Skip to content Skip to left sidebar Skip to footer

Mese: Giugno 2026

Barletta città dell’accoglienza: il Dopoguerra e l’accoglienza dei profughi.

Da “Barletta, percorsi di memoria – Dagli anni Venti al Dopoguerra” Casa Editrice Edizioni dal Sud, Collana Memoria / 63
diretta da Vito Antonio Leuzzi, Bari, 2022.

Autori: Michelangelo Filannino e Luisa Filannino

Nei difficili anni successivi alla caduta del regime fascista e, ancor più, negli anni del II dopoguerra, Barletta fu un centro di primaria importanza a livello nazionale nell’accoglienza dei profughi. Furono infatti organizzati due Campi: uno per i profughi di nazionalità italiana, situato in via Manfredi; l’altro per i profughi di nazionalità non italiana, situato nella Caserma “Ruggero Stella”, in via Andria.
Barletta è stata per più di cinque anni, per migliaia di profughi provenienti dai Paesi più diversi, con il loro carico di dolorose esperienze, il luogo di una rinascita, di un ritorno alla vita, che si realizzò in un clima di vera solidarietà, pienamente coerente con il profilo di una città come la nostra, insignita di Medaglia d’oro al Valore militare e di Medaglia d’oro al Merito civile.
Purtroppo per molti anni la vicenda dei profughi a Barletta è stata completamente dimenticata e le ragioni di questo silenzio meriterebbero un’accurata riflessione.
Il recupero di questa nostra memoria collettiva è iniziato grazie a un’insegnante in pensione israeliana, che vive ad Haifa, la signora Perla Tova Miller.

Perla Tova Miller, prima a sinistra, nella Sezione di Barletta dell’Archivio di Stato di Bari. 29 giugno 2019 (archivio prof. Michelangelo Filannino).

Tova nacque il 7 agosto 1946 nel campo profughi di Poking, in Germania, dove avevano trovato rifugio suo padre, Nathan Perla, sua madre e uno zio paterno. Dopo aver attraversato le Alpi, giunsero a Barletta nell’agosto del 1947.
Tova mostra una foto scattata nel settembre 1948 sul molo di Ponente, a Barletta, in procinto di imbarcarsi per Israele sulla nave “Caserta”.

Perla Tova Miller in procinto di imbarcarsi sulla nave “Caserta” (archivio privato di Perla Tova Miller).

La ricerca è partita da qui e si è potuta poi sviluppare grazie alle risorse disponibili in rete, in continua crescita1.
La vicenda di Barletta rientra in un fenomeno di dimensioni enormi, quale il movimento di tutti i sopravvissuti alla II guerra mondiale ed ai campi di concentramento. Alcuni riuscirono rapidamente a rientrare in patria, altri non potevano o non volevano. Non potevano perché troppo debilitati, oppure perché non avevano più una patria e una casa; non volevano perché temevano nuove persecuzioni nei Paesi di origine.
Le Potenze vincitrici, per far fronte a questa enorme massa di profughi, furono talvolta costrette ad utilizzare i siti dei campi di concentramento nazisti: lì le condizioni della lunga attesa furono per i profughi tremende2. Per fronteggiare l’emergenza, le Organizzazioni internazionali istituirono per i profughi lo status di “Displaced person” (DP), aventi diritto all’assistenza per il rimpatrio o l’emigrazione in un altro Paese.
Nell’agosto 1947 erano attivi in Italia 17 campi. La Puglia che, per la sua collocazione geografica, ebbe un ruolo cruciale nell’esodo verso Israele, aveva campi a Barletta, Trani, Palese, Bari, Santa Maria al bagno, Santa Maria di Leuca, Santa Cesarea e Tricase.
Il 31 marzo 1948, la popolazione nei Campi profughi italiani era di 19.084 persone: di queste, ben 1.968 si trovavano a Barletta; alla fine del 1948, erano rimasti in Italia solo 7 campi DP, che ospitavano circa 5500 persone; nel 1949 erano 5, nel 1950 solo 1.
Il campo di Barletta fu chiuso nell’aprile 1950 e fu proprio uno degli ultimi, se non l’ultimo, ad essere chiuso.
Il Campo di Barletta fu operativo certamente dal 1945 fino ai primi mesi del 1950 e nella sua evoluzione è possibile distinguere tre fasi: nella prima vi furono profughi polacchi; nella seconda profughi di diversa nazionalità con prevalenza di albanesi prima e sloveni poi; nella terza, profughi quasi tutti ebrei, prevalentemente polacchi.

Gli elenchi nominativi dei profughi residenti a Barletta negli anni dal 1945 al 1947 sono negli Archivi delle Nazioni Unite3. Da una lettera del 30/11/19454, in cui si afferma l’opportunità di accogliere nei campi, per ragioni di ordine pubblico, tutte le Displaced Persons (DP) di origini non italiane, si desume che, nei mesi immediatamente successivi alla fine del II conflitto mondiale, nel Campo profughi di Barletta, situato nella Caserma “all’ingresso di Barletta sulla via per Andria” e gestito con la supervisione del personale militare della Commissione alleata, risiedevano Polacchi che si opponevano al rimpatrio. L’opposizione derivava da due principali fattori: l’instaurazione del potere sovietico in Polonia e l’emergere di nuovi fenomeni di antisemitismo, come il terribile pogrom di Kielce.
Uno dei problemi più urgenti di tutti i campi profughi era la situazione sanitaria: in una lettera del 26/2/194655 si parla di 10/15 casi di tubercolosi nei campi di Barletta -Trani, che contavano “una popolazione di circa 6000 persone”. Un mese dopo, a seguito della denuncia di sei casi di malattie contagiose e ad una serie di diagnosi di morte poco chiare, è inviata una lettera all’attenzione del 2nd Lieutenant Czajkowski, comandante dei “Polish Settlements” di Barletta per annunciare un’ispezione da parte del personale medico della Commissione alleata. L’ispettore, il patologo C.E.W. Hoar, visita a Barletta “the boys school for Displaced Personnel”, che ospitava 194 ragazzi. Subito dopo visita il Campo ed ispeziona le cucine, diversi gabinetti e tre blocchi abitati da civili. In entrambi i casi le condizioni igieniche furono giudicate soddisfacenti.
I campi profughi passarono formalmente dalla gestione dell’Allied Commission a quella dell’UNRRA6 il 3 giugno 19467 e già a settembre di quell’anno la situazione a Barletta cambiò radicalmente: era cominciata una seconda fase della vita del campo di Barletta, con una decisa prevalenza di esuli sloveni.

