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I sacrari jugoslavi in Italia: architettura, memoria e Resistenza. Lo Spomenik di Barletta.

Architetta Rosanna Rizzi

Tra le presenze più insolite e significative del paesaggio memoriale italiano ci sono i quattro sacrari jugoslavi realizzati a Barletta, Gonars, Sansepolcro e Prima Porta. Si tratta di monumenti che appartengono a una più ampia stagione della memoria jugoslava del secondo dopoguerra, quando nella Jugoslavia socialista furono costruiti centinaia di Spomenik, cioè monumenti commemorativi dedicati alla Lotta di Liberazione, ai partigiani, alle vittime dei campi di concentramento e ai luoghi simbolici della guerra contro il nazifascismo. In Italia questi quattro sacrari rappresentano il capitolo più strettamente intrecciato alla nostra storia, perché raccontano una presenza jugoslava intrecciata profondamente con la Resistenza italiana e con la storia della Puglia, del Centro Italia e del confine orientale. Contestualizzarli dentro questa geografia più ampia è indispensabile per una loro corretta interpretazione.

Per l’ANPI BAT, questa vicenda non è soltanto un tema di architettura o di diplomazia. È una storia di lotta condivisa, di deportazione, di cura, di sepolture disperse e poi ricomposte, ma anche di riconoscimento reciproco tra popoli che avevano conosciuto sulla propria pelle la violenza fascista e nazista. I sacrari jugoslavi in Italia sono dunque luoghi della memoria antifascista europea, nodi di una rete che unisce esperienze diverse della Resistenza e della guerra di Liberazione.

A questa storia si lega anche il contributo dei partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana, a lungo poco conosciuto ma ben documentato da Andrea Martocchia e collaboratori a partire dalla loro pubblicazione del 2011. Molti di loro, già internati nei campi fascisti o presenti sul territorio italiano, parteciparono attivamente alla lotta antifascista, operando soprattutto lungo la dorsale appenninica tra Toscana, Umbria, Marche e Abruzzo, fino alla Puglia, e offrendo un apporto concreto alla Liberazione. Questa presenza, fatta di squadre, brigate e formazioni miste italo-jugoslave, lega direttamente i sacrari di Barletta, Gonars, Sansepolcro e Prima Porta alle vicende della Resistenza italiana e alla memoria comune dei due popoli.

Barletta, il primo sacrario

Il primo di questi monumenti fu realizzato a Barletta, dove l’ossario commemorativo dei combattenti jugoslavi caduti e morti in Italia meridionale e insulare venne inaugurato il 4 luglio 1970. La sua genesi va collocata nel più ampio iter diplomatico che, negli anni Sessanta, portò Italia e Jugoslavia a definire un quadro condiviso per la sistemazione delle sepolture di guerra e per la costruzione di luoghi monumentali destinati a raccogliere e ordinare le spoglie dei caduti jugoslavi presenti sul territorio italiano. In questo processo Barletta assunse un ruolo centrale per la Puglia e per l’intero versante adriatico, diventando uno dei punti di riferimento di una memoria transnazionale che univa riconoscimento dei caduti, rapporto tra i due Stati e volontà di costruire una pace concreta dopo la guerra e il conflitto ideologico del dopoguerra.

La scelta della città fu certamente favorita anche dalla presenza, nel territorio, di strutture sanitarie e assistenziali che avevano accolto militari jugoslavi feriti, ma ridurre tutto a questo aspetto significherebbe perdere il senso politico e istituzionale dell’opera. Il monumento nacque infatti come esito di accordi, interlocuzioni e concessioni formali, all’interno di una cornice in cui il sindaco Michele Morelli, vicino ad Aldo Moro, ebbe un ruolo decisivo nel concedere l’area cimiteriale per la costruzione dell’ossario, interpretando quel gesto come atto di rispetto, di pace e di fraternità tra i popoli.

Il progetto fu affidato a Dušan Džamonja e all’architetta Hildegard Auf-Franić, vincitori di un concorso bandito in Jugoslavia nel 1968. L’opera che ne nacque è uno dei più intensi esempi di linguaggio memoriale jugoslavo in Italia. Il monumento si sviluppa in modo radiale attorno a un nucleo centrale ipogeo, con grandi volumi in cemento armato che convergono verso l’interno e con una cripta che raccoglie le spoglie dei caduti. La luce zenitale dell’oculo, il mosaico rosso e le superfici bronzee costruiscono uno spazio di forte intensità simbolica, in cui il dolore si trasforma in memoria condivisa. La terrazza che si apre verso il mare rafforza il legame con l’altra sponda dell’Adriatico, trasformando il sacrario in un ponte visivo e ideale tra Puglia e Jugoslavia.

