del 1944, il C.I.L. venne sciolto per permettere la costituzione dei più importanti “Gruppi di Combattimento”.

Il rinato Regio Esercito Italiano fu importante non solo per il contributo bellico alla vittoria alleata, ma perché, assieme al movimento partigiano, sancì il riscatto dell’Italia come nazione pronta a riconquistare la propria libertà palmo a palmo, la propria credibilità nel contesto internazionale e la propria dignità dopo il buio del Ventennio fascista.
Dalle prime “bande” alle Divisioni partigiane.
La Resistenza rappresentò una vera scelta di vita nata nel silenzio delle montagne e nel cuore delle città; dopo il trauma dell’8 settembre, il movimento partigiano prese forma spontaneamente, alimentato da uomini e donne che rifiutarono di piegarsi all’occupante tedesco e ai fascisti di Salò.
Inizialmente si trattò di piccoli nuclei spesso costituiti per iniziativa di militari che non volevano consegnarsi ai Tedeschi e continuare la guerra al loro fianco.

A loro si unirono uomini e donne di ogni età, religione, provenienza geografica e politica uniti dal comune obiettivo: lottare contro i nazisti e i fascisti e liberare l’Italia.

C’erano, tra gli altri, anche ex garibaldini della Guerra di Spagna, antifascisti storici rientrati dall’esilio o usciti dalle carceri fasciste e giovani che non avevano mai imbracciato un’arma che, per sottrarsi ai bandi di reclutamento della neonata Repubblica Sociale Italiana, sceglievano la via dei monti o la clandestinità nei centri urbani grandi e piccoli.

Queste prime “bande” erano formazioni eterogenee, spesso prive di un adeguato equipaggiamento, ma animate da un profondo spirito di ribellione.
I piccoli gruppi isolati iniziarono, così, a strutturarsi in squadre, brigate e, infine, in vere e proprie divisioni, assumendo una fisionomia sempre più definita e politicamente consapevole.
La lotta che condussero fu una sfida impari: una guerriglia fatta di ombre e rapidità. Consapevoli della superiorità bellica del nemico, i partigiani adottarono strategie basate su attacchi mirati a centri logistici, sabotaggi alle linee di comunicazione e azioni di disturbo continue che logoravano le forze nazifasciste e distoglievano uomini e mezzi dal contrasto agli Alleati che risalivano dal Sud.
I partigiani erano costretti a spostarsi frequentemente e dovevano pianificare scrupolosamente ogni azione per colpire e svanire nel territorio anche grazie al sostegno e alla protezione dei civili che spesso mettevano a repentaglio la loro stessa vita.


Il salto di qualità decisivo avvenne nel giugno 1944 con la nascita del Comando Generale del “Corpo Volontari della Libertà” (C.V.L.), per iniziativa del “Comitato di Liberazione Nazionale” e come evoluzione del preesistente “Comando Militare per l’Alta Italia”.
La Resistenza si diede, così, una struttura unitaria nella quale il C.V.L. costituiva il braccio armato della Resistenza mentre il C.L.N. ne era la mente politica.
Grazie a questa scelta strategica, le diverse anime politiche – dai comunisti ai cattolici, dagli azionisti ai socialisti, dai liberali ai democratici del lavoro – trovarono un coordinamento militare e una direzione comune.
Quello che era iniziato come un moto spontaneo di ribellione si era trasformato in un organismo compatto: un esercito di popolo, frammentato nelle sue basi operative ma unito nei vertici e nell’obiettivo finale di restituire all’Italia la sua libertà e la sua dignità.

Un mosaico di ideali: le principali formazioni partigiane.
La Resistenza italiana non fu un blocco monolitico, ma un vasto e composito mosaico di culture, ideologie e speranze diverse, tutte unite dal medesimo obiettivo: la liberazione dal nazifascismo. Ogni formazione portava con sé una visione del mondo e un progetto per l’Italia futura, rendendo la lotta partigiana un esperimento unico di pluralismo democratico in armi.