La presenza slovena

Vi furono due diversi momenti di esodo degli Sloveni verso l’Italia. Il primo riguardò 1500 profughi alla fine del 1945, concentrati prima nel campo di Servigliano e, dal luglio 1946, a Senigallia. Altri 3000 profughi “che fuggirono dalla possibile violenza vendicativa del nuovo governo comunista o che erano già in Italia e non volevano tornare”8 furono invece smistati nei campi di Forlì, Fermo, Riccione, Modena, Jesi, Lammie Camp, Bologna, Eboli, Trani e Barletta.
La prima attestazione della presenza dei profughi sloveni a Barletta si deve ad un testimone diretto, Marjan Marolt9 ed è contenuta nell’articolo “Albergo Bagni in Barletta”, pubblicato in Koledar Svobodne Slovenije (Atti della Slovenia libera), a Buenos Aires nel 1949 e mai tradotto né pubblicato in Italia. La testimonianza di Marjan Marolt è stata pienamente valorizzata da Helena Jaklitsch, che ha pubblicato nel 2019 uno studio complessivo sui profughi sloveni in Italia nel Secondo dopoguerra10
“Il campo di Barletta era il più grande in Italia” e si raggiungeva lungo una strada su cui “gruppi di Sloveni andavano e tornavano quotidianamente. Gli Sloveni stavano bene in questo campo, specialmente quelli che vi giunsero da Senigallia. La gente del posto li ha accolti bene e il clima era favorevole, soprattutto negli inverni miti. La zona era ricca di olive, arance, mandorle e vigneti, di cui i profughi fecero buon uso. I rifugiati erano anche contenti di poter lasciare il campo senza limite di tempo. Solo più tardi fu stabilito gradualmente un controllo, ma più indulgente di prima. È anche interessante sottolineare che il coprifuoco fu introdotto per la prima volta per gli Albanesi, che erano fortemente rappresentati nel campo. Il primo gruppo sloveno arrivò qui nel settembre 1946 dal Lammie-Camp di Aversa. A quel tempo c’erano anche centinaia di Albanesi nel campo, che avevano piantato molto tabacco ma, dopo la loro partenza, la raccolta fu fatta soprattutto dagli Sloveni. Nel novembre dello stesso anno da Senigallia arrivarono a Barletta 375 sloveni, fra cui ottanta nuclei familiari. […] Inizialmente, i due gruppi di Sloveni, quelli provenienti da Aversa e quelli provenienti da Senigallia, diffidavano gli uni degli altri: infatti nelle prime settimane i ragazzi del primo gruppo non partecipavano alle attività organizzate dal gruppo di Senigallia. Nei mesi seguenti, il campo divenne molto vivace con i rifugiati che andavano e venivano. Nel campo c’erano anche Croati e arrivò un gruppo numeroso di Greci. Il campo si trovava in una grande caserma a doppio padiglione con diversi edifici più piccoli. Era ben tenuto, aveva elettricità e acqua. […] All’arrivo, gli Sloveni furono trasferiti nel blocco di emergenza […] e dopo alcune settimane in appartamenti nuovi, ma incompiuti. C’era un po’ di malcontento nei campi, a causa della carenza di spazio,
perché si dovevano condividere gli appartamenti. Inoltre, i rifugiati erano avvisati di doversi spostare il giorno stesso in cui lo spostamento doveva avvenire e non riuscivano a capire il motivo di tale fretta. A causa del rapido aumento del numero di presenze nel campo, le già carenti derrate alimentari iniziarono a diminuire […]. Anche dopo che la situazione del cibo migliorò un po’, i pasti erano ancora più ridotti di quelli distribuiti a Senigallia e il cibo era lo stesso, giorno dopo giorno, (quasi ogni sera servivano cavolo) e per i bambini che erano nel campo era inadeguato. Un rappresentante della Croce Rossa britannica venne al campo e, con il suo aiuto, fu migliorato il cibo per i più piccoli. La maggior parte dei rifugiati che non trovavano lavoro nel campo, aiutarono a costruire l’ospedale, sia nel loro campo che a Trani, dove venivano ammessi a lavorare tutti i giorni. Questo ha permesso ai rifugiati di guadagnare qualche piccola somma di denaro. […] Il gruppo teatrale organizzava spettacoli, oltre che serate educative e conferenze. Per la festa serale di San Nicola e per Natale, Mirko Kuncic11 scrisse alcune opere teatrali inedite e, sotto la sua guida, fu preparato uno speciale programma natalizio. […] Anche i rifugiati sloveni provenienti da Senigallia continuarono le loro attività scolastiche qui. Nel campo fu aperta una scuola materna e una scuola elementare e le porte si riaprono anche per la scuola superiore per rifugiati sloveni con 57 studenti iscritti. Tra i professori, ci furono anche nomi noti come Rudolf Smersu, Marian Marolt, il dr. Franc Gnidovec e il dr. Milan Pavlovèiè. Gli insegnanti, coscienti di essere all’estero, prestarono grande attenzione alla storia e alla geografia slovena. La vita religiosa, organizzata per assomigliare a ciò che si viveva in casa, era essenziale per gli Sloveni. Così, nella cappella del campo sull’altare fu collocata un’immagine di Maria Madre di Dio ed una Via Crucis. […] C’erano sette sacerdoti sloveni nel campo, tra cui Dean Milavec ed il dr. France Gnidovec, ma la maggior parte dovette partire nel novembre del 1947. Man mano che divenne sempre più chiaro che la vita nel campo stava per concludersi, molte coppie slovene si sposarono a Barletta12; nel campo nacquero diciotto bambini. Gli Ebrei iniziarono ad arrivare nell’ottobre del 1947 e prima di quella data gli Albanesi furono delocalizzati. Circa 100 ragazzi, per
lo più Serbi e Sloveni, arrivarono anche da Trani a Barletta, ma in seguito dovettero tornare a Trani a causa dell’arrivo degli Ebrei. In questo periodo gli Sloveni presenti nel campo erano più di 500”
13.

La presenza dei profughi sloveni è confermata dal fatto che presso il Liceo classico “Alfredo Casardi” di Barletta nell’anno scolastico 1946/47 si iscrissero ben quindici studenti di nazionalità slovena14. Dunque, dal luglio 1946 alla fine di settembre del 1947 il DP3 fu prevalentemente occupato da profughi sloveni. Alla fine di settembre del 1947 iniziò una nuova fase, con l’arrivo dei primi gruppi di Ebrei: il dato è confermato dalla documentazione presente presso l’Archivio di Stato di Barletta (ASBAT)15, da cui si desume l’arrivo di oltre 150 profughi, bambini esclusi, fra la fine di settembre e la fine di ottobre 1947. Nel frattempo l’UNRRA fu sciolto e l’organizzazione degli aiuti passò all’International Refugee Organization (IRO)16. Il campo profughi di Barletta assunse la definitiva denominazione di Displaced Persons Centre n° 3 (DP3). In questa lunga fase l’esperienza del DP3 si intreccia con la complessa, vasta e profonda esperienza degli Ebrei dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

I profughi ebrei in Italia

Nell’Archivio Ghetto Fighters House, l’item n° GFH41948 ci mostra il primo ambasciatore di Israele in Italia, Arieh Oron, durante la sua visita al campo profughi di Barletta nel 1949. Nel 1956 Arieh Oron contribuì al volume Scritti in onore di Sally
Mayer17, con un saggio intitolato “L’ospitalità dell’Italia e l’opera di salvataggio degli Ebrei negli anni 1945-48”18, in cui spiega in modo estremamente rigoroso la storia dei profughi ebrei in Italia in quegli anni.