Come accade anche negli altri tre sacrari, l’organizzazione interna delle due cripte, simmetriche rispetto all’asse visivo, insiste sulla dimensione individuale della memoria: le urne zincate, contrassegnate da una stella rossa e dai dati essenziali della persona ricordata, sono accompagnate da solenni porte in bronzo con i nomi dei caduti e dei dispersi, componendo un elenco che rende percepibili le singole storie dentro il quadro collettivo. In questo modo l’ossario si presenta insieme come spazio comune di sepoltura e come luogo di riconoscimento puntuale, in cui la memoria dei singoli viene preservata accanto al racconto della guerra di Liberazione.

Oggi, però, lo Spomenik di Barletta non è soltanto un monumento di grande valore storico e architettonico, ma anche un’opera fragile, esposta al degrado dovuto al clima marino e alla complessità della sua tutela dopo lo smembramento della Jugoslavia. Proprio per questo la sua conservazione richiede attenzione continua, perché la perdita di materia rischia di tradursi anche in perdita di memoria.

Gonars, il fiore del confine orientale

Il secondo memoriale è quello di Gonars, in provincia di Udine, inaugurato il 10 dicembre 1973 su progetto di Miodrag Živković. La sua presenza ha un significato storico fortissimo, perché sorge accanto a uno dei luoghi più emblematici dell’internamento fascista di civili sloveni e croati: il campo di Gonars, attivo tra il 1942 e il 1943, dove le condizioni di vita provocarono centinaia di morti, in gran parte donne, uomini e bambini deportati dai territori jugoslavi occupati. Il sacrario raccoglie quasi cinquecento vittime della guerra di Liberazione dal nazifascismo; salvo poche eccezioni, non si tratta di combattenti, ma soprattutto di civili morti nei campi di concentramento allestiti dal regime fascista.
Dal punto di vista spaziale, il monumento si raggiunge attraverso un accesso autonomo e un percorso rettilineo che introduce a una scalinata ribassata, quasi a separare il visitatore dal resto del cimitero. Al centro si apre il nucleo dell’ossario, organizzato attorno a un grande mosaico rosso, originariamente in vetro di Murano, che costituisce il perno visivo e simbolico dell’intera composizione. L’insieme prende la forma di un grande fiore stilizzato che emerge dal terreno: i “petali” in granito rosso e i “pistilli” in acciaio inox costruiscono una figura astratta ma fortemente evocativa, interrotta solo dalle due gradinate che consentono l’accesso e la risalita. Intorno a questo cuore ipogeo, Živković dispone altri elementi che ampliano il significato del memoriale: una serie di setti bianchi con le targhe bronzee dei caduti e dei dispersi, leggibili anche come un richiamo plastico alla palizzata del campo, e un secondo gruppo di elementi verticali spezzati che accompagnano l’iscrizione commemorativa. La forza del sacrario sta anche nel percorso che propone: la discesa verso il centro, il rosso del mosaico, la densità dei materiali e poi la risalita verso uno spazio più aperto costruiscono un’esperienza che accompagna il visitatore dal dolore alla pace, dalla costrizione alla liberazione.

Sansepolcro, il sacrario degli Slavi

Il terzo sacrario è quello di Sansepolcro, inaugurato il 15 dicembre 1973 e firmato dallo scultore Jovan Kratohvil. Anche qui la scelta del luogo è strettamente connessa alla storia dei campi di concentramento fascisti, in particolare al campo di Renicci, nel comune di Anghiari, dove furono internati, in condizioni durissime, migliaia di civili jugoslavi provenienti dai territori occupati considerati ostili o pericolosi dal regime fascista, con almeno centosessanta morti tra l’autunno 1942 e l’inverno 1943. Il memoriale raccoglie 446 urne e custodisce la memoria di centinaia di altri caduti e dispersi, provenienti da diverse regioni della ex Jugoslavia, molti dei quali morti in Italia durante la detenzione nei campi o nella lotta di Liberazione in Italia centrale. In questo senso il sacrario non ricorda soltanto le vittime della prigionia, ma anche i caduti in combattimento nelle formazioni partigiane attive tra Toscana, Umbria e Marche.
Dal punto di vista architettonico, lo Spomenik di Sansepolcro unisce una presenza plastica esterna a uno spazio ipogeo di raccoglimento, creando un equilibrio tra visibilità monumentale e intimità funebre. All’esterno, la grande scultura si impone come segno forte nel cortile del cimitero, mentre all’interno la cripta accoglie le urne zincate, simili a quelle di Barletta, a cui si affiancano grandi lastre in bronzo con i nomi dei caduti e dei dispersi. In questo modo il memoriale costruisce una vera “stanza della memoria” e non si limita a segnare un luogo di sepoltura: diventa una soglia tra il presente e la storia degli internati di Renicci e dei partigiani jugoslavi caduti in Italia centrale.