Il panorama era estremamente variegato: le Brigate “Garibaldi”, insieme ai Gruppi e alle Squadre di Azione Patriottica (i G.A.P. e le S.A.P.), rappresentavano l’anima legata al Partito Comunista; le formazioni di “Giustizia e Libertà” davano voce agli ideali del Partito d’Azione; le brigate “Giacomo Matteotti” raccoglievano i combattenti di area socialista.
Accanto a loro, il mondo cattolico e democratico-cristiano si esprimeva attraverso le “Fiamme Verdi” (nate spesso per iniziativa di ufficiali degli alpini) e le brigate “Osoppo” o “del Popolo”. Non mancarono le formazioni cosiddette “azzurre”, di ispirazione monarchica e badogliana, né i piccoli ma determinati nuclei liberali, anarchici o trotskisti.
La lotta contro il nazifascismo, per gli Italiani, non si esaurì entro i confini della Penisola: migliaia di militari, che l’8 settembre si trovavano all’estero, dovettero compiere una scelta drammatica tra la prigionia, la collaborazione con i nazisti e la resistenza.
In Jugoslavia, la Resistenza italiana fu massiccia: nacquero i battaglioni “Garibaldi”, “Matteotti”, “Mameli” e “Fratelli Bandiera”, che confluirono poi nella potente Divisione d’assalto “Garibaldi – Italia”, che combatté a fianco dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia (E.P.L.J.) del maresciallo Josip Broz “Tito” fino alla fine del conflitto.
In Grecia numerosi partigiani italiani combatterono nelle file dell’Ellinikós Laïkós Apeleftherotikós Stratós, l’Esercito popolare greco di liberazione (E.L.A.S.), così come, in Albania, dell’Esercito Nazionale per la Liberazione dell’Albania (E.N.L.A.) o in quelle della Divisione “Antonio Gramsci”,

Anche in Francia, sotto il simbolo della Croce di Lorena con doppia trasversa, gli Italiani si unirono alle Forces Françaises de l’Intérieur (F.F.I.), contribuendo alla liberazione del suolo francese.

Ma non furono solo i partigiani italiani a combattere all’estero: migliaia di combattenti per la libertà stranieri presero parte alla Lotta di Liberazione italiana tra il 1943 e il 1945. Erano ex prigionieri di guerra alleati che, dopo l’8 settembre 1943, fuggirono dai campi di prigionia italiani; disertori della Wehrmacht come il celebre Rudolf Jacobs passato alla Resistenza per motivi ideologici; Sovietici che costituirono uno dei gruppi più numerosi (circa 5.000) temutissimi per la loro grande esperienza militare maturata nell’Armata rossa; Jugoslavi che operarono soprattutto nel confine orientale (Venezia Giulia); Cecoslovacchi e Polacchi già inquadrati forzatamente dai tedeschi nella Wehrmacht che colsero l’occasione per ribellarsi; Etiopi e Somali ex prigionieri portati in Italia come “trofei” o sudditi coloniali come Giorgio Marincola, l’unico “partigiano nero” (decorato con Medaglia d’Oro al Valor Militare), che scelsero di combattere per la libertà del Paese che li aveva aggrediti.



Oltre il silenzio: il Sud nella Lotta di Liberazione.
Per anni la partecipazione del Meridione d’Italia alla Resistenza è stata ignorata o, quanto meno, ampiamente sottostimata e sottovalutata: a malapena si ricordavano le quattro giornate di Napoli della fine di settembre 1943 con le sue figure simbolo: l’undicenne Gennaro “Gennarino” Capuozzo, il tredicenne Filippo Illuminato e Maddalena “Lenuccia” Cerasuolo.

Troppo poco si parlava del contributo delle genti del Sud e, quindi, anche delle donne e degli uomini della provincia di Barletta Andria Trani alla lotta partigiana.

Erano appartenenti a famiglie emigrate al centro e al nord Italia in cerca di un lavoro che, come sarà sancito dall’articolo 36 della Costituzione italiana, assicurasse “a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” o erano militari sbandati dopo l’8 settembre 1943 in Italia e all’estero che, non volendo continuare la guerra al fianco dell’ex alleato tedesco o essere inquadrati nelle file dell’Esercito della RSI, decisero di prendere la via dei monti o della clandestinità nei centri urbani. Tanti erano braccianti, operai, carrettieri, muratori, cavamonti, pastori, venditori ambulanti, lattai; molti meno gli studenti, i professionisti, gli intellettuali.