“L’azione degli shelichim (missionari) di Eretz Israel19(Terra d’Israele) in Italia, durante e dopo la seconda guerra mondiale, ebbe diverse fasi; s’iniziò con l’arrivo in Italia dei soldati delle unità palestinesi dell’esercito britannico20e fu, in un secondo tempo, una collaborazione fra questi e le prime missioni degli enti nazionali ebraici; infine rimase affidata ai civili soltanto. Ma c’è un filo conduttore comune a queste fasi ed è il desiderio di portare ai superstiti dell’ebraismo europeo la parola dello Yishuv (insediamento ebraico in Palestina) e di aiutarli a venire in Eretz Israel. Il nazi-fascismo era crollato, ma le potenze non avevano né tempo né inclinazione di occuparsi del problema degli Ebrei strappati dai loro luoghi di origine. Il governo britannico teneva ostinatamente chiuse, o quasi, le porte di Eretz Israel. Il fatto che gli Inglesi restavano impassibili di fronte al tragico destino degli Ebrei mise le organizzazioni ebraiche nella necessità di dare alla loro opera di salvataggio un carattere talora clandestino e di cercare vie diverse da quelle ufficiali. I reparti ebraici dell’esercito inglese assunsero parte eminente in quest’opera e dovettero spesso agire all’insaputa e senza il permesso dei superiori. I soldati furono i primi shelichim (missionari)e con la loro presenza in Italia segnarono il primo incontro fra lo Yishuv (insediamento ebraico in Palestina)e gli Ebrei che uscivano dagli orrori dei campi di concentramento. Tale incontro fu per loro, come per gli Ebrei d’Italia che avevano
passato nascosti il periodo della bufera, un evento che è difficile descrivere. […] Sorse così il Centro per la Diaspora, Merkaz La’Golà, che mise le basi dell’organizzazione complessa e dai molti rami, passata poi alle cure degli inviati civili. Un altro organismo, indipendente da quello, il Mosad la’-Aliyah, diretto da un gruppo della Haganah
21e di soldati congedati, si occupò dell’immigrazione. Da principio fu la Commissione alleata22che provvide al mantenimento dei profughi; poi l’onere fu assunto dall’UNRRA, sempre con l’aiuto del Joint23. […] Si formarono anche i primi hakhsharà24, che riunivano giovani di diverse tendenze ideologiche e servivano in parte anche da centri di adunata per i candidati all’immigrazione illegale: di là i partenti
andavano direttamente alla nave prossima a salpare. Ai primi del 1946 si tenne a Roma un’assemblea di delegati dei profughi, che nominò un Comitato centrale, nonché delle commissioni per i singoli campi ed un organo direttivo del movimento He-Chalutz
(Il Pioniere, movimento giovanile sionista poi assorbito dal movimento socialista Hashomer Hatzair).[…] Il primo gruppo degli shelichim, approdando nottetempo in qualche spiaggia remota dell’Italia Meridionale, trovava ad aspettarlo gli
ufficiali dell’UNRRA del vicino campo di profughi, pronti a munirli delle carte necessarie. Da quel momento gli shelichim figuravano nelle liste dei profughi […]. Il lavoro nei campi era spossante, oscuro, difficile da definire e praticamente non aveva limiti. C’erano shelichim di superiore nobiltà d’animo… sapevano avvicinarsi ai singoli, curare le anime malate […]. E c’erano i maestri, gli shelichim venuti con la speciale missione di educare, di organizzare scuole e giardini d’infanzia. Quello che non
si otteneva che a fatica con gli adulti – distogliere il loro pensiero dal terribile passato – riusciva facilmente con i bambini. […] In particolare va poi ricordata l’opera delle nostre infermiere ed assistenti ai nidi. La natalità nei campi e nelle hachsharot era alta ed era un segno della fede e della volontà di sopravvivenza che animava i profughi. […] La comparsa dei partigiani ebrei rappresentò un evento importante. A differenza degli altri profughi, non vollero saperne di andare nei campi… la vita dietro i reticolati non faceva per loro, che avevano preferito a suo tempo darsi alla macchia piuttosto di cadere nelle mani dei persecutori. Guardavano con una certa aria di superiorità i liberati dai campi di concentramento, che era come dire per loro gente del Judenrat
25. Certo non erano facili da sistemare e davano luogo a problemi complessi; ma il loro passato destava rispetto e fra loro e i soldati regnava una cordialità di fratelli d’armi che chi scrive non può dimenticare. […] Appena si impiantava un nuovo campo, si nominava una commissione direttiva, cosa che non avveniva nei campi non ebraici. La direzione dell’UNRRA non vedeva di buon occhio quest’uso, ma nei campi di Ebrei era costretta ad accettarlo. In Italia, per il popolo, l’Ebreo non è un uomo diverso dagli altri, né rappresenta un’oscura minaccia. Anche la sistematica e clamorosa
propaganda fascista, culminata nella caccia all’Ebreo su modello nazista, non riuscì a far sì che gli Italiani vedessero nell’Ebreo la causa di tutti i guai e il bersaglio contro cui sfogare il malcontento. […] In ogni villaggio o cittadina dove c’era un campo, s’allacciavano subito rapporti tra i profughi e la popolazione e le autorità locali non tralasciavano occasione di manifestare la loro simpatia. […] Altro motivo dell’atteggiamento favorevole alla Aliyah era l’interesse generale
che i profughi non prolungassero troppo il loro soggiorno e non finissero col rimanere in Italia. La notte del 29 novembre 1947 la radio diffuse la grande notizia:
le Nazioni Unite riconoscevano il diritto degli Ebrei ad avere la loro terra. Ovunque fu un accorrere, un riunirsi di Ebrei, negli uffici, nelle organizzazioni, al Centro dei profughi, nelle hachsharot, nei campi.
Poi vennero mesi duri in cui lo Yishuv dovette lottare per l’esistenza, seguiti, il 14 maggio 1948, dalla proclamazione dello Stato. […] La gioia per la proclamazione dello Stato fu subito oscurata dalle notizie dell’aggressione araba. […] Si videro partire volontari in gran numero alla volta di Israele. Anche in questi momenti il Governo Italiano ebbe un atteggiamento di simpatia e non ostacolò la partenza dei volontari. Nei campi fu una gara di generosità: si rinunciava alle razioni, al vestiario per mandare fondi in Israele. Entro un anno dalla proclamazione dello Stato tutti i profughi rimasti indietro negli anni precedenti poterono salpare verso Eretz Israel.

I profughi ebrei nel DP Camp n° 3 di Barletta26

Il 29 settembre 1947 il Commissario di Pubblica sicurezza di Bari comunicò al Prefetto: “ore 8.18 provenienti da Milano giungeranno a Barletta n. 200 profughi ebrei con prevalenza di polacchi”. È l’atto di inizio di quella che possiamo definire terza fase del DP n° 3, caratterizzata da una netta prevalenza di profughi ebrei, soprattutto polacchi. La fase durerà dal settembre 1947 fino ai primi mesi del 1950, quando il Centro di Barletta sarà chiuso.
Come emerge dal saggio di Arieh Oron citato in precedenza, nei Campi si andò formando, con l’attiva ed efficace azione delle Organizzazioni ebraiche, un’identità religiosa e politica comune degli Ebrei sopravvissuti allo sterminio nazista e alla guerra, a cui fu dato il nome di Sh’erit ha-Pletah.
Basandosi su una reinterpretazione di passi del libro di Esdra e delle Cronache, Sh’erit ha-Pletah indicava “il rimanente che si è salvato” ma anche “il rimanente che salva”, nel senso che gli Ebrei sopravvissuti avrebbero avuto un ruolo determinante per il futuro di Israele. Si trattò dunque di un tentativo di dare un’identità ebraica unitaria all’insieme, così variegato, delle Displaced persons. Conviene infatti considerare attentamente il fatto che i profughi ebrei provenivano da Paesi di cultura molto diversa, avevano una sensibilità religiosa molto diversificata e spesso non conoscevano l’ebraico ma lo yiddish27: appresero la lingua e molti aspetti della cultura ebraica proprio nei Campi, in preparazione per Eretz Israel.
Ecco dunque il profondo significato che assume la foto dell’Archivio Ghetto Fighters House, item n° 56320. La didascalia dice: “Un gruppo di sopravvissuti all’Olocausto fotografato nel Campo di Barletta”. Nella foto Yehoshua Glueck (a destra) e altri al ritorno nei loro alloggi da una sinagoga nel Campo. Fotografato nel 1947.

Un gruppo di sopravvissuti all’Olocausto fotografato nel Campo di Barletta.
Nella foto Yehoshua. Glueck (a destra) e altri al ritorno nei loro alloggi da una sinagoga nel Campo. Fotografato nel 1947 (archivio Ghetto Fighters House, item n° 56320).