Prima Porta, la chiusura del sistema

Il memoriale di Prima Porta, inaugurato il 22 settembre 1978 nel cimitero Flaminio di Roma e progettato da Ljubomir Denković con Savo Subotin, rappresenta l’ultimo tassello del sistema dei sacrari jugoslavi in Italia. È anche il solo realizzato dopo i Trattati di Osimo, e per questo assume un significato particolare, perché si colloca in una fase ormai diversa dei rapporti tra Italia e Jugoslavia. Qui la memoria dei caduti passa da un segno funerario a un segno di riconoscimento reciproco maturato in un contesto politico più maturo.

Il monumento ha un linguaggio misurato, quasi raccolto. La scultura centrale emerge da un piccolo giardino come una forma vegetale stilizzata, quasi un fiore di pietra che rompe la superficie del terreno, mentre intorno i percorsi, le lapidi e i blocchi lapidei organizzano lo spazio con semplicità e precisione. Come negli altri sacrari, la cripta e le iscrizioni danno forma a un luogo di raccoglimento che unisce sepoltura, meditazione e riconoscimento pubblico, che parla con toni diversi rispetto a Barletta o Gonars, ma raggiunge lo stesso obiettivo: restituire ordine a una memoria dispersa.

Particolarmente significativa è la presenza della lapide dedicata ai partigiani del monte Nanos, in Slovenia, fucilati a Forte Bravetta, perché lega il sacrario romano alla repressione nazifascista nella capitale. Anche qui, il monumento non si limita a segnare un luogo funebre: ricompone una geografia della guerra e della morte, dando un volto unitario a spoglie e nomi che erano rimasti sparsi tra cimiteri, carceri e isole di detenzione.

Un sistema memoriale

Considerati insieme, Barletta, Gonars, Sansepolcro e Prima Porta formano un vero e proprio sistema memoriale jugoslavo in Italia. Non sono quattro episodi separati, ma quattro capitoli di una stessa storia: la storia dei combattenti e dei civili jugoslavi che combatterono, soffrirono, morirono o furono internati sul territorio italiano durante la Seconda guerra mondiale. Sono anche il segno di una scelta politica precisa: quella di dare forma monumentale a una memoria della Liberazione che superasse i confini nazionali e riconoscesse il valore della lotta antifascista come patrimonio comune.

Questo sistema ci parla ancora oggi. Ci ricorda che la Resistenza non fu solo italiana, ma europea e transnazionale; che la Puglia fu una terra di approdo e di cura; che i campi fascisti in Italia furono luoghi di violenza reale, non astrazioni; e che la memoria dei caduti jugoslavi continua a interrogare il presente. Per l’ANPI BAT, questi sacrari sono luoghi da conoscere, difendere e raccontare, perché custodiscono una parte importante della nostra storia democratica e della Liberazione dal nazifascismo.

Da questa vicenda può nascere anche un percorso di gemellaggi tra le ANPI presenti nei territori vicini agli Spomenik di Barletta, Gonars, Sansepolcro e Prima Porta, così da rafforzare la conoscenza, la valorizzazione e la tutela di questi monumenti. Un simile percorso potrebbe inoltre aprire ulteriori spazi di dialogo e collaborazione culturale con le repubbliche sorte dalla fine della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, nella convinzione che la memoria della Resistenza e della Liberazione possa continuare a essere un terreno di incontro, riconoscimento reciproco e responsabilità condivisa.