Un caso emblematico è quello della famiglia Vitrani di Barletta, con entrambi i genitori partigiani (Angela Degno e Michele Vitrani), così come i figli Giuseppe Alberto, Pietro e Ruggiero, gli ultimi due catturati e uccisi dai nazisti.

La fontana monumentale, costruita nel 1980 e dedicata dal Comune di Coazze alla famiglia Vitrani, riporta in una delle tre lapidi che la ornano la seguente epigrafe: «Alla famiglia Vitrani / che di questa / scelta suprema / fu con l’impegno di / tutti i suoi membri / e con la morte di / due suoi figli / testimone esemplare / Coazze grata dedica / 25 aprile 1980 [lapide anteriore]»

Alcuni dei partigiani meridionali ebbero ruoli fondamentali nella lotta di liberazione nazionale, contribuendo a sfatare il mito di una Resistenza esclusivamente settentrionale.
Tra di loro, il siciliano Pompeo Colajanni, nome di battaglia “Nicola Barbato”, ex ufficiale di Cavalleria. Subito dopo l’8 settembre del 1943 organizzò, con i suoi soldati, altri ufficiali e civili, una delle prime bande partigiane piemontesi, il distaccamento garibaldino “Pisacane”. Divenne comandante della VIII Zona del Monferrato e, poi, vicecomandante del Comando militare regionale piemontese. Leggendario per le imprese delle formazioni al suo comando e per la sua abilità militare, nell’approssimarsi dell’insurrezione generale, dopo aver liberato Chieri (Torino), ebbe il compito di liberare Torino coordinando le formazioni Garibaldi, Giustizia e Libertà, Matteotti e Autonome.
Memorabile, in questa circostanza, l’incontro tra “Barbato” e il capitano Schmidt dei servizi di sicurezza tedeschi che, in nome dell’ambasciatore Von Rahn, voleva trattare una tregua. “Ho poteri per combattere o per accettare la vostra resa senza condizioni”, disse Barbato, “Faremo fare a Torino la stessa fine di Varsavia” replicò Schmidt. Il mattino del 28 aprile Torino era completamente liberata e Pompeo Colajanni veniva designato vicequestore. Pochi mesi dopo divenne sottosegretario alla Difesa nel governo Parri e lo fu anche nel primo governo De Gasperi. Sino alla sua scomparsa Pompeo Colajanni non cessò mai l’impegno politico: fu membro della Camera dei deputati, del Comitato centrale del Partito Comunista Italiano, deputato regionale in Sicilia, vice presidente dell’Assemblea siciliana, segretario delle federazioni comuniste di Enna e di Palermo, consigliere nazionale dell’ANPI, attivo nel Consiglio nazionale della pace.

La ricerca storica più recente, sostenuta da istituti come l’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea che ha censito quasi 8000 meridionali che combatterono in Piemonte o come l’Istituto Pugliese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea di Bari, sta finalmente restituendo verità a una vicenda ben più complessa e diffusa di quanto non si ritenesse e sta facendo uscire le storie di quegli uomini e di quelle donne dal cono d’ombra nel quale erano finite.
I partigiani della Provincia di Barletta Andria Trani.
Sono almeno 1200 gli uomini e le donne della provincia di Barletta Andria Trani che diedero un importante contributo alla Lotta di Liberazione nel centro-nord d’Italia o all’estero, in Albania, in Francia, in Grecia, in Jugoslavia e persino in Cecoslovacchia.
Fra gli altri: Francesco Gammarota, il partigiano barlettano che scelse come nome di battaglia “Brancaleone”, uno dei 13 cavalieri della Disfida di Barletta. Era militare a Savona, scampò alla cattura e alla deportazione e, con due suoi amici e compaesani, Nicola Filannino “Nino” e Raffaele Capasso, i “tre ribelli inseparabili” come Brancaleone scrisse sul retro di una fotografia che li ritraeva con i piedi nella neve, salì in montagna nell’Oltrepò pavese. Fu aiutato da Anna Maria Mascherini, infermiera e partigiana ventenne di Voghera, e riuscì a salvare la pelle. Spaccapietre era e spaccapietre rimase, anche quando tornò a casa.