L’immagine dimostra che già nel 1947 la vita religiosa nel Campo era ben organizzata, in un clima di speranza e di rinascita del popolo ebraico28. Le attività di propaganda politica all’interno del Campo erano sicuramente molto intense.
L’Archivio Jabotinsky ci mostra undici fotografie di riunioni serali del movimento paramilitare Betar tenute sia nei cortili che all’interno dei padiglioni del Campo29 con i ritratti di tre padri del Sionismo: Theodor Herzl, Josif Trumpeldor e Vladimir Jabotinsky.
Va comunque sottolineato che la situazione politica non fu sempre tranquilla, soprattutto nei mesi immediatamente precedenti le elezioni politiche italiane dell’aprile 1948.
Nonostante queste difficoltà, gli Ebrei residenti nel Campo di Barletta poterono liberamente e pubblicamente festeggiare la nascita dello Stato di Israele, l’evento che cambiò in positivo il loro destino. Era la fine di un incubo durato dieci anni. Era l’inizio di una nuova vita30. Nell’item n° 18577 dell’Archivio Ghetto Fighters House leggiamo: “Il cancello di ingresso del DP Camp di Barletta, decorato in occasione delle celebrazioni della fondazione dello Stato di Israele”. Il grande striscione disteso sopra il cancello con le scritte in ebraico “Benvenuto” e “Lunga vita allo Stato di Israele” è affiancato dalle bandiere del movimento sionista e sormontato da ritratti di Ben Gurion, Theodor Herzl e Chaim Weizmann. Il camion militare che varca il cancello è decorato con fronde, diversi striscioni in ebraico e dal ritratto di Ben Gurion.

Il cancello d’ingresso del DP Camp di Barletta, decorato in occasione delle celebrazioni della fondazione dello Stato di Israele (archivio Ghetto Fighters House, item n° 18577).

L’istruzione nel Campo profughi

Abbiamo visto come la comunità dei profughi sloveni fu attenta nell’organizzazione di attività scolastiche e culturali. Le Organizzazioni ebraiche fecero altrettanto e, su scala ancora maggiore, l’ORT Organizzazione rieducazione tecnica – Associazione per lo sviluppo del lavoro artigiano, industriale e agricolo fra gli Ebrei in Italia31.
Dalla documentazione presente nell’Archivio di Stato di Bari ricaviamo molte informazioni:
– il 29 aprile 1948 il direttore dell’ORT di Bari comunica al Prefetto l’apertura nel Campo di Barletta di una serie di corsi di formazione professionale: un Corso di pelletteria condotto dall’istruttore Isidor Gruenbaum, un Corso di camiceria condotto da Alice Grott, un Corso di giardinaggio per giovani condotto da Wladimir Abramoff;
– il 12 maggio 1948 è istituito il Corso per la fabbricazione di tomaie condotto da Lipa Glickman;
– il 5 giugno 1948 il Corso di Meccanica per bambine condotto da Leontine Willner e il corso per Automeccanici condotto da Giovanni Dell’Orzo;
– il 26 ottobre 1948 fu organizzato un giro di informazione da tenersi l’8 novembre;
– il 29 ottobre 1948 fu istituito un Corso di corsetteria;
– il 5 novembre 1948 fu istituito un Corso di confezioni per oggetti di maglieria e un Corso di sartoria per donne.

Una delle prime preoccupazioni delle Organizzazioni ebraiche fu quella di organizzare scuole e attività formative per i bambini. L’item n. 48044 dell’Archivio Beit Hatfutsot, intitolato “Giardinaggio per bambini”, ci mostra i piccoli all’opera nei campi appena fuori la Caserma Stella, di cui si vedono chiaramente le mura di cinta. Nei filari sono infissi dei cartelli con i nomi in italiano e in ebraico delle piante coltivate.

Nel 1949 i corsi professionali istituiti a Barletta divennero i più importanti in Italia. Nel bollettino della Jewish Telegraphic Agency del 7 luglio 1949 leggiamo: “Tutte le scuole ORT nei campi profughi ebrei di Trani saranno trasferite al centro di Barletta, che ora sarà l’unico Campo in Italia con installazioni ORT operante per i rifugiati ebrei”.
Dunque, nella fase finale del reinsediamento dei profughi ebrei presenti in Italia, il Campo di Barletta ebbe un ruolo preminente.

I matrimoni dei profughi a Barletta

Nei registri dell’Anagrafe di Barletta sono documentati 72 matrimoni non cattolici (serie II), di cittadini stranieri, indubbiamente Ebrei, celebrati fra il 4 agosto 1949 e il 4 maggio 1950. Essi erano classificati come apolidi, ma dichiaravano la propria nazionalità di provenienza; su 144 sposi, 95 erano Polacchi. Notiamo anche tre donne barlettane che andarono in spose a Ebrei stranieri.

Gli elenchi dei profughi ospitati a Barletta

Se gli elenchi completi dei profughi sono presenti negli Archivi degli Organismi internazionali (UNRRA, IRO), disponiamo di un elenco parziale contenente circa mille nomi, ricavato dai documenti presenti nell’Archivio di Stato di Barletta incrociati con il database dell’Archivio di Bad Arolsen (D) (arolsen-archives.org). È possibile così ricostruire la biografia di molti dei profughi che transitarono da Barletta, con una permanenza durata anche più anni. Nel rimandare il Lettore a un’attenta consultazione del grande Archivio di Bad Arolsen, si è scelto qui di presentare, fra le tante che è stato possibile ricostruire, la vicenda di Raya Kirschner.
Nel Museo dell’Olocausto (USHMM) di Washington è conservato “L’abito da sposa con ricamo in filo d’argento indossato da Raya Kirschner all’età di 19 anni, per il suo matrimonio con Micky Feig, di 22 anni, nel campo per displaced persons di Barletta, in Italia”.
Raya Kirschner nacque il 21 maggio 1929 a Bialystok, in Polonia, figlia del Rabbino Meir Leib e di Shaindel Denenberg. Raya aveva un fratello maggiore, Ben-Zion, detto Beno.

L’abito da sposa con ricamo in filo d’argento indossato da Raya Kirschner all’età di 19 anni, per il suo matrimonio con Micky Feig, di 22 anni, nel Campo per displaced persons di Barletta (Museo dell’Olocausto – USHMM – di Washington).

La famiglia viveva a Kowno (oggi Kaunas, Lituania), dove Rabbi Kirschner dirigeva il Ginnasio ebraico e prestava servizio come rabbino. La madre di Raya, Shaindel dirigeva l’orfanotrofio ebraico Bet Jetomi.
Nel giugno 1940 l’Unione Sovietica occupò e annesse la Lituania: le organizzazioni religiose, ebraiche e non, furono chiuse e le loro proprietà confiscate.
Nell’agosto 1941 la famiglia Kirschner fu condotta forzatamente nel Ghetto piccolo di Slobodka, sobborgo di Kowno. I bambini dell’orfanotrofio diretto dalla madre di Raya rimasero con la famiglia Kirschner, dato che Shaindel intendeva riorganizzarlo.
Il 4 ottobre 1941 le truppe di occupazione naziste ordinarono a tutti i residenti del Ghetto piccolo di radunarsi: duemila di loro furono portati via e massacrati.
Dopo la selezione, furono trasferiti nel Ghetto grande e il 28 ottobre 1941 ci fu una nuova selezione, chiamata grande Aktion: diecimila ebrei, compresi i bambini dell’orfanotrofio furono portati nel Forte n° 9 di Kowno e massacrati. Raya, suo padre e il fratello Beno furono invece inviati ai lavori forzati nel nuovo aeroporto della città.
Un anno dopo, nell’ottobre 1942, Rabbi Kirschner fu deportato a Riga (Lettonia); la madre di Raya non voleva che la famiglia fosse separata e una settimana dopo furono tutti trasferiti nel campo di lavoro di Spilve, nei sobborghi di Riga.
Nel 1943 Beno, fratello di Raya, fu arrestato per “contrabbando” nel Ghetto e trasferito nel vicino campo di concentramento di Kaiserwald.
Invece Raya e i suoi genitori furono deportati nel campo di concentramento di Stutthof: uomini e donne furono separati e Raya rimase con la madre. In agosto suo padre fu deportato in un altro Campo.
Nell’agosto 1944 Raya e sua madre furono trasferiti ai lavori forzati a Elbing, sottocampo di Stutthof, evacuato nel gennaio 1945 all’avvicinarsi delle truppe sovietiche: furono liberate dall’Armata rossa il 21 gennaio nei pressi di Neustadt, durante una delle famigerate “marce della morte”.
La resa dei Tedeschi avvenne il 7 maggio 1945. Raya e sua madre tornarono a Bialystok, ma si resero ben presto conto che era impossibile vivere lì e in ottobre, con l’aiuto della Bricha, organizzazione sionista che aiutava gli Ebrei a viaggiare nell’Europa dell’Est e a raggiungere la Palestina, Raya e sua madre Shaindel giunsero nel campo per Displaced persons di Bad Gastein, in Austria. Lì appresero che il padre di Raya era morto nel campo di concentramento di Dachau, in Germania, nel dicembre 1944. Anche il fratello Beno morì in un lager, non si sa quale.
A Bad Gastein Raya incontrò Miklos (Micky) Feig, nato il 26 giugno vicino Targu-Mures, Transilvania, Romania: era stato recluso nei campi di concentramento e sterminio di Auschwitz e Dachau-Allach. Era l’unico sopravvissuto della sua famiglia.
Nel luglio 1947, sempre con l’aiuto della Bricha, Raya, Shaindel e Miklos giunsero clandestinamente a Milano. Nel dicembre 1947 furono ricollocati nel DP Camp di Barletta, dove Raya e Miklos si sposarono il 27 maggio 194832. Qui attesero il permesso per emigrare negli Stati Uniti, dove giunsero con la nave General Ballou il 1° settembre 1949, stabilendosi a Brooklyn. La madre di Raya morì nel 1964, all’età di 64 anni. Miklos, il marito di Raya, morì nel 2007, all’età di 80 anni. Raya oggi (2020) ha 91 anni e vive a Brooklyn.