Bibliografia

  • G. Colantuono, A. Capanna, R. Rizzi, A. Martocchia, Una Resistenza Internazionale. Partigiani jugoslavi in Puglia, quindici anni di ricerche, Atti del Convegno della Fondazione Gramsci di Puglia (Bari-Barletta 27/10/2025), «Quaderni di Comunità», 2026.
  • S. Makiedo, La prima missione partigiana – Prva partizanska misija (trad.it. a cura di A. Capanna, A. Martocchia, R. Rizzi) Jugocoord, 2025 (Prima edizione: Belgrado 1963).
  • E. Toniato, Ossario Commemorativo dei Caduti Jugoslavi a Barletta. Dal cantiere di costruzione al cantiere di restauro / Commemorative Ossuary of Yugoslav Fallen in Barletta: from the construction site to the restoration site, in «Restauro Archeologico», n. 33 (1 Special Issue, vol. II), pp. 368-373. DOI: 10.36253/rar-19092, 2025.
  • P. Mariani, I sacrari jugoslavi in Italia: storia e caratteri, Tesi di laurea, Milano 2024.
  • E. Toniato, SPOMENKOSTURNICA. Ossario dei Caduti Slavi a Barletta 1970. Strumenti per un piano di conservazione e fruizione di un monumento del XX secolo, tesi di specializzazione, IUAV, 2021.
  • D. Niebyl, Spomenik Monument Database, London 2018.
  • M. De Sabbata, “Il sacrario memoriale dei caduti jugoslavi a Gonars di Živković, 1971-1973”, in P. Nicoloso, Le pietre della memoria. Monumenti sul confine orientale, Udine, 2015.
  • A. Martocchia, I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana. Storie e memorie di una vicenda ignorata, Roma 2011 (con contributi di I. Pavićević, S. Angeleri, G. Colantuono).

Risorse e approfondimenti digitali sull’Ossario di Barletta

Facebook:                Spomenkosturnica Barletta

Flickr:                       Archivio fotografico Spomenkosturnica

Academia.edu:        Brochure Ossario dei Caduti Jugoslavi di Barletta (1970) (traduzione in italiano)

Per contatti

spomenkosturnica.barletta@gmail.com

Autrice dell’articolo

Rosanna Rizzi è un’architetta nata a Barletta, iscritta all’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Barletta-Andria-Trani.

Nel corso della sua carriera ha sviluppato competenze specifiche nella pianificazione territoriale, nell’urbanistica, nella fotointerpretazione satellitare tramite sistemi GIS e, in particolare, nell’architettura del paesaggio. Ha collaborato a diversi progetti e iniziative scientifiche e didattiche sul territorio, anche in sinergia con il Politecnico di Bari e la Provincia BAT (come le attività legate al Patto della Valle dell’Ofanto).

Tra i suoi impegni più significativi:

Fin dal 2003 si occupa attivamente della ricerca storica e del recupero dello Spomen Kosturnica situato nel cimitero monumentale di Barletta (l’ossario progettato dallo scultore Dušan Džamonja e inaugurato nel 1970 per ricordare i caduti jugoslavi della Seconda Guerra Mondiale). È tra i promotori e animatori del Coordinamento per la Difesa dello Spomenik, nato per salvaguardare, valorizzare e far conoscere questo importante monumento della memoria contemporanea.

Partecipa attivamente a progetti di rilettura degli spazi urbani, promuovendo cammini storici e passeggiate collettive volte a riscoprire il territorio e l’architettura cittadina sotto l’aspetto sociale e culturale.

Foto

L’immagine riporta le fotografie dei modelli degli ossari pubblicate sulle copertine delle rispettive brochure di inaugurazione, edite dalla Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia.

Vista dello Spomenik di Barletta dalla scalinata di accesso verso il nucleo centrale. Sul fondo è visibile la terrazza che si affaccia verso il mare Adriatico e verso la Jugoslavia. Rosanna Rizzi, 12/08/2017.

La composizione delle steli e delle vele che convergono verso il centro del monumento. Rosanna Rizzi, 12/08/2017.

Il piano inferiore dello Spomenik di Barletta verso la scalinata in granito. Al centro il mosaico in tessere di colore rosso; lungo le pareti si trovano i rilievi in bronzo dello scultore Dušan Džamonja e, oltre il varco, le cassette con le spoglie dei caduti jugoslavi. Rosanna Rizzi, 15/12/2025.

Vista del nucleo dello Spomenik di Gonars. Fonte: sito Onoranze Funebri Marchetti, immagine pubblicata nella pagina “Gonars, un cimitero che dà spazio alla memoria”. https://www.onoranzefunebrimarchetti.it/images/informazioni-utili/Gonars-un-cimitero-che-da%CC%80-spazio-alla-memoria.jpeg

La grande presenza scultorea del Sacrario di Sansepolcro. Rosanna Rizzi, 26/07/2024.

L’accesso alla cripta dell’Ossario di Sansepolcro. Sulle porte e sulle lastre bronzee poste ai lati sono riportati i nomi di caduti e dispersi. Rosanna Rizzi, 26/07/2024.

Vista complessiva dall’alto dello Spomenik di Sansepolcro. Rosanna Rizzi, 26/07/2024.

Il Sacrario di Prima Porta nel Cimitero Flaminio di Roma. Andrea Martocchia, 06/04/2026. Utilizzo autorizzato dall’autore.