Ci sono i morti in combattimento o fucilati con indosso gli abiti stravaganti ed eccentrici dei partigiani, come Vincenzo Tarantini di Andria, il partigiano “Catram” della Brigata garibaldina “Moro”, caduto in combattimento all’età di quindici anni.

O come il tranese Vincenzo Palone, partigiano della Brigata Giustizia e Libertà “Max Magia”, caduto a Milano in un’imboscata il 28 aprile 1945, alla cui memoria venne intitolata una Brigata del Partito d’azione.

O come il biscegliese Michele Cosmai, comandante di Battaglione, fucilato a Mirano (Venezia) il 17 gennaio 1945 dai militi fascisti del 1° Battaglione “Mestre” della Brigata nera “Bartolomeo Asara” di Venezia.

O come Giuseppe Piccoli di Trinitapoli, il partigiano “Picco” ucciso nel comune di Santhià. O come Gerardo Sorrenti di Spinazzola, morto in combattimento a Bardineto. I suoi ultimi momenti di vita li raccontò Francesco Giusto, testimone della sua uccisione.





E ci sono le vittime delle grandi stragi nazifasciste come Andrea Esposito di Trani ed Emidio Mastrodomenico di San Ferdinando uccisi a Piazzale Loreto il 10 agosto 1944 dai militi della Legione Autonoma Mobile “Ettore Muti” della RSI per ordine di Theo Saevecke noto come il “boia di piazzale Loreto” o gli andriesi Giuseppe Lotti, Vincenzo Saccotelli e il barlettano Gaetano Lavecchia, ammazzati alle Fosse Ardeatine.