Barletta città dell’accoglienza e della libertà

L’intera vicenda dell’accoglienza dei profughi nei due Campi di Barletta testimonia la mentalità sostanzialmente accogliente e aperta della nostra città. Il fatto poi che questa mentalità si sia manifestata in anni molto difficili dal punto di vista economico e sociale dovrebbe farci riflettere. Per riassumere il senso della vicenda abbiamo scelto un’immagine tratta dall’Archivio dello Yad Vashem (item n° 37942).
L’immagine è stata scattata sulla Litoranea di ponente di Barletta. Sullo sfondo c’è una scala e in primo piano un cancello. L’uomo, di cui ignoriamo il nome, posa sorridente. Ha voluto indossare nuovamente la divisa del Lager. Se osserviamo attentamente, vedremo che ha scritto il suo numero di prigioniero su un biglietto e lo ha appuntato alla giacca. Sullo sfondo c’è
una scala, che potrebbe significare l’Aliyah. Quest’uomo così minuto, così oltraggiato dichiara qui la sua vittoria. Probabilmente sta per salpare da Barletta verso la libertà. Probabilmente avrà conservato per sempre un buon ricordo della nostra Città. Un ricordo di Resistenza e di Libertà.

Immagine scattata sulla Litoranea di ponente di Barletta. L’uomo posa sorridente. (archivio Yad Vashem, item n. 37942).

Il Centro di raccolta profughi nelle Caserme “Ettore Fieramosca” e “Stennio” in via Manfredi

Nelle Caserme “Ettore Fieramosca”33 e “Stennio” in via Manfredi furono accolti profughi di cittadinanza italiana di diversa provenienza: giunsero qui dai territori giuliano-dalmati, dalla Grecia, dalle isole del Dodecaneso e dai territori dell’Impero italiano d’Africa.

L’accoglienza dei profughi giuliano-dalmati

L’esodo delle popolazioni italofone dai territori giuliano-dalmati fu un processo di abbandono lungo l’arco cronologico che va dal 1943 al 1956.
Tra la fine di aprile e i primi di maggio del 1945, anche grazie allo sforzo congiunto della Resistenza locale (sia slava che italiana antifascista) e di alcune Divisioni italiane34, questi territori furono liberati dall’occupazione tedesca ad opera dell’armata popolare jugoslava di Tito35 che assunse immediatamente il controllo dell’intera regione. Finita la guerra, tutti questi territori (Istria, Dalmazia e la città di Fiume), escluse Gorizia e Trieste, furono assegnati, con il Trattato di Parigi36, alla Jugoslavia. Iniziò così l’esodo massiccio delle popolazioni di lingua e cultura italiana. L’ultima fase dell’esodo si ebbe nel 1954 con il Memorandum di Londra37 e si concluse definitivamente nel 1960 coinvolgendo in totale circa 350.000 persone che si riversarono nella penisola italiana con ogni mezzo spopolando, in molti casi, interi territori dell’Istria e della Dalmazia; da Zara,
Pola e Fiume, a maggioranza italiana, solo per fare un esempio, l’abbandono fu di massa. Gli esuli furono accolti in 107 Campi gestiti dal Ministero dell’Interno e dell’Assistenza post-bellica in cooperazione con le autorità comunali38.
All’inizio gli aiuti provenivano soprattutto da Istituzioni internazionali, come l’UNRRA39 (United Nations Relief and Rehabilitation Administration), a cui si affiancarono subito lo Stato Italiano e anche molti uomini politici e privati cittadini. Negli anni 1958-60, quando possono dirsi terminate le grandi ondate delle partenze, fu pubblicato un prospetto riepilogativo sulla
dislocazione dei profughi giuliano-dalmati nelle varie regioni italiane. Secondo questo documento, redatto dall’Opera per l’Assistenza ai profughi giuliano-dalmati, nel nord Italia si era stabilito l’82,29% dei profughi, il 9,89% aveva trovato sistemazione nelle regioni del centro e solo il 7,82% nell’Italia meridionale e insulare40.

