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CI FU CHI DISSE NO

Riflessioni sul Giuramento di fedeltà al regime che avvenne novant’anni fa, l’8 Ottobre 1931.

Un contributo di Antonello Rustico, presidente della Sezione ANPI “Michele D’Addato” di Bisceglie.

La lapide presso l’università di Torino che ricorda il gesto di sfida verso la dittatura in orbace dei quattro docenti che lavorarono in quella sede: Mario Carrara, Francesco Ruffini, Lionello Venturi e Gaetano De Sanctis.

“L‘8 ottobre 1931 Mussolini impone ai professori universitari il giuramento di fedeltà al regime fascista. Dodici docenti ordinari su 1250 rifiutano di piegarsi al duce, perdendo nello stesso tempo la cattedra e la libertà. Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Errera, Giorgio Levi Della Vida, Fabio Luzzatto, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Francesco ed Edoardo Ruffini, Lionello Venturi, Vito Volterra – questi i nomi di coloro che compiono un gesto essenziale in nome di quegli «ideali di libertà, dignità e coerenza interiore» nei quali erano cresciuti. Dodici uomini, differenti per origini, carattere, modi di pensare, attitudini sociali e radicamento alla vita, che in quell’autunno salgono in cattedra per insegnare che dire di no è una scelta di veridicità dovuta prima di tutto a se stessi.”

È questo l’incipit di un libro, di cui a fine testo trovate il riferimento, nel quale si riflette su un episodio forse poco conosciuto e a volte anche dimenticato della nostra storia: l’adesione e la fascistizzazione delle scuole e delle università in Italia ai tempi del regime.

Lo Stato totalitario e la cancellazione dei diritti inalienabili della persona umana si suole farlo iniziare con le leggi cosiddette “fascistissime” del 1925. Percorso che nel 1928, con la modifica della legge elettorale, ha condotto alla lista unica nazionale di candidati scelti dal Gran Consiglio del Fascismo e che pian piano culminerà, con la legge 129/1939, nell’esautorare il Parlamento, modificando lo Statuto Albertino e sopprimendo la Camera dei Deputati.

In sintesi: il Partito Nazionale Fascista era l’unico partito ammesso, con Regio Decreto n. 1848 del 6 novembre 1926 che prevede lo scioglimento di tutti i partiti, associazioni e organizzazioni che esplicano azione contraria al regime.

Il Primo ministro doveva rispondere del proprio operato solo al re d’Italia e non più al Parlamento, la cui funzione era così ridotta a semplice luogo di riflessione e ratifica degli atti adottati dal Potere esecutivo;  il Gran Consiglio del Fascismo, presieduto da Mussolini e composto da vari notabili del regime, era l’organo supremo del PNF e quindi dello Stato (legge n. 2693/1928).

C’è da precisare però che nel campo dell’educazione, qualche anno prima, il 21 aprile (Natale di Roma) del 1925, ad opera di Giovanni Gentile, venne redatto un manifesto che prese il titolo di Manifesto degli intellettuali fascisti. Lo scopo era quello di giustificare da un punto di vista ideologico la fascistizzazione della società che era già iniziata con la violenza e i soprusi. Dotare il neonato regime di una base ideologica fu una delle principali preoccupazioni di Mussolini sin dall’inizio della presa del potere. In questo Manifesto, firmato da 250 docenti e intellettuali, tra cui 33 di origine ebraica, si cercava di giustificare, in chiave pseudo-liberale, il movimento fascista e si determinò così l’inizio della limitazione delle libertà personali e collettive.

Tra i primi firmatari rammentiamo: Gabriele D’Annunzio, Gioacchino Volpe, Luigi Pirandello e Giuseppe Ungaretti. Gli ultimi due poi presero le distanze dal regime e furono in parte riabilitati.

In risposta a quel Manifesto fu preparato e diffuso anche un Anti Manifesto firmato di intellettuali antifascisti, pubblicato il primo maggio (Festa dei Lavoratori) del 1925, redatto da Benedetto Croce su sollecitazione di Giovanni Amendola, più tardi assassinato dai fascisti.

L’adesione fu significativa e molti furono i nomi dell’intellighenzia italiana che si opposero al regime. Vogliamo ricordare, oltre Croce e Amendola, Luigi Einaudi, Pietro Calamandrei, Giustino Fortunato, Matilde Serao, Eugenio Montale, Gaetano Mosca e Gaetano Salvemini, oltre che ovviamente i succitati 12 nomi che più tardi nel 1931 non firmarono il giuramento.

Il regime, nel 1931, enfatizzò molto il fatto che solo 12 su più di 1200 docenti non firmarono il Giuramento. Necessita però fare una precisazione.

Pur restando encomiabile e dal gradissimo valore simbolico della scelta dei dodici – poi diciotto – docenti, la strategia degli antifascisti fu anche un’altra. Su invito dello stesso Croce, di Togliatti e dei vertici cattolici, si invitò ad accettare il giuramento optando con una “riserva interiore”. La perdita del posto di lavoro e della futura pensione erano dei veri e propri ricatti che non tutti ebbero la forza di contrastare in modo così diretto. Inoltre, lo svuotamento delle cattedre delle università italiane di docenti antifascisti avrebbe consentito l’occupazione di docenti più allineati rendendo più forte la propaganda e l’educazione degli studenti, più allineata pertanto ai dettami del regime stesso. Dunque, molti di quei docenti che avevano firmato il Manifesto degli intellettuali antifascisti, prestarono poi giuramento con questa clausola occulta.

A quei dodici iniziali, in realtà, dobbiamo sommare anche coloro che per sottrarsi al Giuramento andarono in pensione anticipatamente come Vittorio Emanuele Orlando o chi migrò all’estero come Giuseppe Borgese o Pietro Sraffa, esule a Cambridge.

Francesco Ruffini uno dei firmatari (di cui ci fu anche il figlio) scrisse ad Albert Einstein nella speranza che una protesta a livello internazionale avrebbe potuto far recedere il regime italiano nell’intento di questa malevola iniziativa.

Einstein scrisse al ministro Alfredo Rocco con l’intento di dissuaderlo. Un collaboratore del ministro, Giuseppe Righetti, gli rispose prontamente, rassicurandolo e minimizzando l’evento. Nel diario dello scienziato fu poi trovato un commento relativo all’episodio in questione: «In Europa andiamo incontro a bei tempi…».

Come ANPI BAT allora vogliamo riflettere sul gesto dei 12 nostri connazionali che non si piegarono e, contro ogni calcolo di strategia o convenienza, rifiutarono di firmare l’appello subendo di persona e con le relative famiglie dure conseguenze. 

Interessantissime le loro biografie che dimostrano come a volte, pur contro una maggioranza silenziosa e complice, vale molto di più una minoranza convinta e coerente e che il loro sacrificio ha rappresentato il seme della rivolta che sarebbe cresciuto e sbocciato nelle giornate di lotta e liberazione del nostro 25 Aprile.

A loro va la nostra totale stima e ammirazione, sperando che quel sacrificio non sia reso vano dalle tendenze attuali, sovraniste e populiste, che esattamente come novant’anni fa orientarono il Paese verso la catastrofe e la barbarie.

  • Per chi volesse approfondire:

Giorgio Boatti,Preferirei di no, Einaudi, 2001