Queste donne e questi uomini, cresciuti sotto il Regime, convinti che bisognasse solo credere, obbedire e combattere per essere buoni Italiani, improvvisamente si accorsero che non c’era più nessuno in cui credere, nessuno a cui obbedire, nessuno per cui combattere; nessuno tranne che per loro stessi, tranne che per le loro famiglie lontane, tranne che per un futuro e un’Italia più giusti.
Fecero, così, la loro scelta e, coloro che sopravvissero, tornarono a casa segnati profondamente e per sempre, nel corpo e nell’anima, da mesi di lotta spietata e senza regole. Tornarono a casa con i loro sogni impossibili, destinati troppo spesso a restare tali; e fra i loro sogni, in primo luogo, quello di trovare finalmente un lavoro che avrebbe dovuto dare a loro – finalmente – dignità e una vita meno dura.
Si erano schierati dalla parte giusta e avevano combattuto, non tanto spinti da una precisa ideologia politica, ma perché sentivano di doverlo fare: basta guerra, basta miseria, basta camicie nere, basta tronfie sfilate, basta ingiustizie. Non potevano sapere quali cambiamenti avrebbe portato il futuro, potevano solo immaginarli, forse in modo confuso, ma tanto fortemente li volevano. Conoscevano bene, però, il presente e il passato recente, quello che avevano vissuto e che volevano cambiare.
La scelta compiuta fece loro provare la fame e la paura, la violenza spietata, rabbiosa dei nazisti e dei fascisti e l’accoglienza generosa di civili che abitavano – a volte – in paesi lontani e dei quali non capivano neppure la lingua, il freddo implacabile delle montagne e la gioia esaltante della vittoria, il tradimento più vile e la solidarietà dei compagni.
Il riconoscimento delle qualifiche partigiane.
All’indomani della Liberazione, l’Italia sentì la necessità di dare un riconoscimento legale a chi aveva rischiato tutto per la libertà. Non si trattò di un semplice atto burocratico, ma di un processo complesso che distingueva chi si era schierato dalla parte giusta, nelle file della Resistenza, da chi, invece, aveva continuato a servire il nazismo o il fascismo nella Repubblica Sociale Italiana.
Il Decreto Legislativo Luogotenenziale 21 agosto 1945, n. 518 stabilì, in maniera definitiva dopo precedenti analoghe disposizioni di legge, le procedure per il riconoscimento delle qualifiche introducendo requisiti estremamente rigorosi per la loro attribuzione e affidando questo compito a undici Commissioni regionali alle quali si aggiunse la Commissione per la Venezia Giulia.
Le 11 Commissioni regionali erano nominate dal Presidente del Consiglio dei ministri su designazione del Ministero dell’assistenza post-bellica, del Ministero della guerra e dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI). Nell’allegato al decreto veniva indicata la giurisdizione di ciascuna di esse: Piemonte (esclusa la provincia di Novara), Lombardia (con la provincia di Novara), Tre Venezie (Commissione Triveneta per il Veneto, il Trentino Alto Adige e la Venezia Giulia fino a maggio 1948), Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Abruzzi, Lazio, Campania. A queste Commissioni si aggiunse la Commissione per la Venezia Giulia.
Per i partigiani di nazionalità italiana che avevano combattuto all’estero era istituita un’analoga commissione composta da sei membri designati dall’ANPI.
Per ottenere il titolo di Partigiano (combattente) occorreva dimostrare di aver partecipato alla Resistenza per almeno tre mesi e di aver partecipato ad almeno tre azioni di guerra o di sabotaggio ad alto rischio. Per chi aveva offerto un contributo attivo, pur senza raggiungere tali requisiti temporali, venne istituita la qualifica di Patriota. Un ruolo speciale, spesso meno visibile ma altrettanto vitale, fu quello dei Benemeriti: cittadini che, pur non impugnando le armi, avevano protetto, curato e sostenuto i combattenti, rischiando la vita per puro spirito di solidarietà.
L’iter era severo e complesso: ogni domanda doveva essere certificata dai Comandanti delle formazioni e supportata da testimonianze dirette.
Le Commissioni, composte da rappresentanti del Ministero dell’assistenza post-bellica, del Ministero della guerra e dell’ANPI, analizzarono migliaia di storie personali, creando un archivio preziosissimo che oggi ci permette di ricostruire con precisione e con rigorosi criteri storici l’impegno dei combattenti per la Libertà.
Note metodologiche.
La Banca dati online dei partigiani della Provincia di Barletta Andria Trani è frutto di una ricerca basata sulla consultazione e l’analisi di documenti d’archivio, saggi e libri, articoli e riviste di storia contemporanea, enciclopedie e biografie. Ciò a garanzia dell’attendibilità storica dei contenuti.
I dati relativi a 416 partigiani provengono dai fascicoli dell’Archivio storico dell’ANPI BAT giunti a noi grazie alla cura e alla lungimiranza di Giorgio Salamanna, presidente storico dell’ANPI della provincia di Bari dal 1977 al 2015 e del professor Vito Antonio Leuzzi, presidente dell’IPSAIC “Tommaso Fiore” di Bari.
Queste schede biografiche erano già presenti nel volume “Deportati, Internati Militari, Partigiani e Vittime della vendetta tedesca della Provincia di Barletta Andria Trani” pubblicato nel 2021 da Ippazio Antonio Pati Luceri e da Roberto Tarantino.
A Pati Luceri va – indiscutibilmente – il merito di essere stato un vero apripista della ricerca sui partigiani pugliesi, sottraendo all’oblio storie di coraggio e restituendo dignità storica al contributo del Sud alla Liberazione.
A titolo esemplificativo, di seguito, sono riportate le fonti utilizzate nella Banca dati online dei partigiani della BAT per il partigiano Francesco DEL VECCHIO:













Credits


Studentesse e studenti anno scolastico 2025/26 – Classe 5^ D
Giorgia Maria Alfarano
Francesco Bollino
Sofia Borraccino
Nicolas Cannone
Francesca Cardone
Gianna D’arcangelo
Michele Dargenio
Christian Di Gaeta
Giorgia Di Pietro
Nicola Filannino
Maria Cristina Gialluisi
Corrado Giovanni Grieco
Ilary Inchingolo
Teresa Lanotte
Giorgia Laporta
Annamaria Lattanzio
Andrea Montenegro
Paolo Rizzi
Antonio Rizzitelli
Sabina Sciusco
Salvatore Tupputi
Sofia Tupputi

Studentesse e studenti anno scolastico 2025/26 – Classe 3^ B
Luca Auriemma
Alessandra Barracchia
Sonia Capriati
Martina Cialdella
Marta Covelli
Laura Di Gennaro
Giovanna Francavilla
Melissa Quirini