L’accoglienza ai profughi greci e delle colonie d’Africa

Oltre ai profughi provenienti dai territori che dopo la guerra furono assegnati alla Jugoslavia, arrivarono in Italia profughi di origine italiana dalla Grecia e dalle Colonie d’Africa. La comunità italiana era stanziata sul territorio ellenico fin dal periodo
risorgimentale; erano in prevalenza contadini e pescatori provenienti dalla Puglia. Purtroppo, alla fine della Seconda guerra mondiale, questi furono costretti ad abbandonare le terre sulle quali erano insediati da intere generazioni a causa della politica fascista, culminata con l’invasione e l’occupazione della Grecia nel 1941.
Una sorte, la loro, simile a quella di molti altri italiani emigrati nel bacino del Mediterraneo, come le popolazioni italiane di Smirne (oggi Izmir, Turchia), che si trovarono a pagare con l’esilio una lunga serie di torti di cui non avevano alcuna responsabilità.
Insieme ad Atene e Salonicco, erano Corfù e Patrasso, affacciate sulle sponde del Mare Egeo, le città greche con le comunità italiane più numerose.
Gli Italiani delle Colonie d’Africa lasciarono i territori su apposite navi bianche organizzate dal Ministero dell’Africa italiano e dalla Croce Rossa Italiana41.
I Centri di raccolta profughi (CRP) in Puglia furono numerosi, ricavati in massima parte in conventi, magazzini dismessi, vecchie caserme e in alcuni casi ex campi di concentramento per prigionieri. Nella sola provincia di Bari, i Campi destinati agli esuli di nazionalità italiana furono otto: cinque nella sola Bari e poi ci furono quelli di Altamura, Santeramo e Barletta.
Da un carteggio del febbraio 1947 tra il Ministero della Guerra, la Prefettura di Bari e il Commissariato di polizia di Barletta possiamo comprendere la necessità impellente di quegli anni di cercare alloggi idonei a ospitare i profughi. In questo carteggio, si chiedeva al Comune di Barletta la sistemazione dei locali della caserma E. Fieramosca42 per l’imminente arrivo di profughi giuliani.
Presso l’Archivio di Stato di Bari è conservata una ricca documentazione sul Centro raccolta profughi di via Manfredi a Barletta che va dal settembre 1948 al novembre 1952. Fra l’altro, è presente la raccolta degli ordini di servizio che regolamentavano la vita del Campo. Da questi documenti possiamo comprendere come era organizzato, quali fossero le esigenze principali, i problemi a cui il comandante doveva far fronte e soprattutto come vivevano i profughi qui ospitati. Apprendiamo inoltre che il Centro, nonostante avesse una capienza di 250 posti, ospitava sempre almeno il doppio delle persone.
Gli ordini di servizio ci raccontano che i profughi, appena arrivati al Campo, dovevano registrarsi all’Ufficio anagrafe di Barletta con la qualifica di profughi ed effettuare, all’interno del Campo, il vaccino contro il vaiolo. Solo dopo questi due adempimenti acquisivano il diritto a un sussidio elargito dal Comitato di Assistenza Profughi.
I bambini frequentavano la scuola d’Azeglio e la scuola Manzoni e potevano acquistare libri a buon prezzo e a rate presso la Cartoleria Di Candia, tuttora esistente.
C’erano anche momenti di svago grazie a biglietti gratuiti messi a disposizione da associazioni sportive. Come in tutte le comunità vi erano criticità e infatti leggiamo che, a un anno dall’apertura del Campo, ovvero il 20 settembre del 1948, ci fu una rivolta dovuta al sovraffollamento della struttura, alla cattiva organizzazione e all’eccessiva promiscuità dei locali. Nei documenti si legge che, dopo l’inchiesta e l’arrivo di un nuovo comandante, alcuni profughi furono trasferiti a Santeramo.
Nel campo di Barletta sono attestate nascite, battesimi, prime Comunioni, ma anche purtroppo morti premature di bambini dovute il più delle volte all’alimentazione non sempre idonea per i più piccoli che si ammalavano di enterite. A parte alcuni sporadici episodi molto tristi come questi appena citati, il campo profughi di Barletta fu organizzato così bene da essere
considerato il migliore in tutta la provincia di Bari.
In effetti, apprendiamo che con l’arrivo del nuovo comandante gli spazi furono organizzati al meglio. Il Centro fu imbiancato, risanato e riparato; si organizzarono turni di lavoro chiedendo ai profughi di collaborare nelle mansioni a seconda della loro professione. Tubisti, manovali, imbianchini, addetti alla segreteria, infermiere si turnavano nei lavori, avendo in cambio una paga. Fu organizzato uno spazio di comunità che si trasformava in sala studio per gli studenti dalle 15 alle 17.
Nel settembre del 1950 fu autorizzata l’apertura di uno spaccio alimentare all’interno del Campo, al civico 22, organizzato da due profughi provenienti dalla Grecia a uso esclusivo dei profughi. I prezzi dovevano essere più bassi di quelli praticati in città. Periodicamente vi era un’ispezione sanitaria43. Il cappellano Giagnotti, con l’aiuto di alcuni profughi, riuscì a istituire una cappella, inaugurata il 14 agosto 1950 dall’Arcivescovo di Trani.
Disponiamo di due testimonianze di profughi giuliani transitati dal centro profughi di Barletta che ci fanno entrare nel vivo della vicenda. Si tratta di Rodolfo Decleva e Elio Hersich, entrambi fiumani.
Rodolfo Decleva ha maggiormente contribuito alla conoscenza del campo profughi di via Manfredi con alcune pubblicazioni44, prima in dialetto fiumano, poi con il suo Qualsiasi sacrificio! Da Fiume ramingo per l’Italia, pubblicato nel 2017, in cui dedica un intero capitolo a Barletta, dove giunse nel 1951 da Brindisi per ricongiungersi con i familiari dopo ben 4 anni di separazione.
Rodolfo Decleva partì da Fiume e giunse a Brindisi come profugo quando aveva poco più di 17 anni. Concluse gli studi liceali a Brindisi nel collegio Niccolò Tommaseo per studenti profughi giuliano-dalmati.
Scrive: “Eravamo 330 allievi, inquadrati come militari, ma la famiglia lontana, la terra perduta, la fame, l’impegno a far tutti il nostro dovere di studenti, sono stati gli ingredienti che ci hanno unito come fossimo fratelli […] vi rimasi fino al 1951 allorché seppi che i miei genitori, dopo tre anni di tentativi, erano riusciti a partire da Fiume con destinazione Campo profughi di Barletta45. Io, benché avessi una stanza tutta per me e un piccolo stipendio da istruttore, decisi di raggiungere i miei genitori”.
Continua: “Essere arrivati nella bassa Italia al contatto con le usanze comportamentali di una terra agricola sconosciute ai profughi della Venezia Giulia provocò inizialmente uno shock, ma poi tutto si normalizzò. Eravamo scappati dalla guerra e avevamo un tetto e inoltre non c’era più la paura dei titini46. Il Campo (di Barletta) era molto comodo, ubicato nel pieno centro della città. La gente barlettana era molto semplice e molto buona; nel mercato c’era tanta verdura e ben di Dio e tanto pesce a buon prezzo, anche se sempre coperto dalle mosche che non mancavano mai. A Barletta c’erano quattro cinema e tutti e
quattro regalavano alla Direzione del Campo tessere omaggio per entrare gratis nei giorni non festivi […].
Per l’Epifania veniva puntualmente un dirigente della Prefettura di Bari accompagnato dal Sindaco di Barletta, e portavano i pacchi dono per i bambini e davano coraggio agli adulti che avevano perso tutto. Al sabato sera una sala era adibita per il ballo grazie a due radio che suonavano al massimo volume.
Uno spaccio interno gestito dai profughi da Rodi Egeo vendeva vino, gazzose e aranciate e tutti erano contenti. Io ero considerato uno “studiato” e per questo la gente mi pregava di scrivere lettere di supplica agli Enti interessati affinché venissero riconosciuti i loro diritti per le pensioni, i danni di guerra, i beni abbandonati in Jugoslavia, i contributi INPS […] Fui preso in forza dal direttore del campo e ciò mi dava diritto ad un sussidio mensile di L. 125 giornaliere e inoltre potevo fare ogni tanto qualche quindicina di giornate di lavoro straordinario per le necessità della struttura. Lavoro nella piazza di Barletta non ce n’era perché zona agricola e vinicola e perciò ogni tanto bisognava attingere ai propri magri risparmi o alla vendita di qualche oggetto prezioso, chi che lo aveva. […] In questo ambiente ho studiato per 4 anni di notte perché non era possibile farlo di giorno per la confusione… combattendo contro le cimici che proprio di notte si mettevano in processione”.

La sala comune del Campo. Primo a sinistra in piedi, il padre di Rodolfo Decleva (archivio privato di Rodolfo Decleva).

Decleva ci racconta anche dell’amicizia con il bresciano Italo Folonari, la cui famiglia gestiva a Barletta un importante stabilimento vinicolo.
“Mio padre aveva costruito una battana a vela ormeggiata nel porto di Barletta e quando c’era bel vento andavamo a bordeggiare. “Nel 1954, continua Decleva, mi sono laureato, giusto in tempo perché un mese dopo hanno chiuso quel Campo Profughi e mi sono trasferito a Genova dove ho iniziato il nuovo round della mia vita”.
Elio Hersich47 racconta che alcune donne riuscivano a trovare lavoro a servizio presso famiglie benestanti di Barletta come sua madre: “a mia mamma le avevano trovato un posto, era da una signora di Udine, si chiamava Messinese che aveva una fabbrica di ghiaccio e confetti, e la mamma gli faceva da mangiare, gli lavava e gli stirava, perché quella lì era una gran signora […]. Quando le nostre ragazze andavano al mare, ci venivano a spiare, perché le loro andavano praticamente coi vestiti e le nostre invece in costume.
Il fatto che le donne istriane fossero aperte, ed emancipate – forse più di quelle italiane – dava adito ad apprezzamenti poco simpatici da parte dei locali, come quello che fossero di facili costumi… ma le nostre ragazze eran libere, ma avevano la testa per ragionare!
Quando le nostre ragazze andavano al mare, ci venivano a spiare, perché le loro andavano praticamente coi vestiti e le nostre invece in costume.
Il fatto che le donne istriane fossero aperte, ed emancipate – forse più di quelle italiane – dava adito ad apprezzamenti poco simpatici da parte dei locali, come quello che fossero di facili costumi […] ma le nostre ragazze eran libere, ma avevano la testa per ragionare!”.

Ritornando al campo profughi di Barletta, nel momento in cui i profughi trovavano una sistemazione lavorativa andavano via dal Campo; chi la trovava in città continuava ad avere il sussidio, ma non più l’alloggio. Molti profughi si spostarono in altre regioni italiane, altri seguirono la via dell’emigrazione verso i Paesi transoceanici: Brasile, Argentina, Canada e il Continente
australiano. Vi sono più documenti in merito provenienti da Bagnoli dai quali apprendiamo che si mettevano a disposizione numerose migliaia di posti per lavorare all’estero, ma con requisiti molto rigidi.
Nonostante la drammaticità del periodo, come abbiamo visto, molti profughi conservano un buon ricordo dei luoghi in cui erano ubicati i Campi e possiamo dire che, nonostante le difficoltà economiche degli anni del dopoguerra, Barletta seppe accogliere migliaia di profughi con uno spirito autenticamente solidale ed egualitario.

Gruppo con ragazze istriane. (Archivio privato di Rodolfo Decleva).
  1. È consigliabile leggere le pagine seguenti consultando i siti di volta in volta indicati. ↩︎
  2. Dan Stone, La liberazione dei campi. La fine della Shoah e le sue eredità, Torino, Einaudi 2017. ↩︎
  3. United Nations Archives and Records Management Section – search.archives.un.org – Summary of AG-018-009 Italy Mission 1943-1977 ↩︎
  4. search.archives.un.org – S 1461 0000 0089 00001 – Documentazione 1944 e 1945 – Lettera di Ellery W. Stone, Rear Admiral, USNR, Chief Commission indirizzata ad Allied
    Force Headquarters, G-5 Section – Subject: Turnover to UNRRA of Displaced persons
    Functions.
    ↩︎
  5. search.archives.un.org – S 1483 0000 0017 0001 – Allied Commission Camps corrispondence ↩︎
  6. UNRRA (United nations relief and rehabilitation administration) organizzò gli aiuti ai profughi di tutto il mondo. Istituita nel 1943, sciolta nel 1947, si trasformò dapprima in IRO (International Refugees Organization) e poi in UNHCR (United nations high commissioner for refugees). L’UNHCR (in Italiano ACNUR) è attiva ancora oggi. ↩︎
  7. search.archives.un.org – S 1480-0000-0058-00001. ↩︎
  8. Helena Jaklitsch Slovenski Begunci v Italiji (Rifugiati sloveni in Italia), Zaveza n.106, Dicembre 2017 https://www.zaveza.si/zaveza-st-106/#Note25 (traduzione di chi scrive). ↩︎
  9. Marjan Marolt (Vrnhica 1902 – Buenos Aires 1972) fu avvocato e storico dell’arte.
    È attestata la sua presenza nel Campo di Barletta, insieme a quella della sorella e del cognato
    Mirko Kuncic
    . ↩︎
  10. Helena Jaklitsch, Slovenski begunci v taborišèih v Italiji: 1945-1949 (Profughi sloveni nei campi in Italia), Ljubljana, Inštitut za novejšo zgodovino, 2018 / ISBN 978-961-6386-94-4. ↩︎
  11. Mirko Kuncic (Lesce na Gorenjskem 1899 – Buenos Aires 1984) fu autore di opere teatrali e di fiabe e racconti ispirati alla tradizione popolare slovena. ↩︎
  12. I matrimoni non risultano dichiarati all’Anagrafe del Comune. Probabilmente avvennero all’interno della Comunità slovena nel Campo. ↩︎
  13. Cfr. supra, nota 8 (traduzione di chi scrive). ↩︎
  14. Notizia desunta dalla consultazione dell’Archivio storico del Liceo “A. Casardi”, che ringrazio per la collaborazione. ↩︎
  15. La documentazione della Sezione di Barletta dell’Archivio di Stato (ASBAT) relativa al DP3 consiste in un faldone contenente atti notori rilasciati dal Comune di Barletta e certificati rilasciati dall’IRO. Gli atti notori sono corredati da fotografie. I certificati IRO sono copie del Control book. Sulla base di questa documentazione è stato possibile stabilire
    la presenza nel DP3 di circa mille profughi con indicazioni relative alla data di nascita, al luogo di nascita, nazionalità, data di arrivo, data di partenza.
    ↩︎
  16. L’IRO (International Refugees Organization) fu istituita nel 1947 ereditando le funzioni dell’UNRRA. Si trasformerà poi in UNHCR (United nations high commissioner for refugees). L’UNHCR (in Italiano ACNUR) è attiva ancora oggi. ↩︎
  17. Sally Mayer (1875-1953) fu un importante industriale della carta e un benefattore. Primo presidente della Comunità ebraica di Milano dopo la fine della Seconda guerra mondiale, gestì l’assistenza ai profughi, la ricostruzione del Tempio di via Guastalla, la rinascita della scuola di via Eupili, la casa di riposo di via Jommelli. ↩︎
  18. AA.VV., Scritti in onore di Sally Mayer (1875-1953). Saggi sull’Ebraismo italiano, Editrice Fondazione Sally Mayer, Scuola superiore di studi ebraici Milano, Gerusalemme, 1956. ↩︎
  19. Nell’uso politico del XX secolo il termine “Terra di Israele” indica solo quelle parti della terra che erano sotto il mandato britannico, prima della nascita dello Stato di Israele. ↩︎
  20. Le unità facenti parte del II Corpo d’Armata polacco guidato dal generale Anders. ↩︎
  21. Haganah = Difesa. È il nome dato a un’organizzazione paramilitare ebraica in Palestina durante il Mandato britannico dal 1920 al 1948. Fu poi integrata nelle Forze armate israeliane. ↩︎
  22. Commissione Alleata (Allied Commission – A.C.) Istituita il 10 novembre 1943 ai sensi dell’art. 37 dell’Armistizio siglato il 29 settembre 1943, la Commissione alleata di controllo rappresentava le Nazioni Unite con l’incarico “di regolare ed eseguire” l’armistizio in base agli ordini e alle direttive generali del Comandante Supremo delle Forze Alleate. Era dunque organo di controllo e supervisione del Governo italiano nell’amministrazione dei territori liberati. Il 24 gennaio 1944 assunse il coordinamento sia dell’amministrazione civile sia di quella militare, comprendendo nella sua giurisdizione, oltre i territori restituiti all’amministrazione del governo di Brindisi, anche quelli soggetti al Governo militare alleato (Allied Military Government – AMG). La Commissione cessò di operare formalmente il 31 gennaio 1947 (Beniculturali.it). ↩︎
  23. JOINT (American Jewish joint distribution Committee), fu fondata a New York nel 1914. Nel II dopoguerra si impegnò a sostenere i profughi con un finanziamento di oltre 227 milioni di sterline, fornendo cibo, medicinali, ma anche sostegno ai bisogni culturali, educativi e religiosi degli Ebrei. Poi, gradualmente, passò a sostenere le politiche di insediamento in Israele, organizzando corsi professionali in campo industriale, artigianale e agricolo. ↩︎
  24. Hachsharà = preparazione. Gli Hachsharot erano i corsi professionali di agricoltura: in Italia, già nel 1947 ne esistevano 17 con 1.600 residenti. ↩︎
  25. Lo Judenrat fu un corpo amministrativo che la Germania nazista impose agli ebrei rinchiusi nei ghetti del Governatorato Generale (i territori polacchi occupati dai nazisti) e più tardi nei territori occupati dell’Unione Sovietica e più in generale, anche se non con questo nome, presso tutte le collettività ebraiche nell’Europa occupata dai nazisti. Mentre alcuni studiosi hanno descritto l’istituzione degli Judenrat come collaborazionista, la questione se la partecipazione o meno allo Judenrat costituisse una collaborazione con i tedeschi rimane ancora oggi una questione controversa. ↩︎
  26. Le notizie sul DP n° 3 sono state desunte dalle seguenti fonti:
    1) Arolsen Archives – International Center on Nazi persecution – Bad Arolsen – Deutschland (arolsen-archives.org).
    2) Yad Vashem – The world Holocaust remembrance center – Gerusalemme (yadvashem.org).
    3) Beit Hatfutsot / ANU – The Museum of the Jewish people – Tel Aviv (anumuseum.org.il).
    4) Jabotinsky Institute in Israel – National culture – Zionist heritage – Tel Aviv (en.jabotinsky.org).
    5) Ghetto Fighters House Archive – Lohamer Hageta’ot – (gfh.org.il).
    6) JTA – Jewish Telegraphic Agency – (jta.org).
    7) United States Holocaust Memorial Museum – Washington (ushmm.org).
    8) Yivo Archives – Institute for Jewish research – New York (yivo.org).
    9) JDC – Archives of the American Jewish Joint Distribution Committee – New York (archives.jdc.org).
    10) Archivio di Stato di Bari – ASBA. http://www.archivi.beniculturali.it
    11) Archivio di Stato di Bari. Sezione di Barletta – ASBAT.
    12) Comune di Barletta. Ufficio anagrafe e Stato civile, via G. Marconi – Barletta.
    I siti internet citati si intendono consultati il 30 aprile 2021.
    ↩︎
  27. Dialetto parlato dalla maggioranza degli Ebrei stanziati nell’Europa centrale, discendente dall’alto tedesco medio, arricchito di elementi lessicali ebraici, slavi e neolatini, scritto in caratteri ebraici. ↩︎
  28. Vedi anche Yad Vashem, item n° 32445. Fonte: Tzila Rosenberg. Barletta 1948 – N3DPCAMP BL.12.B/18: “She’erith Hapletah”, DP Camps, Postwar period, Religious life. (L’immagine mostra tre uomini che brindano con bottiglie. Sul tavolo uova sode). ↩︎
  29. Il Betar, o anche Beitar è il movimento giovanile del Partito revisionista sionista fondato nel 1923 da Vladimir •abotinskij, precursore del movimento Herut del premier Menachem Begin (1913-1992), che divenne elemento centrale nella fondazione del partito Likud. Il movimento Betar è attualmente presente nelle comunità ebraiche di dodici Paesi. ↩︎
  30. Nel 1947 la Gran Bretagna annunciò la fine del suo mandato sulla Palestina rimettendosi per la soluzione della questione palestinese alle Nazioni Unite. Un Comitato speciale per la Palestina dell’ONU elaborò un Piano di spartizione territoriale. Il 29 novembre 1948 l’Assemblea generale dell’ONU approvò con una maggioranza di due terzi il Piano, che prevedeva la spartizione della Palestina occidentale in uno Stato ebraico e in uno arabo. Il piano fu accolto con favore dagli Ebrei, ma osteggiato dagli Arabi. Alla vigilia della scadenza del mandato britannico, il 14 maggio 1948, il presidente del Consiglio nazionale ebraico Ben Gurion proclamò la fondazione dello Stato di Israele. ↩︎
  31. ORT (Organization for Rehabilitation and Training) è un’organizzazione ebraica ancora oggi attiva, nata nel 1880 in Russia e poi diffusa in tutto il mondo, che promuove ancora oggi l’educazione e la formazione. Alla fine della II GM organizzò corsi professionali e attività formative nei campi profughi. Particolarmente grave era la situazione dei minori. ↩︎
  32. Il matrimonio non risulta dichiarato all’Anagrafe del Comune. Probabilmente avvenne all’interno della Comunità ebraica nel Campo. ↩︎
  33. La Caserma “E. Fieramosca” si trovava in via Manfredi dove ora c’è la fermata degli autobus. Fu demolita nel 1964.. ↩︎
  34. Come è noto, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 i reparti italiani furono lasciati privi di direttive, perciò alcuni militari italiani che si trovavano nei Balcani costituirono i Battaglioni Garibaldi e Matteotti dando vita alla divisione Italia che operò nei territori giuliano-dalmati al fianco dei partigiani di Tito fino al febbraio 1945. ↩︎
  35. Pseudonimo del capo militare e politico jugoslavo Josip Broz (Zagabria 1892 – Lubiana 1980). Dal 1939 fu il segretario del Partito comunista jugoslavo guidando la lotta di liberazione dall’invasore nazista e contro i fascisti croati e italiani. Fu il capo del governo della nuova Repubblica Jugoslava. ↩︎
  36. Il Trattato fu firmato il 10 febbraio 1947 dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Gli Stati sconfitti cedettero parte dei loro territori e tutte le loro Colonie. Nel caso dei territori a Est, il Trattato prescrisse che l’Italia cedesse i territori giuliano-dalmati e Fiume, a esclusione della città di Gorizia e della città di Trieste che rimase fino al 1954 territorio libero. ↩︎
  37. Accordo del 5 ottobre 1954 sottoscritto fra il Regno Unito, gli Stati Uniti, l’Italia e la Repubblica federale di Jugoslavia con il quale si stabiliva che i territori della Zona A (TLT Territorio Libero di Trieste) passassero all’amministrazione militare italiana, mentre la Zona B passasse all’amministrazione militare Jugoslava. Solo il Trattato di Osimo, del 1974 stabilì definitivamente i confini dei due Stati. ↩︎
  38. Vademecum, IRSREC (Istituto regionale per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea nel Friuli Venezia Giulia), 2019, pag. 41. ↩︎
  39. Era un’organizzazione internazionale di aiuti e finanziamenti con sede a Washington, istituita il 9 novembre del 1943. Essa aveva lo scopo di sopperire alle necessità di primaria importanza come viveri, indumenti, materie prime, macchinari, valuta. Entrata a far parte delle Nazioni Unite nel 1945 fu sciolta il 3 dicembre 1947. ↩︎
  40. E. Miletto, Istria allo specchio. Storia e voci di una terra di confine, ed. Franco Angeli, 2007. ↩︎
  41. https://www.ilsole24ore.com/art/le-navi-bianche-quando-profughi-dall-africa-erano-italiani. Consultato il 12 gennaio 2020. ↩︎
  42. Della Caserma “E. Fieramosca” si è detto nella nota 33. ↩︎
  43. Il medico addetto era il barlettano Antonio Del Salvatore. ↩︎
  44. R. Decleva, Qualsiasi sacrificio. Da Fiume ramingo per l’Italia, Il pigiama del gatto, GE, 2017. ↩︎
  45. La partenza fu ritardata perché la mamma di Rodolfo era nata a Lipa dove la lingua d’uso era il croato. Il nuovo regime cercava di trattenere tutti coloro che potenzialmente potessero avere origini slave. ↩︎
  46. Partigiani di Tito. ↩︎
  47. http://www.metarchivi.it/dett_documento.asp?id=14548&tipo=FASCICOLI_DOCUMENTI Consultato il 16 dicembre 2021.
    ↩︎

N.B. Tutti i siti citati sono stati consultati in date antecedenti alla stampa del volume “Barletta, percorsi di memoria – Dagli anni Venti al Dopoguerra”, finito di stampare nel mese di gennaio 2022.